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ETTORE MARTIN & LES QUARTETTES

«Corpo acustico»

Caligola 2099

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Ettore Martin (sax tenore) e “Les Quartettes String Quartet” con Maria Vicentini e Lorella Baldin (violino), Grazia Colombini (viola), Paola Zannoni (violoncello).

Nel suo precedente album con il quartetto d’archi “Les Quartettes” («Senza parole», Abeat 2005), che è anche l’ultimo da leader prima di «Corpo acustico», Ettore Martin aveva scelto di rileggere dieci fra i più celebri brani della musica leggera italiana. Oggi il sassofonista vicentino, classe 1961, compie un deciso passo in avanti, decidendo di proporre quasi solo arrangiamenti di proprie composizioni (ben nove delle dodici contenute nel disco). Nella precedente incisione poi, Martin guidava un proprio gruppo con piano, contrabbasso e batteria. Se ìn quel caso eravamo quindi di fronte all’incontro fra due quartetti, in questo il suo sax tenore é una voce solista aggiunta a quella dei quattro archi, scelta che sembra spingere il progetto più sul versante della musica classica, se non fosse per il grande spazio lasciato all’improvvisazione e per il sottile swing presente in ciascuna delle dodici tracce, caratteristiche queste proprie del jazz.
Se fino a tutti gli anni ’90 s’era messo in luce soprattutto come solista dei gruppi del pianista Roberto Magris e del Sax Appeal Saxophone Quartet di Maurizio Camardi, a partire dal disco «Natural code» (Abeat, 2001) Ettore Martin è sempre più riuscito ad imporsi come leader autorevole ed originale. Ci sono quindi buone ragioni per credere che questo nuovo lavoro possa rappresentare per lui la definitiva e meritata consacrazione. Un pregnante lirismo, mai melenso e banale, una sonorità viscerale e rotonda, ormai perfettamente riconoscibile, e un originale, incisivo fraseggio, trovano nel dialogo con il quartetto d’archi lo stimolo ideale per emergere.
Primo bacio, Milonga triste e Jan (tributo a Jan Garbarek, forse il sassofonista che più di ogni altro lo ha influenzato) sembrano velate da un melanconico romanticismo, mentre sorprendentemente contemporanee e asciutte appaiono invece Equidistanze, di sapore vagamente impressionistico, Airsong, la concitata Big bang e l’ipnotica La cucina, quest’ultima composta da Vladimir Nikolov. Se in questi brani è ammirevole l’interplay raggiunto fra il sassofono e gli strumenti ad arco, viene invece lasciato spazio soltanto all’ottimo quartetto d’archi in Concordu, scritto dal contrabbassista Salvatore Majore, in una medley formata da due composizioni del leader, Triadi e Seasong, così come in una bella versione dell’hendrixiana Foxy lady (dove il pensiero corre, inevitabilmente, ai maestri del Kronos Quartet), preceduta peraltro da un breve ma efficace prologo del solo sax tenore, There, sorta di bozzetto impressionista, frutto anche questo della penna di Martin.

GASPARE PASINI QUARTET

«Philing»

Caligola 2098

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Gaspare Pasini (sax alto e soprano), Luigi Bonafede (pianoforte), Romano Todesco o Piero Leveratto (contrabbasso), Paolo Pellegatti (batteria).

C’è chi il primo disco lo fa quando ha da poco imparato ad improvvisare, chi invece dopo quasi trent’anni di esemplare attività artistica. E’ questo il caso del sassofonista Gaspare Pasini, che ha tenuto in cassetto questo nastro, proveniente da due distinte sedute di registrazione, quasi vent’anni prima di decidersi a farlo pubblicare da Caligola. Jazzista istintivo e viscerale, di formazione neo-boppistica, Pasini – noto per la militanza nell’Eurospace Station di Ray Mantilla e nella Zerorchestra, ensemble specializzatosi nel commentare dal vivo i film muti, ma anche per le collaborazioni con Roberto Gatto e Flavio Boltro – frequenta ancor oggi Luigi Bonafede, nel cui pianismo fortemente ritmico e dinamico trova un sostegno ideale alle sue fantasiose invenzioni melodiche. E’ infatti proprio il pianista piemontese l’altro grande protagonista di queste incisioni, che non dimostrano affatto i loro vent’anni. Anzi, jazz così fresco e coinvolgente non è facile oggi trovarne. Delle otto tracce del disco, quattro provengono da una seduta in studio del dicembre 1988, e sono tutte composizioni originali del leader. Qui Bonafede ed il batterista milanese Paolo Pellegatti – entrambi, in quel periodo, nomi di punta del giovane jazz italiano – sono affiancati dal friulano Romano Todesco, contrabbasso. Nei rimanenti quattro brani invece, tutti standard più o meno noti, registrati nello stesso studio sei mesi dopo, i due jazzisti sono magnificamente supportati dal contrabbassista ligure Piero Leveratto. Un trio davvero ben assortito ed affiatato il loro, che accompagnava nello stesso periodo l’indimenticato Massimo Urbani, al cui spontaneo approccio strumentale in qualche modo Pasini ancor oggi s’ispira. Più personale al contralto che non al soprano, il sassofonista di Pordenone, classe 1958, domina con perizia le delicate e soffuse armonie di Autumn in New York e Round about midnight, quest’ultima affrontata senza batteria, che è tutto fuorché un’esecuzione di routine. Ma sono particolarmente riuscite, fra i brani originali, anche le esecuzioni di Track e dell’iniziale Philing, tema melanconico e swingante allo stesso tempo, che non a caso dà il titolo all’album. Composizione, come il titolo lascia chiaramente intendere, dedicata dal leader all’amico e maestro Phil Woods, forse suo principale ispiratore. Amicizia ma anche ammirazione, come testimoniano le brevi ma sincere note di copertina che Woods aveva scritto per l’allora trentenne Pasini. Parole che debbono averlo di certo incoraggiato nel proseguire un percorso artistico lungo e non sempre facile, che ci auguriamo possa finalmente trovare i meritati riconoscimenti.

GIANLUCA CAROLLO NEW PROJECT 4TET

«Pa We»

Caligola 2097

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Gianluca Carollo (tromba, flicorno, ocarina, effetti, elettronica), Pietro Pastore (pianoforte, tastiere), Davide Pezzin (basso elettrico, contrabbasso), Davide Devito (batteria, percussioni).
Ospiti: Vittorio Matteucci (voce recitante), Titti Castrini (fisarmonica)

Jazz che vive di contaminazioni, eppur fresco, coerente, soprattutto sincero, quello del trombettista vicentino Gianluca Carollo, che qualcuno ricorderà nella Lydian Sound Orchestra di Riccardo Brazzale. Anche quando l’elettronica, o certi effetti cari alla musica di consumo, così come un’accentuata vena lirica (ci riferiamo a Pa We, brano d’apertura che dà il titolo all’album, ma anche ad un’Angel’s eyes dolcemente nostalgica, composte entrambe da Carollo), sembrano strizzare l’occhio all’ascoltatore, è sempre la convincente tromba del leader a prevalere ed a fugare ogni dubbio sull’autentica vena jazzistica del progetto. Gli altri membri del quartetto non stanno certo a guardare, anzi, sia per l’apporto strumentale che compositivo (tutti i nove brani sono originali), più che dei comprimari sembrano parti attive di un “progetto collettivo”. Il New Project di Carollo è infatti un vero e proprio gruppo, omogeneo ed affiatato, ma anche una sorta di laboratorio musicale, in cui ogni singolo elemento lavora sia per l’insieme che per esprimere compiutamente la propria vena creativa. Decisivo anello di congiunzione fra i voli lirici della tromba e l’incalzante tappeto ritmico fornito dalla collaudata coppia formata da Davide Pezzin e Davide Devito, è il tastierista Pietro Pastore, che firma tre delle nove composizioni, tra cui un gustoso Tango per cambiare, unico episodio acustico di un lavoro molto “elettrico”, forte di un riuscito intervento della fisarmonica di Titti Castrini (Rava e Galliano non sono poi così lontani). Ricca di suggestioni é Miss Cohen, dove una poesia scritta e letta da Vittorio Matteucci arricchisce, valorizzandolo, l’efficace tappeto musicale fornito dal quartetto. Vi sono echi etnici nell’ostinato e quasi methenyano incedere di Jungle pezz – l’altro dei due brani composto da Pezzin – e nell’esotica The window of my mind, dove Carollo suona l’ocarina, ma vi è anche struggente nostalgia, grazie al flicorno del leader, nella melodia di Mondo minore, scritta da Pastore, la cui felice vena compositiva regala al gruppo anche l’ipnotica e ritmicamente variegata Alba. Siamo quindi in presenza di un prodotto musicale non facile da etichettare, ma anche estremamente godibile, frutto del lavoro di una band che, se non si stancherà di battere sentieri rischiosi sì, ma originali e stimolanti, non tarderà ad imporsi nel pur variegato panorama jazzistico del nostro paese, come non mai ricco di giovani talenti. Passano anche per il Veneto, in fondo, le strade di Manhattan. Ad majora!

CLAUDIO COJANIZ

«Intermission riff»

Caligola 2096

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A lungo elaborato, pazientemente atteso, finalmente registrato, esce il nuovo solo del pianista friulano Claudio Cojaniz, due anni dopo l’autoprodotto «Never forever» ed a ben sette da «Blue Demon», album Splasch interamente dedicato a Thelonious Monk che, come si sa, continua ad essere il faro guida della sua ricerca poetica. Il concitato furore espressivo di molti precedenti lavori lascia qui spazio, com’era già successo in parte con «Never forever», ad una visione musicale più pacata e meditativa, quasi che la raggiunta maturità rendesse necessaria una pausa di riflessione sul cammino sin qui percorso. Siamo contenti di aver colto e di poter quindi proporre agli appassionati quest’importante fase dell’evoluzione artistica di Cojaniz, dopo averlo già ospitato nel nostro catalogo per un suggestivo omaggio ad Ornette Coleman, «War orphans» (2004), realizzato con il trombonista Giancarlo Schiaffini. Colgono nel segno le note di copertina di Stefano Merighi, che osserva come già il brano d’apertura, Perfect day di Lou Reed, indichi “… uno stato d’animo, un punto di vista riflessivo sul momento musicale di Claudio Cojaniz. Un artista da sempre ‘fuori linea’, che vive una parabola creativa di lucida consapevolezza, talvolta anche spiazzante per chi ricorda accenti più crudi, una materia sonora più ribollente….”. Cojaniz può oggi permettersi di scremare, ripulire, anziché sovraccaricare il proprio linguaggio espressivo. Risulta esemplare a tal proposito l’intensa versione dell’ellingtoniana African flowers, evocatica ma non indulgente, rispettosa ma non calligrafica. Ed anche il prediletto Monk non è più soltanto un modello di stile, ma un riferimento con cui dialogare alla pari. Del leggendario pianista neroamericano vengono qui proposti ben cinque brani: Round about midnight, Ask me now, Worry later, Jackie–ing ed Evidence. Ma Claudio Cojaniz osa di più, andando a riscoprire una delle canzoni predilette da Monk, Just a Gigolo, di cui offre un’interpretazione sublime. Ancora intriso di un assorto e quasi ipnotico lirismo è l’accattivante incedere di The wedding, tratto dal repertorio di Abdullah Ibrahim, quasi un omaggio all’Africa. Inaspettata e divertente é infine la ripresa di un breve tema che appartiene alla nostra infanzia televisiva (Intermission riff, di Stan Kenton, sigla di TV.7), scelto come titolo del disco. Con piacere torniamo a citare Merighi che scrive: “All’interno di questa retrospettiva sentimentale, che non sfiora neanche per un attimo il sentimentalismo, Cojaniz piazza poi un acuto razionalista che chiude il cerchio. Una trascrittura pianistica di una composizione di Anthony Braxton degli anni ’70…” (Da «New York Fall 1974»). Esecuzione breve, ma per noi quanto basta incisiva e illuminante.

PAOLO DI SABATINO & FABRIZIO BOSSO

«Ancora…e altre canzoni»

Caligola 2095

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Questo disco completa un trittico iniziato esattamente dieci anni or sono, con «Dialogo a due», pubblicato da Modern Times, comprendente gustose rivisitazioni in duo di standard, e proseguito nel 2001 con «Italian songs», inciso per Wide Sound, dedicato alla canzone popolare italiana, delle più varie epoche. In questo stesso filone s’inserisce l’appena pubblicato – ma la registrazione “live” risale a qualche anno fa – «Ancora…e altre canzoni», in cui vengono rilette, con maggiore sapienza e rinnovata creatività, canzoni italiane di diversi periodi, che nella nostra cultura musicale assumono il ruolo di veri e propri standard. Il passato più recente, ben rappresentato dalle celebri melodie di Donne (Zucchero Fornaciari) e di E penso a te (Lucio Battisti), si sposa alla perfezione con quello prossimo di Che sarà o di Ancora – la bella canzone di Claudio Mattone portata al successo da Mina, che dà il titolo al disco – e con quello remoto di ‘O sole mio, icona della canzone napoletana, Addio amore, di Giovanni D’Anzi, o Motivo italiano, meno nota ma altrettanto efficace. In mezzo s’inseriscono alla perfezione sia Legata ad un granello di sabbia, di Nico Fidenco, sia Come Prima. Il disco, se non aggiunge molto a quanto già si conosceva dello straordinario talento di Fabrizio Bosso, rende giustizia a Paolo Di Sabatino, vero artefice di questo duo, che ha curato gli arrangiamenti di tutti i brani qui proposti. Il pianista abruzzese esce ancora una volta a testa alta dall’incontro/confronto con il trombettista torinese. Questo significa, in estrema sintesi, che il disco, godibile e riuscito, si fa ascoltare tutto d’un fiato, dall’inizio alla fine, senza che venga mai avvertito il benché minimo segno di stanchezza. Aiutati da un “interplay” a tratti magico, i due jazzisti distendono con efficacia lunghe linee melodiche, improvvisano con senso della costruzione e della misura, si passano il testimone con estrema scioltezza, dimostrando tutta la loro classe strumentale (davvero stupefacente il virtuosismo di Bosso) ma anche la loro attitudine al dialogo, in questo caso quanto mai proficuo. E’ un jazz godibile in definitiva il loro, che non ama prendere rischi, talvolta forse troppo auto–referenziale, ma che arriva diritto allo scopo che si era prefisso: intrattenere in modo intelligente e raffinato l’ascoltatore, incuriosire anche i non strettamente appassionati dimostrando – se ancora ce ne fosse bisogno – che la concezione di standard è notevolmente mutata in questi ultimi anni, ma soprattutto che la migliore canzone italiana è ricca di spunti melodici ed armonici che non hanno niente da invidiare a molti dei più frequentati brani del repertorio americano. Basta solo un po’ di coraggio e fantasia. Gli ascoltatori sapranno apprezzarlo.

FEDEDERICA SANTI

«Decantando»

Caligola 2094

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Federica Santi (voce, percussioni, vocoder), Riccardo Chiarion (chitarra elettrica), Nicola Bottos (pianoforte, Fender Rhodes), Yuri Goloubev (contrabbasso), Luca Colussi (batteria).
Ospite: Marcello Tonolo (pianoforte)

Non è mai semplice per un musicista, in generale, il primo disco da leader; tanto più può quindi esserlo per una cantante che compie il “grande passo” a soli ventisette anni, e che al jazz si è avvicinata da meno di un decennio. Nata a New York nel 1980 ma cresciuta a Gorizia, Federica Santi ha avuto in Glauco Venier un insegnante esemplare, il che è già un bell’iniziare. S’è quindi iscritta al triennio del Dipartimento Jazz del Conservatorio di Trieste, diretto dallo stesso Venier – che la utilizza fra l’altro come vocalist nel suo progetto dedicato a Frank Zappa – e qui si è poi diplomata con Marcello Tonolo. Se il buongiorno si vede dal mattino, ecco che questo «Decantando» getta le premesse per una carriera lunga e luminosa, che riserverà alla vocalist friulana, ora trasferitasi in provincia di Treviso, non poche soddisfazioni. E’ partita con coraggio Federica, con una band sufficientemente duttile ed album fatto per 8/10 di composizioni originali. Le due uniche concessioni alla tradizione avvengono sotto il segno di Monk, ed anche questo per una cantante è un gran bel segnale, forte, di chi non concede sconti e mira subito, diritto, alla meta. Se si eccettuano quindi le due riletture monkiane – un’Ask me now eseguita in duo con il “maestro” Marcello Tonolo, ed una suggestiva Monk’s dream che la vede all’opera con l’intero quintetto – siamo in presenza di brani originali, che rivelano le diverse influenze della cantante, davvero brava nel fare di questa eterogeneità uno dei suoi punti di forza. Una lode di merito va ai quattro splendidi musicisti che l’accompagnano: Nicola Bottos, Riccardo Chiarion, Yuri Goloubev e Luca Colussi, giovani ma già noti agli appassionati italiani. I fantasmi di Joe Zawinul (Ipnosi, dove viene usato brillantemente anche il vocoder), Pat Metheny (Decantando, brano che dà il titolo all’album) e Bobby McFerrin, cui viene dedicata la suggestiva Thanks medicine man (in cui Federica fa tutto da sola, utilizzando la tecnica della sovraincisione), non le impediscono di dispiegare le sue notevoli doti vocali. Ma non sono da meno, a nostro parere, l’iniziale ed incalzante At nightfall, la shorteriana Sandstorm, che in qualche modo ricorda anche Joni Mitchell, o la più raffinata Astro, dove la voce mette in mostra tonalità più scure e profonde, che la avvicinano ad un’icona come Carmen McRae. Vero e proprio album progettuale – ma al cui interno ogni brano è una gemma tutta da scoprire – «Decantando» aggiunge una nuova perla alla già ricca collana della vocalità jazzistica del nostro paese.

NICOLA FAZZINI QUARTET

«Watch your step»

Caligola 2093

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Nicola Fazzini (sax alto), Riccardo Chiarion (chitarra elettrica), Stefano Senni (contrabbasso), Tommaso Cappellato (batteria)

Dopo molte incisioni ed un’intensa attività concertistica, il trentottenne Nicola Fazzini – qui impegnato solo al sax contralto, ma suona anche il soprano – ha finalmente deciso di uscire allo scoperto come unico leader, firmando un disco, quest’atteso «Watch your step», che dà l’esatta misura della sua ormai personale e matura cifra stilistica, ponendolo, di diritto, fra i più interessanti sassofonisti italiani della sua generazione. Nato a Milano ma formatosi musicalmente nell’area veneziana, sotto la guida dell’indimenticato Maurizio Caldura, Fazzini ha poi frequentato, dal 1992 al 1997, la Musikhochschule di Graz. Risultano importanti in questo periodo le collaborazioni con il veterano sassofonista austriaco Karl Drewo, ma anche quelle con Berndt Luef e Mark Murphy. Dal 1999 vive stabilmente a Mogliano Veneto e fonda, nel 2000, con Dario Volpi, Danilo Gallo e Zeno De Rossi, il quartetto Palo Alto, con cui registra due album e suona un po’ in tutta Europa. Negli ultimi anni Fazzini diventa membro stabile della Thelonious Monk Big Band di Marcello Tonolo – è presente in «Night over» (Caligola 2081) – suona nel sestetto “Shtik” di Zeno De Rossi e nel gruppo della cantante Elena Camerin, che ha inciso l’originale «Grazie dei fiori?» (Caligola 2063), oltre ad insegnare nella scuola di musica Thelonious Monk. Si è da poco laureato al Dipartimento Jazz del Conservatorio di Castelfranco Veneto. Il quartetto con cui affronta quest’incisione è da qualche tempo un gruppo stabile, l’unico oggi a suo nome, che si affianca alla formazione “Two of some kind”, di cui divide la responsabilità con il sassofonista Mauro Bordignon. Non è un caso che gli siano in questo caso a fianco alcuni dei migliori esponenti del giovane jazz triveneto, alcuni ancora poco noti in campo nazionale come il chitarrista goriziano Riccardo Chiarion ed il batterista padovano Tommaso Cappellato, altri già affermati, come il contrabbassista veronese Stefano Senni. Nei sei brani di sua composizione Fazzini rende un personale sentito omaggio ai sassofonisti che più lo hanno ispirato nel suo percorso artistico, da Sonny Rollins (Oxyd) a John Coltrane (Steps), da Joe Lovano (For Joe) a John Williams (JW), ma anche, per restare più vicini, l’austriaco Karl Drewo ed i maestri veneti Maurizio Caldura e Pietro Tonolo. Il suono del quartetto risulta in linea con le più attuali tendenze del jazz contemporaneo, ma appare allo stesso tempo morbido e rilassato, quasi si volesse fare i conti con quanto sin qui realizzato e creare le premesse per un nuovo, importante tuffo nel futuro che, ne siamo certi, non sarà avaro di soddisfazioni.

C.BLENZIG/G.RENZI/P.VILLANI

«Strange energies»

Caligola 2092

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Charles Blenzig (pianoforte), Gianluca Renzi (contrabbasso), Pierluigi Villani (batteria)

Trio di fatto paritetico, anche se il vero animatore del gruppo e della seduta di registrazione (maggio 2007) può forse considerarsi il batterista napoletano Pierluigi Villani. Non è molto noto in Italia il pianista americano Charles Blenzig, benché sia da oltre quindici anni uno dei protagonisti della vita musicale della Downtown newyorkese. Oltre ad un’intensa attività jazzistica – a fianco dei “Push” di Bill Evans, ma anche di Michael Brecker e John Patitucci, Larry Coryell e Gato Barbieri, solo per fare qualche nome – dal 1990 Blenzig è pianista e direttore musicale del cantante pop Michael Franks, con cui tuttora collabora. Ha inciso sin qui oltre 50 dischi, di cui quattro in qualità di leader. Ha meno esperienza ma un curriculum già importante alle spalle il contrabbassista romano Gianluca Renzi, classe 1975, messosi in luce soprattutto a fianco di pianisti, alcuni davvero di primo piano, come Enrico Pieranunzi, Antonio Faraò, Stefano Battaglia, ma che ha accompagnato anche Fabrizio Bosso, Gabriele Mirabassi e Franco Ambrosetti. Mentre è del pianista americano soltanto l’ultimo degli otto brani del disco, Renzi ne firma addirittura tre, confermandosi quindi sia eccellente strumentista che raffinato compositore. Pierluigi Villani, classe 1971, costituisce con Renzi un’affiatata ed efficacissima coppia ritmica, capace non solo di fornire un elastico e solido sottofondo al pianoforte di Blenzig, ma anche di prendere spesso l’iniziativa, grazie ad un sorprendente “interplay”. Trio paritetico, dicevamo in apertura, e che sia davvero così lo dimostrano tutte le otto composizioni dell’album, dove i riferimenti paiono essere gruppi come Bad Plus o E.S.T., ma anche i trii di Brad Mehldau o Ed Simon Batterista fantasioso ed allo stesso tempo sempre perfettamente “sul tempo”, Villani – che si é diplomato in percussioni nel 1991 al Conservatorio di Napoli, dove ha poi continuato a studiare jazz con Bruno Tommaso – prende spesso per mano il trio, regalandoci momenti di grande dinamismo ritmico, senza mai sovrastare i suoi due partner. Lo fa mirabilmente sia nel brano d’apertura, Strange energies[i] – che dà anche il titolo all’album – sia nell’incalzante e più movimentato [i]Without respect, dove Renzi mette in evidenza un suono poderoso, rotondo, ed una profonda intensità ritmica. Nel suo Dreams of freedom invece, l’atmosfera si fa più eterea e sognante, culminando in un suadente quanto inaspettato lirismo, ma è 5/16, brano complesso ma rigorosamente strutturato, composto da Blenzig, chiude nel migliore dei modi un album che sorprenderà positivamente anche gli appassionati più esigenti.

BEBO BALDAN & MARCO PONCHIROLI

«The Italian Jazz Art»

Caligola 2091

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Marco Ponchiroli (pianoforte), Andrea Ghezzo (chitarre), Paolo Andriolo (basso elettrico), Bebo Baldan (batteria).
Ospiti: Marco Tamburini (tromba), Massimo Donà (tromba), Saverio Tasca (vibrafono)

“The Italian Jazz Art” è un nuovo progetto di Bebo Baldan, produttore e musicista più noto nel campo della musica etnica, elettronica e lounge che non in quello del jazz. “Tantra tribe” è la sigla che contraddistingue gran parte dei suoi più recenti lavori, che hanno ospitato musicisti come David Torn e Rhyuichi Sakamoto. Ma in questo quartetto, riunito nell’ambito delle manifestazioni organizzate dal Comune veneziano per i 90 anni di Marghera, porto industriale di Venezia, un ruolo altrettanto importante viene svolto dal pianista Marco Ponchiroli, già brillante protagonista di altri due album Caligola, uno in coppia con il sassofonista Gigi Sella, l’altro con la cantante Enrica Bacchia. Ben 6 dei 10 brani del disco portano infatti la loro firma (3 ciascuno), ma altri due sono del chitarrista Andrea Ghezzo, anche lui, come Baldan e Ponchiroli, nato a Marghera. Arricchiscono infine la seduta di registrazione ben tre ospiti. Il vibrafonista Saverio Tasca contribuisce all’originale rilettura di un noto brano di Frank Zappa, Blessed relief, mentre i trombettisti Massimo Donà e Marco Tamburini suonano ognuno in due tracce. E’ eloquente e ricco di belle invenzioni melodiche l’assolo di Tamburini in Town E.R., di Baldan, mentre Donà conferma le sue ascendenze davisiane nell’ipnotico blues di Coa calma, di Ghezzo. Lo sforzo di Baldan, come afferma lo stesso musicista, è quello di “…lavorare lungo quella linea sottile che unisce Miles Davis a Frank Zappa, passando per i Weather Report. Il tutto proposto in chiave rigorosamente acustica, con un suono caldo e delicato che intende creare atmosfere molto vicine a quelle che contraddistinguono il suono dell’ormai leggendaria Ecm…”. Non è nemmeno estraneo alla musica del quartetto un certo gusto melodico di stampo methenyano, che si fa astratto e sognante in Elena, di Ponchiroli, più rilassato in Lory, di Ghezzo. L’album è nato da una seduta di registrazione “live” di due giorni. Le trombe, il vibrafono e gli effetti della chitarra sono stati incisi solo dopo. In Copa Cavana il primo tema è stato copiato e trasportato dall’ultimo con editing sul master. Sono annotazioni importanti queste per un musicista–produttore come Baldan, nato come percussionista ma passato poi alle chitarre e soprattutto all’elettronica, da qualche tempo più attento alle diversi fasi della produzione discografica che non a quelle della creazione musicale. Ma in questo disco d’orientamento jazz il Nostro torna suonare la batteria, e lo fa con gusto e discrezione, senza mai cadere in inutili virtuosismi.

FRANCESCO BRANCIAMORE

«Trium»

Caligola 2090

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Jean Luc Cappozzo (tromba, flicorno), Michel Godard (tuba, serpentone), Francesco Branciamore (batteria)

Siamo lieti, a sette anni da «Improvisation of the four seasons» (Caligola 2033), di poter ospitare un altro bel lavoro internazionale del batterista siciliano Francesco Branciamore, che in questi anni ha riscosso notevoli consensi con il suo “Perfect Quartet”. L’amore per gli ottoni ritrova conferma anche in questo riuscito «Trium», che lo vede alla testa di un trio omogeneo ed affiatato, completato dai jazzisti francesi Michel Godard, tuba, e Jean Luc Cappozzo, tromba. Anche nel gruppo “Trade d’union”, protagonista del precedente album, era presente l’agile tuba di Godard, ma lì c’erano il nostro Guido Mazzon alla tromba ed il compianto Paul Rutherford al trombone. Nella nuova incisione invece, ad affiancare il virtuoso specialista francese del basso tuba, c’è solo il connazionale Jean Luc Cappozzo, trombettista fra i più quotati dell’odierna avanguardia europea. Nella registrazione, effettuata in Francia, quasi un “live” in studio, il trio sviluppa agile e compatto 17 distinti episodi, che non son altro che le parti di tre diverse e lunghe suites. Queste le note di copertina scritte per noi da Enzo Boddi, che ringraziamo sentitamente.
“…«Trium» offre un percorso scorrevole verso il pieno apprezzamento di una forma di improvvisazione rigorosa, ma al tempo stesso efficacemente regolata da un’impeccabile disciplina e da un elevato senso della forma. Tale equilibrio annulla le tradizionali distinzioni con la composizione, per la quale semmai in molti passaggi di questa incisione si potrebbe applicare a buon diritto l’aggettivo “istantanea”. Branciamore, Godard e Cappozzo operano nel rispetto di un’estetica europea che tiene nella dovuta considerazione varie componenti. Da una parte, si avverte il peso latente del Novecento di Maderna, Berio, Boulez e Xenakis, segnatamente nel minuzioso lavoro sulle sfumature timbriche, nella predilezione per cellule accuratamente distillate e nel paziente lavoro di accumulo cui sono sottoposte. Dall’altra, si percepiscono echi della musica improvvisata degli anni Settanta, qui debitamente stemperati da un approccio molto più riflessivo e “consapevole”, distante da esigenze di rottura. Tra le righe si leggono inoltre le impronte di un’eredità afroamericana adeguatamente filtrata attraverso il bagaglio europeo: il lascito dell’AACM, le sperimentazioni condotte da Braxton e Leo Smith, non a caso con l’Europa come fonte di ispirazione. E’ dunque da questo equilibrio euro–afro–americano e da un ascolto reciproco fuori dal comune che il trio trae linfa vitale per uno scambio continuo, ricco di climi sospesi, pause significative e rispetto del silenzio, interlocutore prezioso…”.

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