REBIS

«Qui»

Gutenberg 3013

notizie aggiuntive

Alessandra Ravizza (voce), Andrea Megliola (chitarre acustica e classica,
mandolino), Edmondo Romano (sax soprano, clarinetti, flauti), Salah Namek
(violoncello), Emanuele Milletti (chitarra basso), Matteo Rebora (batteria, cajon,
bayan, percussioni). Ospiti: Julyo Fortunato (fisarmonica)
nel brano n° 2,
Roberto Piga (violino)
nei brani n° 3/6/10, Natty Scotty (voce) nel brano n° 4,
Marco Spiccio (piano) e Kai Kundrat (chitarra basso)
nel brano n° 11.

1) Vincimi con i tuoi occhi; 2) Je reviendrai en automne; 3) Qui;
4) Ma maison; 5) Goodbye Amal; 6) Partoriscimi di nuovo; 7) Wadi nostalgie;
8) Cercami nel mare; 9) Da bambina; 10) Adrienne; 11) Pioggia fine.
Parole e musica di Alessandra Ravizza e Andrea Megliola, fuorché per il brano n° 6
(solo musica), il cui testo è tratto da una poesia di Mahmoud Darwish.

Registrato nel 2016 a Genova, presso La Facility di Claudio Roncone da Bruno
Cimenti e l’Eden Studio da Edmondo Romano; missaggio, mastering, editing
di Bruno Cimenti e Nives Agostinis; produzione di Primigenia.

Il progetto musicale Rebis è nato nel 2008 dall’unione degli intenti artistici della cantautrice Alessandra Ravizza, voce limpida e personale, e del compositore–arrangiatore Andrea Megliola, eccellente chitarrista. Voci, corde, archi e percussioni danno vita ad una canzone d’autore contaminata da sonorità mediterranee e melodie arabe. L’obiettivo è ancor oggi lo stesso: creare attraverso le canzoni “ponti emotivi” tra il sud dell’Europa ed il nord dell’Africa, ponti oggi quanto mai necessari. Se c’erano voluti quattro anni per il disco d’esordio, «Naufragati nel deserto» (2012), pubblicato sempre da Gutenberg, un periodo altrettanto lungo è stato necessario per la definitiva messa a punto del secondo episodio di un percorso artistico davvero coerente ed originale: ma tanta paziente attesa, ad ascoltare il risultato finale, così ricco di suggestioni, è stata alla fine premiata.
Ancora più che il precedente, «Qui» è un disco di confine, fatto di incontri e dialoghi; un’antologia di storie al femminile che parla di persone alla ricerca del loro posto nel mondo. Undici canzoni composte in italiano, arabo e francese, ed arricchite dalla presenza del rapper nigeriano Natty Scotty, che in Ma maison canta la sua personale visione dei concetti di casa e di esilio. Le canzoni dei Rebis sono il risultato di un attento lavoro e di un’accurata ricerca, mai fine a se stessa, tanto che nel loro caso la definizione di musica ricercata non è affatto sinonimo di musica difficile. Lo si capisce già nel cantabile brano d’apertura, Vincimi con i tuoi occhi, storia di una giovane donna che ricerca se stessa nei volti e nei luoghi del suo paese d’origine.
Le parole sanno toccare anche le corde della passione, come in Adrienne, canzone che racconta una storia di seduzione e di abbandono. Le influenze mediorientali, la poetica e la sensibilità di popoli lontani, sono più che mai presenti anche in questo nuovo lavoro dei Rebis. Nell’avvincente Goodbye Amal la violenza di chi combatte per Israele viene raccontata con una consapevolezza tutta femminile, prendendo spunto da un romanzo della scrittrice palestinese Susan Abulhawa. Nella delicata Partoriscimi di nuovo (unico testo non originale dell’album) Alessandra Ravizza e Andrea Megliola vestono di note suadenti una toccante poesia del palestinese Mahmoud Darwish. Cercami nel mare è invece una bella storia d’amore e di distanza tra due sorelle separate dal mare; un nostalgico inno alla “sorellanza universale”.
Colpisce in questo nuovo album dei Rebis la fluidità con la quale le lingue si intrecciano; ed in questa riuscita fusione è importante il supporto fornito da sonorità ed atmosfere musicali raffinate  quanto evocative. Grazie ad una musicalità morbida ed avvolgente, quasi naturale,  le storie raccontate diventano comprensibili anche a chi non conosce l’arabo. «Qui» si conferma quindi come un lavoro ancora più coerente e maturo del pur già convincente «Naufragati nel deserto».

TRACKS FIVE

«Alza bandiera»

Gutenberg 3012

notizie aggiuntive

Andrea “Andrew” Alessandro Caselli (voce, basso elettrico, chitarra acustica
ed elettrica ritmica, piano), Gabriele “Sgaber” Sala   (chitarra elettrica solista, voci),
Marco “Mark” Arati (batteria, voci). Ospite : Massimo Guidetti (tromba) nel brano n. 10.

1) Crescerò; 2) Impressione; 3) Vorrei ; 4) Disconnesso;
5) Vieni; 6) Un altro mondo; 7) La mia prima canzone punk;
8) Domenica (da ubriaco); 9) Punk rock band; 10) Quel pazzo del re;
11) Ragazza d’irlanda; 12) In compagnia di te.
Musica e parole di Andrea Caselli, tranne che nella n. 5, Vieni
(musica di A.Caselli, parole di Marco Arati)

Registrato e missato nel 2016 da Simone Filippi all’Ust Recording Station
di Villa Minozzo (Reggio Emilia); mastering di Davide Barbi.
Prodotto da Andrea A.Caselli e Simone Filippi.

Raccontare la storia di un gruppo il cui leader, Andrea “Andrew” Caselli, ha oggi appena ventuno anni, fa specie. Eppure i Tracks Five nascono a Toano, paesino dell’Appennino reggiano, nel 2010. Se il primo serio approccio di Caselli e Marco “Mark” Arati al rock avviene nel 2008, attraverso gli Arizona, cover band dei Guns and Roses, Metallica e Green Day, è nel 2010 che il gruppo diventa quintetto – in cui era entrato nel frattempo il chitarrista Gabriele Sala – e subito dopo, per due improvvise quanto inaspettate defezioni, trio: manca il bassista ed Andrea Caselli, che sino ad allora si limitava a cantare, decide di imbracciare il basso elettrico.
Il passaggio dalle cover dei Blink 182 a sempre più frequenti brani originali, all’inizio con testi in inglese, non si rivelerà poi così arduo e complesso. Dalla prima demo all’incontro con Simone Filippi, degli Ustmamo, che li registra producendo un EP di sei tracce («Does anybody like bananas», 2013), il passo è altrettanto breve ma importante. Così come lo è l’incontro con Annibale Bartolozzi, titolare di un’etichetta indipendente, che crede nel loro talento e cerca inutilmente di convincerli a partecipare a “X–Factor”, ma riesce invece in un’altra importante impresa, quella di convincerli a scrivere i testi delle canzoni anche in italiano. Bartolozzi propone quindi il gruppo al Vice Presidente della Sony Music Italia, suo grande amico, che sembra credere nel progetto, ma tutto sfuma improvvisamente per la prematura scomparsa di Annibale.
Il lavoro iniziato viene comunque portato a termine ancora grazie al prezioso aiuto di Simone Filippi. I Tracks Five tornano così in studio di registrazione e nel 2015 portano finalmente a termine il loro primo album, «Alza bandiera», tutto in italiano. Le dodici canzoni che lo compongono si presentano come un’originale rilettura del punk, non priva di interessanti spunti melodici, come succede in Vorrei e in Un altro mondo, ma anche di refrain facili da memorizzare, com’è quello di Vieni  (qui il testo è di Marco Arati). Se a ristabilire i legami con il punk delle origini ci pensano brani dal ritmo sostenuto come Disconnesso o Punk rock band, si guarda anche, senza nostalgia, al rock più classico nelle due ultime due tracce dell’album, Ragazza d’Irlanda – originale arrangiamento di una melodia tradizionale irlandese – e In compagnia di te, arricchite entrambe dall’efficace gioco ritmico delle chitarre.
Poco più di trenta minuti di musica bastano a confermarci che i giovanissimi Tracks Five stanno percorrendo con successo una propria originale strada musicale, partendo da un suono e da uno stile già definiti e riconoscibili. Il cammino da percorrere è ancora lungo e ricco di insidie ma, se il buongiorno si vede dal mattino, non sembra poi così impervio e pericoloso.

ÜSTMAMO’

«Duty Free Rockets»

Gutenberg 3011

notizie aggiuntive

Luca Alfonso Rossi (voce; chitarre elettrica, acustica e slide; tastiere; basso; percussioni),
Simone Filippi (piano), Logic The Drummer (batteria).
Ospiti : Ageo Valdesalici (sampling, loops) nel brano 1,
Ezio Bonicelli (violino) nel brano 2.

1) I play my chords; 2) Done; 3) Don’t go to strangers (J.D.Martin/H.Russell Smith);
4) Joy; 5) Hambone (C.Perkins/W.P.Walker); 6) The last trap;
7) Duty Free Rockets; 8) I want to tell you; 9) Sad King;
10) Wha wha wind; 11) When the wind talks to me.

Testi e musica, salvo dove indicato, di Luca A.Rossi
(i brani 2/4/9 scritti con Simone Filippi).

Registrato e missato nel 2014 all’Ust Recording Station e La Bora; masterizzato da Davide Barbi e Bruno Cimenti; produzione esecutiva di Primigenia Produzioni.

Attivi dal 1991 al 2003, gli Üstmamò sono stati uno dei più originali esponenti del nuovo rock italiano, con la loro bizzarra mescolanza di lingue (italiano, inglese e francese) e dialetti (il reggiano; sono infatti originari dell’Appennino emiliano), ma anche di musiche, riuscendo a far convivere punk, trip–hop, rock, house ed elettronica. Dopo cinque album in studio e tre “live”, nel 2003, in concomitanza con l’uscita della raccolta «ÜstBestMamò», il gruppo aveva annunciato il suo definitivo scioglimento.
A distanza di poco più di un decennio, senza la “frontwoman” Mara Redeghieri, Luca Alfonso Rossi e Simone Filippi, le anime musicali della band, hanno deciso di riprendere il percorso interrotto forse prematuramente, e l’hanno fatto con un album sorprendente, che ha testi esclusivamente in inglese, «Duty Free Rockets», registrato nel corso del 2014 e pubblicato nel marzo 2015 dalla nostra etichetta, Gutenberg Music.
Ci racconta di questa importante quanto inaspettata decisione, quello che è ancor oggi il principale responsabile musicale del progetto, Luca A:Rossi: “A dieci anni dallo scioglimento ho deciso di rimettere in piedi gli Üstmamò, perché avevo voglia di suonare, qualche idea e un po’ di tempo da dedicarci. In fondo era la mia band! Ho parlato a lungo con i miei ex–compagni, ma dopo dieci anni e alla soglia dei cinquanta le nostre vite erano molto cambiate. Ezio Bonicelli e Mara Redeghieri sono oggi insegnanti a tempo pieno, hanno altri progetti, e per questo giro hanno preferito passare la mano, ma mi hanno comunque spinto a continuare, anche senza di loro, e per questo li ringrazio … Simone Filippi ha invece accettato il mio invito, mi ha aiutato nella stesura dei testi e nella preparazione degli arrangiamenti dal vivo, sarà quindi nella nuova band. Avevo le mie idee, le mie mezze canzoni, ma senza cantante ero perso e così ho dovuto lavorare di più, cercare altre strade. Sono un musicista, negli ultimi anni ho suonato molto la chitarra, non ho la necessità di scrivere parole, non ne sento il bisogno: ma senza testo una canzone non è una canzone. Il guaio di scrivere in italiano è che spesso il significato uccide la musica, se la mangia … nel migliore dei casi. L’italiano è talmente importante e difficile … Così ho preferito scrivere in inglese, non che per me sia più facile, ma almeno mi riesce e suona meglio. Le parole sono sempre venute fuori dopo la musica, abbastanza naturalmente, senza voler essere troppo importanti: lasciano spazi liberi all’interpretazione e alla fine sono soddisfatto …”.
Rossi parla quindi delle uniche due cover presenti nell’album: “Ogni tanto mi tornava in mente qualche brano di altri, come Don’t go to strangers, che suonava sempre J.J.Cale. L’ascoltavo a dodici anni quando cominciavo a strimpellare la chitarra: l’ho registrata e cantata in tre ore… Per Hambone è stato lo stesso: si tratta di un classico del R’R, un po’ country, che suonavo appena quattordicenne… è stata più complicata da registrare, mi usciva sempre troppo reggae… Le mie canzoni sono venute cosi, senza molti problemi, ma con tanti errori grammaticali e di pronuncia, che Simone mi ha poi aiutato a correggere. Ma mi soddisfano tutte e, alla fine, non sono mai stato così felice di un lavoro”.
Da segnalare la presenza, in qualità di ospiti, sia dell’ex–compagno Ezio Bonicelli, che di Algeo Valdesalici, produttore e “stregone” dell’elettronica.

EMILIANO MAZZONI

«Cosa ti sciupa»

Gutenberg 3010

notizie aggiuntive

Emiliano Mazzoni (voce, pianoforte, tastiere, organo, fisarmonica, armonica),
Luca A. Rossi (chitarre, basso elettrico, cembalo), Simone Filippi (batteria).
Ospiti : Mirko Zanni (chitarra elettrica) nei brani 1/4/6, Dominic Palandri
(chitarra elettrica) nel brano 7, Michael Mac Bello (batteria) nel brano 9,
Romy Chenelat e Angus Palandri (cori) nel brano 2.

 1) Canzone di bellezza; 2) Ma perché te ne vai; 3) Diva; 4) Un’altra fuga;
5) Ciao tenerezza;  6) Hey boy; 7) Ragazza aria; 8) Non lasciarmi qui;
9) Nell’aria c’era un forte odore; 10) Tornerà la felicità; 11) Non rivedrò più nessuno.
Testi e musica di Emiliano Mazzoni.

 Registrato a Casa della Catiretta, Piandelagotti (Modena), da Luca A. Rossi
ed Emiliano Mazzoni fra gennaio e maggio 2013;  mixato all’Ust Recording
Station da Luca A.Rossi nell’aprile 2014; masterizzato da Davide Barbi
nel giugno 2014; editing e montaggio di Bruno Cimenti.

A due anni da «Ballo sul posto» Emiliano Mazzoni pubblica per Gutenberg la seconda parte del suo diario di vita, scritto nella sua casa di Piandelagotti (Modena), sull’Appennino Emiliano, dove i rumori e la confusione della pianura vengono attutiti, sembrando molto più lontani di quanto siano in realtà. Registrato nello studio di casa, come il precedente (ma con missaggio, masterizzazione ed editing stavolta molto più accurati, effettuati ad un anno di distanza in altri studi d’incisione) «Cosa ti sciupa» si presenta come un progetto cantautorale nella forma più classica, ma in completa libertà di genere, avendo alla base l’appartenenza alla scena rock underground (prima con gli InLimine poi con i Comedi Club) ed una strizzatina d’occhio ai grandi cantori folk–rock della scena internazionale, da Tom Waits a Leonard Cohen.

Anche in questo suo secondo lavoro da leader, come il primo scarno e minimalista, voce e

pianoforte sono al centro della sua musica, ma le chitarre e la batteria, molto più presenti e “quadrate” rivelano la presenza di un musicista dalle mani esperte qual è Luca Rossi (Üstmamò, Giovanni Lindo Ferretti), la cui felice vena musicale si fa qui sentire qui molto di più che in «Ballo sul posto», allargando le prospettive di scrittura e di arrangiamento, per partorire canzoni che provino ad andare oltre, là dove c’è l’intuito. Quel brivido vertiginoso che si sparge nel corpo dopo aver avuto un pensiero importante, come un virus improvviso o un sorriso accolto a braccia larghe.

Canzoni come tentativi di ultimi passi verso quell’intuito difficilissimo, forse addirittura impossibile da raggiungere. E dunque canzoni di bellezza, anzi Canzone di bellezza, perché “…lasciate alla bellezza il vostro cuore / e vi soccorrerà non sono favole”. Parole e accordi che girano intorno, scrutano e si tuffano in quella bellezza che è da qualche parte, accompagnata dalla disarmante impossibilità di poterla condividere. Emiliano Mazzoni è il cantautore dell’impossibilità, che offre a chi lo vuole un disco visionario,oggi sicuramente più  nostalgico del precedente lavoro. Lui che scrive versi che potrebbero essere scene di un film (“Ci spogliammo come due trionfi sull’altopiano…”) e inchioda alla sedia con incipit potenti e veri, dolcissimi  (“Stendi le tue cose oscene al buio se ti va, / fallo per volergli bene…”) o con le storie di chi non tornerà mai (la finale Non rivedrò più nessuno, nata da una vicenda di famiglia). Lui che si aggrega a quella stirpe di traballanti cantori della sopravvivenza di vita e d’amore, ma con una sua indole lieve, a tratti fantasmagorica, dove un luogo amato diventa una donna amata, o forse il contrario (Ragazza aria), e dove il cinismo è un’arma spuntata (Diva) ma forse l’unica per difendersi dal disincanto del dopo (“Ti faccio la colazione, un pezzo di pane, / una merendina di merda. / Io ho la tua gonna e tu il mio pantalone…”), quel disincanto che comunque non vincerà mai se si cerca l’intuito, se si continua imperterriti a smaniare per la bellezza, quella bellezza che è da qualche parte, anche se così difficile da raggiungere e da condividere.

“Il titolo «Cosa ti sciupa»” – confessa Emiliano Mazzoni – “vuol far uscire, in una dimensione di pensiero tra sé e sé, un come mai non ci si riesce. E’ un interrogativo senza punto di domanda, a metà strada tra una domanda ed un rovello, di un uomo che non sa capire come mai tanta splendenza cessi di splendere sciupandosi senza che nessuno ne abbia colpa. Sciupa proprio perché basterebbe poco, ma è spesso troppo ugualmente”.

MAX MANFREDI

«Dremong»

Gutenberg 3009

notizie aggiuntive

Max Manfredi (voce, chitarra classica), Fabrizio Ugas (chitarre, cori),
Matteo Nahum (chitarre, glockenspiel),Elisa Montaldo (piano, tastiere, voce), Daniele Pinceti (basso),
Marco Frattini (batteria, percussioni).
Ospiti: Marco Spiccio (piano), Daniela Piras (flauti, cori),
Nino Tubrimec (chitarra elettrica), Federico Bagnasco (contrabbasso), Roberto Piga (violino),
Loris Lombardo (vibrafono, percussioni)Viola, Francesco, Giosiana Ugas, Nives Agostinis (cori),
Edmondo Romano (clarinetto), Stefano Cabrera (violoncello), Emiliano De Ferrari (baglama),
Michela La Fauci (arpa), Gianluca Pitzalis (chitarra elettrica), Filippo Gambetta (organetto),
Luca Pirondini (viola), Raffaele Ottonello (violoncello)

 1) Intro Dremong (E.Montaldo); 2) Dremong; 3) Disgelo; 4) Diadema;
5) Notte; 6) Finisterre; 7) Rabat girl; 8) Piogge; 9) Inutile; 10) Sangue di Drago;
11) Il negro; 12) Sestiere del molo; 13) Anni Settanta; 14) Le castagne matte.
Testi di Max Manfredi: musiche composte da Max Manfredi insieme a
M.Stefanelli/E.Montaldo n. 2, M.Spiccio n. 3, M.Spiccio/M.Nahum/F.Ugas n.4,
M.Nahum n. 7, F.Ugas/M.Nahum n. 5, F.Ugas n. 6/8/9/10/11/12/13/14.

 Registrazione, missaggio, masterizzazione ed editing, a Genova e Tolmezzo (Ud),
effettuati da Bruno Cimenti per Primigenia Produzioni; assistente di studio Nives Agostinis;
registrazioni addizionali di Matteo Nahum.

Fra l’estate del 2013 e gli inizi del 2014 Max Manfredi ha lavorato su un nuovo progetto musicale, che ha poi dato vita a «Dremong», album uscito per Gutenberg a quasi sei anni di distanza dal precedente, «Luna Persa» (2008, Ala Bianca), che aveva vinto nel 2009 la Targa Tenco come miglior disco, questa volta fra i big, dopo che il suo primo lavoro, «Le parole del gatto» (BMG Ariola), si era aggiudicato nel 1990 lo stesso premio ma come miglior opera prima. Il nuovo progetto è stato curato da Primigenia Produzioni, con Manfredi e Fabrizio Ugas quali produttori artistici, e si avvale della collaborazione, fra gli altri, di musicisti come Matteo Nahum, Elisa Montaldo, Marco Spiccio. Sempre Ugas ha curato gli arrangiamenti, le chitarre e l’impostazione musicale generale, firmando insieme al leader ben dieci delle tredici canzoni contenute nell’album.

Dremong, l’orso tibetano totem del disco, è un inquieto e inquietante essere dal carattere per tradizione malvagio, che tende spesso ad alzarsi sulle zampe in posizione eretta, simile agli Umani, tanto da aver dato origine, secondo alcuni, alla leggenda dello Yeti, l’Abominevole Uomo delle Nevi. Un orso imprendibile che abita le altitudini e le solitudini himalayane, e ogni tanto si mostra al consesso umano… Si rivela davvero molto bella ed efficace al proposito l’immagine di copertina, opera creata per l’occasione da Ugo Nespolo. In «Dremong» l’inquietudine è musa ispiratrice di tredici canzoni senza tempo. I suoni delle tastiere vintage si sposano con quelli delle chitarre classica ed elettrica, i suoni di strumenti tradizionali come il glockenspiel, gli orientali gu–qin e go–zen, i flauti e il violino, con quelli della batteria, delle percussioni e del basso fretless. Siamo infatti in presenza di  un album trasversale, progressive solo nei timbri, nostalgico della world–music europea, affamato di accenni rock.

Se il nuovo disco del cantautore genovese è solo il sesto in una carriera vicina ormai al quarto di secolo, ciò è dovuto sia alla cura quasi maniacale che viene riposta in ogni nuovo lavoro, sia alla sua poliedrica attività, che va dalle molteplici collaborazioni con altri gruppi e musicisti alle fortunate escursioni nei campi del teatro, della letteratura e della didattica. Trasversale, difficile da etichettare, vagabondo dalla musica al teatro, dalla letteratura alla didattica, Max Manfredi è un abilissimo artigiano di musica e parole. Sulla scena da oltre un ventennio, racconta di viaggi, climi, città e metropoli, storie d’amore e di disincanto, prende a schiaffi e carezze, evoca scene meridiane o crepuscolari. Poterlo ascoltare è, per chi già lo conosce e lo ama, un’occasione preziosa. Per i semplici curiosi può diventare un incontro fortunato, lampante e quindi necessario.

Canzoni struggenti, sarcastiche, visionarie, liriche, a volte persino goliardiche; dove le parole sono musicali e la musica poetica: attraverso e oltre le categorie musicali. Difficile stilare una graduatoria fra tredici splendidi brani, ma vogliamo ricordare almeno Disgelo, dominata dalla nostalgia smaccata di un ritorno, che trova sfogo nell’improbabile “amore mio” assente cui si rivolge. Questo “amore mio”, apostrofe tanto vieta e abusata da poter ritornare vergine e necessario, è il testimone della sua voglia di un rifugio, di un luogo dove riconoscersi e tornare. O forse è solo l’esilio–asilo di un gioco di specchi. La tentazione di una quotidianità vissuta fra le maglie di una catastrofe, di una apocalissi annunciata, plausibile, ma mai risolta.

MARIA ROVERAN

«AlleProfondeOriginiDelleRugheProfonde»

Gutenberg 3008

notizie aggiuntive

Maria Roveran (voce), Simone Chivilò (chitarre, programmazioni),
Piero Trevisan (basso elettrico), Moreno Marchesin (batteria).
Nel brano n. 7 è accompagnata da fH Projex (Paolo Segat e Alessandro Cellai)

 1) Piova grigia; 2) Non farti vedere; 3) Latte acido; 4) E va (*);
5) Putea dela luna (#);  6) Indrio soea (*); 7) Backwards (*).
Testi e musiche di M.Roveran (nel brano n. 7 con A.Cellai).
(*) dal film «Piccola Patria», di Alessandro Rossetto (2013)
(#) dal film «La foresta di ghiaccio», di Claudio Noce (2014)

Registrato nello Studio Agnese e il Pappagallo 17 di Treviso
da Simone Chivilò e nello Studio Officine Underground di
Montebelluna (Treviso) da Nicolò Gasparini.

Maria Roveran, classe 1988, talentuosa promessa del nuovo cinema italiano, nata e cresciuta nella terraferma veneziana, ha sempre amato scrivere poesie e canzoni.  Il grande amore per la recitazione la spinge a lasciare gli studi universitari (Trieste, Università di Fisica), cambiando completamente il corso della sua vita, per trasferirsi a Roma, dove frequenta per tre anni il Centro Sperimentale di Cinematografia. Il debutto, subito vincente, nel 2013, la vede già protagonista nel primo lungometraggio “fiction” del documentarista padovano Alessandro Rossetto: «Piccola Patria». Accolto con successo alla Mostra del Cinema di Venezia, la pellicola fa poi il giro del mondo, dall’Olanda agli Stati Uniti. Proprio durante la lavorazione del film Maria Roveran compone alcune canzoni che sarebbero poi entrate nella colonna sonora, tre in tutto: E vaIndrio soea, oltre ad una rielaborazione elettronica di quest’ultima, accorciata nel testo e condita di molta elettronica, grazie all’intervento del celebre duo fH Projex (Backwards).

Il secondo film della giovane attrice veneta, uscito dopo appena un anno, sta ripetendo, forse amplificandolo  il successo di quello del debutto. «La foresta di ghiaccio», di Claudio Noce, film sulla guerra nell’ex-Jugoslavia in cui recita anche Emir Kusturica, non passa inosservato al Festival del Film di Roma e viene quasi subito distribuito nel circuito cinematografico commerciale, non solo in quello d’essai, come il precedente. Nella colonna sonora del film, com’era successo in «Piccola Patria», spicca una canzone della Roveran, Putea dela luna, scritta parte in dialetto, parte in italiano. “Per il provino veniva richiesta una ninna nanna di tradizione popolare” – confessa l’attrice–cantante – “ed io, non conoscendone nessuna in particolare, ne ho composta una per l’occasione, presentandola all’incontro per il casting. Scrivere e cantare spesso mi aiutano ad entrare all’interno delle dinamiche di un personaggio. Quella stessa ninna nanna è stata poi inserita all’interno del film per volontà del regista…”.

Questi quattro brani già ascoltati al cinema, più altre tre canzoni – quelle che aprono in successione il disco – vanno a formare un’opera prima sincera e personale, forse non ancora pienamente matura, ma che le liriche crude e dirette non rendono mai banale. I testi, sia in italiano che in dialetto veneto, raccontano di paesaggi, di vita quotidiana, di rapporti spesso difficili, con la madre ma anche con gli amori finiti, di solitudine e voglia di andarsene dal grigiore di una provincia a tratti soffocante. La musica viene cucita addosso alle canzoni con sensibilità e delicatezza, senza snaturarne la malinconica poesia, da un abile musicista (e produttore) qual è il chitarrista, ma non solo, Simone Chivilò, – anche lui veneziano, ma ha frequentato a lungo Siviglia e Milano – già collaboratore, fra gli altri, di Radiofiera, Massimo Bubola, Eric Andersen.

«AlleProfondeOriginiDelleRugheProfonde» è il primo ma non troppo timido passo di una cantautrice atipica, fuori dal coro, che fa ormai l’attrice di professione ma con una carta in più da giocare: quella della musica. Il cinema le riempie il cuore di canzoni, che a loro volta l’aiutano a costruire il personaggio che deve interpretare. “Cantare” – scrive nelle note di copertina – “mi permette di scavare nella profondità delle mie rughe: c’è sempre tempo per un lifting”. E’ un rapporto sinergico, suggestivo e stimolante, un interscambio sin qui davvero proficuo, quello fra recitazione e musica, le cui potenzialità sono ancora tutte da esplorare. Ma la partenza è già senza dubbio meritevole di considerazione, e non poca.

 

EMILIANO MAZZONI

«Ballo sul posto»

Gutenberg 3007

notizie aggiuntive

Emiliano Mazzoni (voce, chitarre, pianoforte, fisarmonica, batteria),
Luca A. Rossi (chitarre, ukulele, synth, basso elettrico, batteria),
Tiziano Bianchi (tromba).

 1) Mentre piangono le grondaie; 2) Meglio sparire; 3) Il dissoluto;
4) La strada del male; 5) Buon per te luna;  6) Stronzi tutti;
7) Oppure gli han sparato; 8) Pieni di virtù; 9) L’esperto; 10) Spirito e potere;
11) Con queste regole; 12) Canzone di speranza.

 Registrato e missato presso la Catiretta di Piandelagotti (Modena) da Luca A. Rossi
ed Emiliano Mazzoni in marzo/aprile 2012;  masterizzazione di Davide Barbi.

Emiliano Mazzoni è un cantautore modenese, per la precisione di Piandelagotti, un paese dell’Appennino che si trova a 1200 metri di altezza. Inizia a dedicarsi alla musica nel 2000, fondando la band “In Limine”, che nel 2004 approda ad Arezzo Wave e registra un disco autoprodotto. Subito dopo dà vita ai “Comedi Club”, che pubblicano tre album e contano molte apparizioni a concerti e festival, arrivando a compiere nel 2010 un mini tour europeo. L’anno successivo Mazzoni decide di iniziare una nuova esperienza da solista e, mese dopo mese, nasce così «Ballo sul posto», disco prodotto, ma anche suonato – se si esclude qualche intervento della tromba di Tiziano Bianchi – insieme a Luca Rossi, ex “Ustmamò”, registrato tutto nello studio casalingo di Piandelagotti, dove i rumori e la confusione della pianura vengono attutiti, sembrando più che mai lontani.

Emiliano Mazzoni ha le carte in regola per essere definito oggi un cantautore a tutto tondo: esperienza e gavetta, competenza musicale, sia classica che jazzistica, ma soprattutto grande sensibilità d’animo. Quello del suo esordio solistico è un disco intimo ed introspettivo, a tratti bucolico. L’uso del pianoforte è una costante di tutti i brani, ed un suono scarno, essenziale ma profondo, lo rende magico e speciale, una valida alternativa a certo cantautorato italiano dei nostri tempi. Mazzoni guarda con curiosità anche oltreoceano, come dimostra La strada del male, che deve sicuramente qualcosa a Leonard Cohen, canzone intrisa di blues ma anche, grazie ai frequenti interventi della tromba, di sfumature apertamente jazzistiche. Oltre al piano, in questo progetto minimalista sono presenti basso e chitarre, padelle, ukulele, synth e trombe.

In Mentre piangono le grondaie, canzone che apre nel miglior modo l’album, ma anche nell’ironica Oppure gli han sparato, sorta di cantilena laconica e disincantata – questi due motivi appaiono forse, fra tutti, i più facili da memorizzare – la voce di Emiliano Mazzoni ricorda un poco quella di Samuele Bersani. In Stronzi tutti poi, sembra di entrare nel set di un film di Roberto Benigni: ma, nonostante il testo, sono la melodia ed il piano a rendere l’atmosfera magica e poetica, riuscendo a smorzare un poco il tono polemico del titolo.

Non mancano accenni al rock del passato, che l’incedere scarno, ossessivo di batteria e pianoforte rendono ancora più suggestivi. Ciò succede sia in Pieni di Virtù che nell’accattivante crescendo di L’esperto (“…guardavo i bambini giocare coi soldatini, li ho visti ingrandirsi e diventare cretini.”,  “…sparavo petardi tra i piedi delle bambine, ero tra le specie più crudeli ed assassine.”), ravvivate entrambe dall’efficace aggiunta di basso e chitarra elettrica, i cui temi, soprattutto il secondo, hanno la capacità di entrarti nella testa, e di cui fatichi a liberarti. Il disco finisce con un trittico di canzoni che, pur non prive di originalità, si rifanno alla forma più classica del cantautorato italiano, anche se con testi profondi e mai banali. Spirito e Potere è il brano più breve di tutto l’album mentre Canzone di speranza – quasi un richiamo al primo De Andrè – è una chiosa conclusiva che col suo intenso ed allo stesso tempo disteso lirismo appare quanto mai appropriata.

 

LUBJAN

«Comincerò a parlare»

Gutenberg 3006

notizie aggiuntive

Giovanna Lubjan (voce, cori, chitarra acustica),
Floriano Bocchino (Fender Rhodes, pianoforte, synth, programming),
Massimo Di Leo (synth, programming), Stefano Calore (chitarra elettrica).

Aggiunti:  Lucio Fasino (basso) su #7, Enrico Santangelo (batteria) su #4
Antonello Labanca (basso) su #4, Angelo Bonaccorso (corno francese) su #10.

1) Per sempre oltre me; 2) Più niente è come prima; 3) Dorothy;
4) Teatro delle paure; 5) Innocente;  6) Mucchi di sabbia; 7) Sole di giugno;
8) Il veleno nel tempo; 9) Il sorriso di mia figlia; 10) Hanging (remix);
11) Parole assenti (remix); 12) The moon the stars and you.

Prodotto da Floriano Bocchino e Massimo Di Leo; supervisione artistica di Lubjan.
Registrato e missato presso Ooneek Studio di Padova da Massimo Di Leo (2013);
masterizzato presso The Basement Studio di Vicenza da Federico Pelle (2013).

A quattro anni di distanza dal suo ultimo album, Giovanna Lubian, in arte Lubjan, classe 1977, torna sulla scena della canzone d’autore italiana con un disco che con coraggio scava e racconta la tumultuosa inquietudine del divenire adulta. E’ il suo terzo lavoro da leader, che segue l’album del debutto, «One / Uno», del 2005, e quello della conferma, «Monday night», del 2009, anche se non va dimenticata la canzone Back to a time, che ha avuto un largo successo per esser diventata colonna sonora dello spot di un automobile della Daihatsu, contenuta nell’EP «Zerowatt», del 2007.

«Comincerò a parlare» è un’opera scura, a lungo meditata, caratterizzata da testi forti, a volte crudi e sempre visceralmente onesti, capaci di svelare il lato più introverso e privato della sua ispirazione. C’è un’altra grande novità, una svolta artistica profonda nel percorso artistico di Lubjan:  l’utilizzo quasi esclusivo – a parte la ripresa di Hanging e dello standard finale – di testi in lingua italiana, ch’era difficile immaginare in chi si era fatta notare nei primi lavori per una spiccata e inusuale propensione alla scrittura in inglese, frutto anche di un lungo soggiorno giovanile a Eastbourne (Gran Bretagna). Qualcuno era addirittura arrivato a etichettarla come cantautrice “british folk–rock“, definizione che appare oggi quanto mai datata.

Diventare madre ha permesso alla cantautrice padovana di mettersi a nudo per ritrovare un senso nuovo, nonostante la solitudine e il dolore che la  rende consapevole di chi è diventata, accogliendo la diversità e insieme l’unicità che la contraddistingue ora che tutto è cambiato. (Per sempre oltre me, Più niente è come prima). Dorothy e Il sorriso di mia figlia, sono due splendidi omaggi in chiave onirica alla giovinezza e all’infantile ingenuità , alla loro natura felice  che ritorna nel presente per qualche istante a ricordarci la libertà di un sogno.

Ma è nel trittico centrale del disco, che Lubjan impavidamente spalanca le porte al suo inconscio facendo emergere un “altrove” con cui lei stessa ha sempre convissuto per poter colmare i vuoti. Libera dal senso di colpa, in Innocente, trova la forza di rinascere partendo dai suoi fantasmi riconoscendo l’amore come chiave per la nuova innocenza. In un indelebile e raro Sole di giugno tenta di rimettere ordine dopo aver riconosciuto nella ”perdita” l’origine di un non equilibrio che le permette di essere “mutevole e sempre la stessa” penetrando la superficie (Mucchi di sabbia).

In brani come Teatro delle paure e Il veleno nel tempo Lubjan si affaccia sul mondo, raccontando ciò che vede, cogliendo quei dettagli che fanno la differenza e generano una continuità positiva nel vortice della contemporaneità. «Comincerò a parlare» si chiude con il remix di due brani ch’erano già presenti in «Monday night»: Hanging e Parole assenti, curati e prodotti da Massimo Di Leo, che insieme a Floriano Bocchino ha prodotto il disco e compiuto un grande lavoro di ricerca musicale per fare in modo che ogni abito sonoro fosse complementare alle parole del testo; l’universo sonoro si rinnova completamente, senza venir meno alle sue radici di folk singer,  Lubjan  unendo elettronica e creatività concepisce un lavoro qualitativamente alto e prezioso.

NANAUE

«Nanaue»

Gutenberg 3005

notizie aggiuntive

Emiliano Deferrari (voce, chitarra, basso elettrico),
Matteo Nahum (chitarre, tastiere, live electronics, arrangiamenti),
Daniele Pinceti (basso elettrico),  Marco Biggi (batteria).
Aggiunti :  Gianluca Nicolini (flauto), Roberto Piga (violino),
Raffaele Rebaudengo (viola), Alberto Pisani (violoncello),
Fabiano Cudiz (tromba), Vladimiro Cainero (corno francese),
Adriano Strangis (trombone), Alessandro “Bosketto” Bosco (sax tenore).

1) Intro; 2) Charming gaze; 3) Nanaue; 4) Meet the Aeolist;
5) Eternal lover;  6) Perspectives; 7) Sleepy drive; 8) Nanaue (reprise).

Registrato a Roma e Genova tra il 2008 ed il 2013 da Roberto “Robbo” Vigo;
missato da Matteo Nahum e “Robbo” Vigo a Genova; masterizzato da Bruno Cimenti.

Nanaue è un semidio della mitologia hawaiana. La canzone dal titolo omonimo è nata prima di decidere di chiamare così l’intero progetto, e racconta del ritrovamento del corpo di Nanaue su una spiaggia, evento che dà origine a una serie di considerazioni. Nanaue è un semidio con una doppia anima ed un doppio corpo, la testa e il tronco dello squalo e il resto del corpo dell’uomo. La sua natura è essere diviso tra l’istinto per la caccia e il sangue ed il bisogno di amore, istinti contrastanti che sono anche all’origine della sua fine.

Nanaue è anche il nome di una band, di un album e di una canzone.  Ognuna delle incarnazioni di questo nome, ovvero il duo compositivo formato da Emiliano Deferrari e  Matteo Nahum, il loro album e la title–track, può essere descritta usando le stesse parole: libertà compositiva, creatività, anacronistica passione per il racconto, matrimonio perfetto tra libera ispirazione, sudore della performance e ricerca formale.

Il matrimonio a tre potrebbe sembrare scandaloso, ma l’ascolto della sezione ritmica pulsante, delle storie “recitate cantando” insieme alla purezza degli archi amalgamati con legni ed ottoni non lascia dubbi. Parlare di rock, song–writing, avant–pop, prog, non porta lontano da Nanaue, ma non ne descrive pienamente la complessità. Per chi è alla ricerca di etichette forse “art rock” è la più azzeccata, soprattutto perché Matteo Nahum ed Emiliano Deferrari, entrambi genovesi (ma il secondo da qualche anno si è trasferito a Roma) e polistrumentisti, approdano a questo progetto dopo diversi lavori solisti e le più disparate collaborazioni artistiche, non soltanto musicali – Nahum, stretto collaboratore di Max Manfredi, ha suonato nel disco di Cristiano Angelini, «L’ombra della mosca», di cui è anche arrangiatore, che ha vinto il Premio Tenco come migliore Opera Prima nel 2011 – ma anche legate alla danza, al teatro, alla performance ed alle arti visive. Non va poi dimenticato che entrambi hanno fatto parte, seppur in momenti diversi, dei Real Dream, tra le cover band dei Genesis più conosciute in Italia. Nanaue è una band che scrive canzoni, e l’album – il primo, dopo sei anni di attività e lavoro comune – ne contiene una raccolta omogenea e variegata al tempo stesso, inserito in una tela armonica wagneriana, dal prog di Charming gaze, al blues di Eternal lover (ma è un’anima blues declinata con la libertà e lo spazio dei Pink Floyd), dal cantabile latin, che profuma di David Byrne, di Meet the aeolist al psichedelico gospel di Sleepy Drive od alla visionaria ripresa finale di Nanaue, sorta di “ghost track” aggiunta.

Racconta Matteo Nahum che “il progetto Nanaue nasce nel 2007 dall’incontro con Emiliano Deferrari. Galeotto fu MySpace, ed una serie di frequentazioni comuni nell’ambiente musicale genovese. Dopo aver sentito il suo disco solista ho capito che avrei voluto assolutamente scrivere qualcosa con lui. Direi che abbiamo scoperto molte affinità e, dalla prima canzone del 2007 ad oggi, abbiamo scritto una ventina di brani, di cui solo una parte è stata pubblicata su questo disco, ma altri, peraltro già presenti nella scaletta dei concerti, andranno a comporre il secondo album, su cui stiamo già lavorando”. I due musicisti genovesi, artefici del progetto, non esitano a confessare che King Crimson, Pink Floyd, Genesis, Yes, oltre che i Beatles naturalmente (che riecheggiano in alcuni raffinati arrangiamenti) costituiscono, insieme al jazz e al klezmer, a Mahler ed alla canzone d’autore, il fondamento della loro formazione musicale, ancor oggi dei punti di riferimento stimolanti quanto irrinunciabili.

Ha scritto Guido Festinese sull’inserto “Alias” del Manifesto: “Ascolti il primo brano, e sembra di precipitare in una landa incantata che sta tra «The lamb» dei Genesis e il primo album di Peter Gabriel, Con le chitarre floydiane di Gilmour. Terra incognita sinuosa ed affascinante. Nanaue è un duo di compositori e polistrumentisti attivi spesso in tutt’altri contesti: quando fanno art rock, rispettano alla lettera cosa dovrebbe essere questa musica: memoria di una stagione irripetibile e futuro assieme”.

FABRIZIO ZANOTTI

«Sarò libero! il concerto»

Gutenberg 3004

notizie aggiuntive

Fabrizio Zanotti (voce, chitarra, armonica), Matteo Nahum (chitarra),
Enrico Perelli (pianoforte, tastiere, fisarmonica), Silvano Ganio Mego (basso elettrico),
Daniele Pavignano (batteria, percussioni), Federica Albertella e Riccardo Gifuni (cori);
Coro Bajolese diretto da Amerigo Vigliermo, Ensemble Lorenzo Perosi
(Marcello Bianchi e Massimo Coco, violini, Krystyna Porebska, viola, Gianni Boeretto, violoncello).

1) Fischia il vento; 2) E c’è una storia che mi piace ascoltare; 3) La mia divisa;
4) Olive da friggere forte; 5) Inclinato ad Oriente; 6) Facce di fango; 7) Il ponte;
8) Poco di buono; 9) Bandiera; 10) L’universo che ora dorme; 11) Sarò libero;
12) Matrioska; 13) Il mare se bagna Milano; 14) I giovani; 15) Chini Marco;
16) Se non ora quando? (mena le mie idee); 17) Musicalenta; 18) O bella ciao.

Registrato dal vivo al Teatro Giacosa di Ivrea il 24 aprile 2012 da Alberto Macerata;
mixing e mastering di Bruno Cimenti; produzione esecutiva di Primigenia;

Piemontese di nascita ma pugliese d’origine, Fabrizio Zanotti ha realizzato a partire dal 1991 svariati progetti artistici, ma è nel 2003, con il gruppo Foce Carmosina che il suo lavoro catalizza l’attenzione nazionale, realizzando il film–concerto «Sacco e Vanzetti, canzoni d’amore e libertà», con cui approda al Teatro Sistina ed a Rai Cinema. Il video dello spettacolo, realizzato da Giuliano Montaldo, regista dell’omonimo film, viene pubblicato dal quotidiano L’Unità in 30.000 copie.
Nel 2005 Zanotti scrive Poco di buono, canzone dedicata alla Resistenza cantata con Claudio Lolli, incisa dallo stesso Lolli (unico brano altrui sin qui cantato dal cantautore bolognese) nell’album «La scoperta dell’America», reinterpretata dai Gang nel 2011 in «La Rossa Primavera». Il suo primo disco da solista è del 2007, «Il ragno nella stanza», cui segue nel 2010 «Pensieri Corti», realizzato in collaborazione con Libera, associazione contro le mafie. Nel 2011 il cantautore piemontese vince la prima edizione del Concorso Nazionale di Musica e Poesia Giuseppe Moretti ideato da Dacia Maraini.
Nel 2013 esce quindi «Sarò Libero! – il concerto», sostanzioso estratto dell’esibizione tenutasi il 24 aprile 2012 al Teatro Giacosa di Ivrea, con 16 canzoni in quasi 80 minuti, e spezzoni, in particolare nelle tracce 7 e 14, del discorso tenuto nel 1954 nella stessa città da Piero Calamandrei, a dieci anni da una storica impresa del locale raggruppamento partigiano, rievocata anche dalla già citata Poco di buono, uno dei pezzi forti del disco, qui riletta con l’ausilio del Coro Bajolese e dedicata, dopo un lungo e commosso applauso del pubblico, al partigiano Amos Messori D’Artagnan, presente in sala.
Non è un caso che l’album – da valutare nel suo complesso, come una sorta di vera e propria opera in canzone – si apra con una registrazione d’epoca di un’icona come Fischia il vento, poi sviluppata dal coro, e si chiuda con una versione corale e suggestiva di O bella ciao. Nel repertorio troviamo canzoni che appartengono a diversi periodi dell’artista, ma anche qualche inedito. Tra le prima spicca La mia divisa, prezioso lavoro d’intreccio fra le voci ed il quartetto d’archi Lorenzo Perosi, mirabilmente arrangiato dal chitarrista genovese Matteo Nahum, che si conclude sulle parole di Calamandrei, ponte tra la Resistenza di ieri ed il significato che potrebbe avere quella di oggi.
Dal già citato film–concerto arrivano invece Inclinato ad oriente, Olive da friggere forte e E c’è una storia che ci piace ascoltare”, quest’ultima scritta a quattro mani con Lino Ricco, come anche l’inedita Il mare se bagna Milano. Sono inedite anche Se non ora quando? e Bandiera, i cui testi sono stati scritti con Valentina La Barbera, il primo in occasione delle manifestazioni omonime del 2011, il secondo durante le ricerche effettuate per preparare lo spettacolo, quando Fabrizio e Valentina vengono colpiti dalla storia di Pasquale Educ “Bandiera”, giovane partigiano delle Valli di Lanzo (terza Brigata Matteotti), fucilato nell’ottobre 1944 a soli 17 anni. “Poco di buono” o “banditi”, così venivano chiamati coloro che liberarono l’Italia dall’occupazione nazifascista. Ed anche (soprattutto) a loro, questo bel lavoro di Zanotti è dedicato.

REBIS

«Naufragati nel deserto»

Gutenberg 3003

notizie aggiuntive

Alessandra Ravizza (voce), Andrea Megliola (chitarre, mandolino, fisarmonica),
Edmondo Romano (sax soprano, clarinetto, mizmar, low whistle, bansuri),
Roberto Izzo (violino), Paolo Marasso (contrabbasso),
Edoardo Lattes (basso elettrico), Luciano Zangari (batteria).
Ospiti: Anna Palumbo (clarinetto) nel brano n° 6,
Victor Hernan Godoy Martini (violino) nel brano n° 8,  Andrea Trabuco (pandeiro)
e Guido Ponzini (viola da gamba) nel brano n° 11.

1) La terza via; 2) Pir meu cori; 3) L’attesa; 4) Un mare; 5) Domani;
6) Naufragata nel deserto; 7) La neve e le rose; 8) Ya Yasmina attunsiyya;
9) La notte di San Giovanni; 10) Tra le nuvole; 11) Alla luce;
12) Riflessi di tegole; 13) Qualcuno, nessuno (ghost track).

Registrato a Genova nel 2012, mixing e mastering di Bruno Cimenti;
produzione artistica di Andrea Megliola; produzione esecutiva di Primigenia

Il progetto musicale Rebis nasce nel 2008 dall’unione degli intenti artistici della cantautrice e “apprendista arabista” Alessandra Ravizza – voce nitida, davvero personale, la sua – e del compositore–arrangiatore Andrea Megliola, eccellente chitarrista. Il termine Rebis è una parola di derivazione latina (res bina) la cui radice è emblema dell’equilibrio e dell’unione degli opposti. Voci, corde, archi e percussioni danno vita ad una canzone d’autore contaminata da sonorità mediterranee e melodie arabe. Le lingue s’intrecciano in un alternarsi di italiano, arabo classico, francese e siciliano antico. L’obiettivo dei Rebis è creare attraverso le canzoni “ponti emotivi” tra il sud dell’Europa ed il nord dell’Africa. Con questo spirito hanno dato vita a «Naufragati nel deserto», disco d’esordio atipico, perché già lavoro profondamente maturo e complesso (se quattro anni d’attesa possono sembrare troppi, ad ascoltare il risultato finale ne è veramente valsa la pena).
L’album è stato da loro stessi definito come un “dolce naufragio nel deserto polveroso della nostra modernità”. Il deserto come metafora del mondo che ci circonda, un deserto fatto di desolazione, di avversità e a volte di persone e di indifferenza, ma anche come “luogo –non luogo” dell’io, punto di arrivo e di partenza. Un viaggio attraverso i sentimenti dell’essere umano che unisce le persone al di là dei confini geografici e culturali.
Partendo dalla lezione della scena cantautorale genovese e da quella pietra miliare che è stata Creuza de Ma, ma senza comunque dimenticare quanto di buono è venuto con il tempo da un po’ tutti i paesi mediterranei, i testi – tutti di Alessandra Ravizza – spesso giocati su immagini e metafore, riflettono paure e speranze, sempre caratterizzati da una forte passionalità, che però nasconde spesso anche una fragilità di fondo.
In un disco estremamente variegato ma dalla forte coerenza artistica, si passa con estrema naturalezza dal siciliano nobile di Pir meu cori alligrari, rielaborazione di un antico componimento poetico del tredicesimo secolo, alle speranza di rinascita di L’attesa, passando per i testi in arabo di Un mare e Naufragata nel deserto (”Ma nelle onde del deserto non si può annegare, forse perdersi o meglio cambiare strada” : sono parole tratte dalla canzone forse più emblematica del disco) fino alle struggenti Ya Yasmina Attunsiyya e Riflessi di Tegole, sentito tributo alla città di Genova. Chiude il disco Qualcuno, nessuno, colonna sonora dell’omonimo cortometraggio, aggiunta alla scaletta come “ghost track”, piccolo gioiellino che sarebbe stato un peccato escludere.
Da sottolineare infine la recente quanto importante partecipazione del duo genovese  al Festival Italiano di Suzhou, in Cina (novembre 2012), a rappresentare la cultura, nel senso più ampio del termine, italiana all’estero, viaggio reso possibile grazie al MEI (Meeting delle Etichette Indipendenti) di Faenza, che tanto ha fatto in questi ultimi anni per la musica italiana.

AUGUSTO FORIN

«Aspirina Metafisica»

Gutenberg 3002

notizie aggiuntive

Augusto Forin (voce, chitarra), Roberto Logli (pianoforte), Pino Parello (basso),
Paolo De Gregorio (batteria), Marica Pellegrini (percussioni, cori),
Marco Fadda (tabla), Francesca Rapetti (flauto, cori), Elena Cimarosti (cori),
Paolo Cogorno (tastiere, cori). Ospiti: Luca Cimadorno (fischio)
nel brano n° 2, Max Manfredi (voce), nel brano n° 6.

1) Amanti distanti; 2) Scusa; 3) L’oriente del nord; 4) Una questione di educazione;
5) Vagon Lit; 6) Sbagliare d’autobus; 7) Passeggiando; 8) Scarpe rotte;
9) Aspettando su una pensilina; 10) Il tempo perso; 11) Quello che manca.

Registrato a Genova nel 2009; re–mixing e re–mastering di Bruno Cimenti nel 2012

Il disco – riedizione di un lavoro già pubblicato nel 2010 – si apre con una poesia intitolata “Cinquantaparole” di Francesca Litolatta Biaghetti, che è anche autrice delle immagini di copertina: si tratta di un testo dal sapore neo–beat e quasi “nonsense”, stampato anche nell’inlay e letto da una voce femminile in delay. Nel booklet invece, tra decine di oggetti impressi in una quiete disordinata, spuntano Spagna veloce e Toro futurista di Filippo Tommaso Marinetti, segno che la parola scritta ha qui un’importanza cruciale, è motore dell’opera. Augusto Forin, nato in provincia di Genova nel 1956, ex-odontotecnico passato al basso elettrico e quindi alla canzone, è degno di collocarsi nel solco della migliore tradizione inaugurata da Paolo Conte,e che pesca da lì la sonorità dei propri brani ed anche la sua sintassi musicale perfettamente in equilibrio tra folk e vago sapore di jazz. Negli anni ha partecipato a numerosi progetti musicali, suonando tra gli altri con Max Manfredi, apprezzato cantautore genovese; è quella loro, infatti, una terra che continua a portare in primo piano la propensione al “songwriting”, ad una narrazione anche fiabesca e sospesa del quotidiano. Il suo «Aspirina metafisica» è un album che si muove agilmente tra i temi della vita di tutti i giorni, dai piccoli accadimenti come lo Sbagliare d’autobus all’amore, sempre cercato, rincorso, con una vena romantica che non appare mai banale né eccessiva. Le undici canzoni scorrono con intelligenza e sembrano un’unica storia da raccontare, punto per punto, simile a una camminata tra i  caruggi dietro il ritmo dei passi. Ma oltre alle parole contribuiscono alla riuscita del lavoro le scelte musicali, come ad esempio il costante ed energico ricorso alle percussioni, l’uso dei cori “ad hoc”. La sonorità diventa spesso l’assoluta protagonista delle storie, capace di legare le tracce l’una all’altra, come le sequenze d’un film. Questo grazie anche al prezioso lavoro di Bruno Cimenti, che ha remixato, rieditato e rimasterizzato questo lavoro che era uscito una prima volta nel 2010, ma che ora appare davvero soddisfacente e completo, sotto ogni punto di vista. Scrive Roberto Brunelli su “L’Unità”: «E’ un piccolo mondo alternativo, quello contenuto in «Aspirina metafisica», album registrato con grande sapienza e diabolica cura, sofisticato con calore mediterraneo e l’intelligenza di una milonga, dei cuori che bruciano per il mal di luna o per una sigaretta spenta troppo presto. Scrive con estrema perizia, Augusto, tuffandosi anima e corpo nelle passioni mai sopite, cosa sorprendente in un’Italia che le proprie passioni sembra averle dimenticate. Racconta storia con la complicità di un gruppo di eccellenti musicisti …». Dice infine di sé Forin: «Non mi sento un cantautore! Non mi sento un musicista. Ma sento l’esigenza di esprimermi e lo faccio usando i mezzi che conosco. Così mi ritrovo a scarabocchiare fogli di carta o a scrivere frasi che li per li mi sembrano belle e importanti; parole in forma di poesia che lascio decantare e che poi ripudio o faccio mie … mi ritrovo a prendere la chitarra e a strimpellare arpeggi o strappare accordi finché non trovo un ritmo che mi culla od un’armonia che mi consola. A volte si crea una magia: la musica si unisce alle parole e nasce una canzone. E così comincio a cantarla, dieci, cento, mille volte: finché non diventa parte di me.».

CRISTIANO ANGELINI

«L’ombra della mosca»

Gutenberg 3001

notizie aggiuntive

Cristiano Angelini (voce), Matteo Nahum (chitarre), Marco Spiccio (pianoforte),
Federico Bagnasco (contrabbasso), Daviano Rotella (batteria).
Ospiti: Franco Piccolo (fisarmonica), Stefano Cabrera (violoncello), Roberto Izzo (violino),
Edmondo Romano (cornamusa, sax soprano), Gianluca Nicolini (flauto),
Vladimiro Cainero 
(corno francese), Vittorio De Scalzi, Max Manfredi, Nives Agostinis (voce)

1) Il profumo del canto; 2) L’aroma del caffè; 3) La juta di Klaus; 4) La polvere dei guai;
5) La conta dei passi; 6) La liberté; 7) L’iscariota;8) Aisha la maga;
9) L’ombra della mosca; 10) Il baro; 11) Stagioni; 12) Le Capitaine Lucien (ghost track).

Registrato a Genova e Prato Carnico (Ud), novembre 2009/marzo 2010, da Bruno Cimenti

Se volete sapere quale può esser una delle possibili direzioni della canzone d’autore italiana, ascoltate «L’ombra della mosca», disco raffinato e intenso, testimonianza della vitalità di una scuola, quella genovese, che parte da Fabrizio De André ed arriva a Max Manfredi. Spiccano l’intelligenza dei testi, la ricercatezza delle musiche, la varietà etimologica ed etnologica del fare canzoni. Cristiano Angelini non è un ragazzino, sono anni che bazzica nel mondo del cantautorato genovese, facendo nel frattempo il neurobiologo (sua principale attività lavorativa), ma solo ora, superata la soglia dei quaranta, arriva a pubblicare un disco, non a caso già sorprendentemente maturo. Siamo quindi in presenza di un album d’esordio a dir poco atipico, dopo vent’anni passati sulle scene, con esperienze che vanno dagli inizi etno–rock alla traduzione di brani inediti di George Brassens. E’ un disco ben strutturato, con arrangiamenti che sanno assecondare i ritmi della parola, sfruttando le inflessioni quasi umane del violoncello e le atmosfere crepuscolari della fisarmonica, ma anche gli inserti di cornamusa, flauto, corno francese. Il pianoforte di Marco Spiccio e le chitarre di Matteo Nahum fanno il resto, ossia danno vita e colore ai testi. «L’ombra della mosca» è un’opera che si caratterizza soprattutto per una scrittura densa, sempre ben organizzata. Come per un buon vino rosso, bisogna far decantare l’ascolto, saper aspettare e gustare, sino in fondo. Il mondo di Angelini è un continuo alternarsi di ombre e di luci, di figure retoriche e giochi di suoni, e i suoi personaggi vivono al confine del reale, mostrando di sé i lati più oscuri. È il caso di un Babbo Natale che decide di scendere dal suo carro volante in La Juta di Klaus, o di Giuda che accetta il ruolo di traditore per il troppo amore che lo lega a Cristo, in L’iscariota, una delle canzoni più riuscite, o di Aisha la maga. Il viandante di La polvere dei guai, per esempio, si confonde in un gioco di specchi con chi resta a vederlo andare via, mentre si incrociano lungo le strofe le voci di Angelini e Vittorio De Scalzi. L’impressione è quella di essere finiti in una locanda dei destini incrociati, seduti ad un tavolo ad ascoltare parole e suoni che vengono da lontano e che per questo non si lasciano cogliere al volo. Ma al tempo stesso i versi nascondono illuminazioni sorprendenti, come nel brano che dà il titolo all’album, e che si arricchisce del timbro profondo della voce di Max Manfredi. O come per l’unica cover presente, la deliziosa La libertè, omaggio allo spezzino Franco Fanigliulo, tragicamente scomparso e troppo presto dimenticato,  che la cantava una trentina d’anni fa. Infine, come per tutte le bottiglie che si rispettino, una piccola sorpresa: una dodicesima traccia fantasma, “ghost track” che naturalmente non compare nelle informazioni in copertina, Le capitaine Lucien, dedicata a Luciano Barbieri, animatore dell’Infermeria del Premio Tenco. Il brano è cantato con la partecipazione di almeno sei cantautori e musicisti genovesi: il gioco è cercare di riconoscerli, senza che il libretto ne faccia alcuna menzione. Ha così parlato in un’intervista di Genova, città in cui vive da tempo, Cristiano Angelini: “La musica genovese è sempre in fermento… Vivere Genova è diverso di vivere a Genova. In questa città respiri la canzone, gli autori sono i paesaggi umani con cui hai a che fare tutti i giorni ed impari che non è facile spiegare quello che senti e lo fai nel modo che ritieni più opportuno. Non so se si possa parlare di scuola, ma so che qui esiste un modo ed un mondo che non c’è in altre città. La tradizione della canzone d’autore a Genova è autorevole, ma l’intensità credo che sia legata alle frequentazioni ed alle ambientazioni che questa città offre quotidianamente …”. Il cantautore spezzino parla quindi dei suoi primi passi: “…Ho iniziato a scrivere canzoni a 15 anni. Mi piaceva il modo di pensare jazz con l’anima del rock, ma rigorosamente in italiano. Erano gli anni ’80, e tutti cantavano in inglese, perché la lingua era ritenuta più musicale…. Non ho mai pensato fosse vero. Ho quindi cercato i suoni della lingua italiana, quelli giusti per quella musica. E sono venuti. Poi l’incontro con la canzone d’autore, che ha accompagnato la mia vita da sempre. Un modo nuovo di essere jazz. Non di fare jazz, ma di esserlo…”.

Sulla qualità del lavoro avevamo visto giusto, se è vero che il disco di Angelini ha vinto il Premio Tenco 2011 come miglior opera prima.

 

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