
CRISTIANO ANGELINI
«L’ombra della mosca»
Gutenberg 3001
notizie aggiuntive
Federico Bagnasco (contrabbasso), Daviano Rotella (batteria). Ospiti: Franco Piccolo (fisarmonica), Stefano Cabrera (violoncello), Roberto Izzo (violino), Edmondo Romano (cornamusa, sax soprano), Gianluca Nicolini (flauto), Vladimiro Cainero
(corno francese), Vittorio De Scalzi, Max Manfredi, Nives Agostinis (voce)
1) Il profumo del canto; 2) L’aroma del caffè; 3) La juta di Klaus; 4) La polvere dei guai;
5) La conta dei passi; 6) La liberté; 7) L’iscariota;8) Aisha la maga;
9) L’ombra della mosca; 10) Il baro; 11) Stagioni; 12) Le Capitaine Lucien (ghost track).
Se volete sapere quale può esser una delle possibili direzioni della canzone d’autore italiana, ascoltate «L’ombra della mosca», disco raffinato e intenso, testimonianza della vitalità di una scuola, quella genovese, che parte da Fabrizio De André ed arriva a Max Manfredi. Spiccano l’intelligenza dei testi, la ricercatezza delle musiche, la varietà etimologica ed etnologica del fare canzoni. Cristiano Angelini non è un ragazzino, sono anni che bazzica nel mondo del cantautorato genovese, facendo nel frattempo il neurobiologo (sua principale attività lavorativa), ma solo ora, superata la soglia dei quaranta, arriva a pubblicare un disco, non a caso già sorprendentemente maturo. Siamo quindi in presenza di un album d’esordio a dir poco atipico, dopo vent’anni passati sulle scene, con esperienze che vanno dagli inizi etno–rock alla traduzione di brani inediti di George Brassens. E’ un disco ben strutturato, con arrangiamenti che sanno assecondare i ritmi della parola, sfruttando le inflessioni quasi umane del violoncello e le atmosfere crepuscolari della fisarmonica, ma anche gli inserti di cornamusa, flauto, corno francese. Il pianoforte di Marco Spiccio e le chitarre di Matteo Nahum fanno il resto, ossia danno vita e colore ai testi. «L’ombra della mosca» è un’opera che si caratterizza soprattutto per una scrittura densa, sempre ben organizzata. Come per un buon vino rosso, bisogna far decantare l’ascolto, bisogna saper aspettare e gustare, sino in fondo. Il mondo di Angelini è un continuo alternarsi di ombre e di luci, di figure retoriche e giochi di suoni, e i suoi personaggi vivono al confine del reale, mostrando di sé i lati più oscuri. È il caso di un Babbo Natale che decide di scendere dal suo carro volante in La Juta di Klaus, o di Giuda che accetta il ruolo di traditore per il troppo amore che lo lega a Cristo, in L’iscariota, una delle canzoni più riuscite, o di Aisha la maga. Il viandante di La polvere dei guai, per esempio, si confonde in un gioco di specchi con chi resta a vederlo andare via, mentre si incrociano lungo le strofe le voci di Angelini e Vittorio De Scalzi. L’impressione è quella di essere finiti in una locanda dei destini incrociati, seduti ad un tavolo ad ascoltare parole e suoni che vengono da lontano e che per questo non si lasciano cogliere al volo. Ma al tempo stesso i versi nascondono illuminazioni sorprendenti, come nel brano che dà il titolo all’album, e che si arricchisce del timbro profondo della voce di Max Manfredi. O come per l’unica cover presente, la deliziosa La libertè, omaggio allo spezzino Franco Fanigliulo, tragicamente scomparso e troppo presto dimenticato, che la cantava una trentina d’anni fa, unico brano in cui Angelini non è coinvolto come autore. Infine, come per tutte le bottiglie che si rispettino, una piccola sorpresa: una dodicesima traccia fantasma, “ghost track” che naturalmente non compare nelle informazioni in copertina, Le capitaine Lucien, dedicata a Luciano Barbieri, animatore dell’Infermeria del Premio Tenco. Il brano è cantato con la partecipazione di almeno sei cantautori e musicisti genovesi, e il gioco è cercare di riconoscerli, senza che il libretto ne faccia alcuna menzione.
Ha così parlato in una recente intervista di Genova, città in cui vive da un po’ di tempo, Cristiano Angelini: “La musica genovese è sempre in fermento… Vivere Genova è diverso di vivere a Genova. In questa città respiri la canzone, gli autori sono i paesaggi umani con cui hai a che fare tutti i giorni ed impari che non è facile spiegare quello che senti e lo fai nel modo che ritieni più opportuno. Non so se si possa parlare di scuola, ma so, da non genovese di origine, che qui esiste un modo ed un mondo che non c’è in altre città. La tradizione della canzone d’autore a Genova è autorevole, ma l’intensità credo che sia legata alle frequentazioni ed alle ambientazioni che questa città offre quotidianamente…”. Il cantautore spezzino parla quindi dei suoi primi passi: “…Ho iniziato a scrivere canzoni a 15 anni. Mi piaceva il modo di pensare jazz con l’anima del rock, ma rigorosamente in italiano. Erano gli anni ’80, e tutti cantavano in inglese, perché la lingua era ritenuta più musicale…. Non ho mai pensato fosse vero. Ho quindi cercato i suoni della lingua italiana, quelli giusti per quella musica. E sono venuti. Poi l’incontro con la canzone d’autore, che ha accompagnato la mia vita da sempre con lo strano appeal di essere straordinariamente ammaliante. Un modo nuovo di essere jazz. Non di fare jazz, ma di esserlo…”.
