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MARCELLO TONOLO TRIO

«Second Take»

Caligola 2149

notizie aggiuntive

Marcello Tonolo (piano), Marco Privato (double bass), Jimmy Weinstein (drums).

1) It could happen to you; 2) Lover; 3) Nice work if you can get it;
4) My funny Valentine; 5) Love walked in; 6) I’m old fashioned;
7) Wrap your troubles in dreams; 8) Get out of town.

A meno di due anni da «Lazy afternoon» (Caligola 2131), Marcello Tonolo ripropone con lo stesso trio un altro album a tema, in cui non suona brani originali – benché sia compositore prolifico e personale – limitandosi a rileggere dei classici della canzone americana degli anni ’30 e ’40, brani scritti appositamente per il musical di Broadway ed il cinema hollywoodiano, e che pure hanno contribuito in modo considerevole allo sviluppo del jazz, fornendo dello splendido  materiale a tutti gli improvvisatori del secondo dopoguerra. Il trio appare decisamente maturato, sia nella sonorità collettiva che nel linguaggio espressivo dei suoi singoli componenti, e conferma  che il processo evolutivo del jazz, anche nelle sue forme più avanzate, non può prescindere dalla conoscenza della propria storia. Forniscono anche in questo caso un’utile ed intelligente chiave di lettura alla musica le note di copertina di Ambrogio De Palma, arrangiatore e docente assai stimato. In quello che potrebbe esser ormai definito lo “Standard Trio” italiano – ogni riferimento al celeberrimo trio di Keith Jarrett non è affatto casuale –  stanno assumendo un ruolo sempre più autorevole sia il giovane contrabbassista Marco Privato che il più esperto batterista americano Jimmy Weinstein, in grado come pochi di abbinare fantasia ritmica e musicalità, qualità mediate dalle non troppo lontane frequentazioni dell’avanguardia newyorkese. E’ davvero gustoso quella sorta di Harlem Stride con cui il trio introduce Wrap troubles in dream riportandoci, anche se solo per pochi secondi, ai fasti della Victor degli anni ‘30. Altrettanto riuscite sono anche le versioni di classici sin troppo inflazionati come It could happen to you e I’m old fashioned. In ballad delicate come Lover  e My funny Valentine, a dominare è invece la poetica del sentimento, che conferma la rara capacità del pianista veneziano di mettere a nudo gli stati emozionali più intimi dell’animo. Sembrano voler invece aderire ad una poetica del “frammentismo” sia Nice work if you can get it che Love walked in, brani in cui il trio appare poter “forzare” la forma chiusa propria delle composizioni, pur conservando gli stilemi tradizionali del song. Che le scelte musicali di Marcello Tonolo, pianista di grande talento quanto sottovalutato, riescano sempre a distinguersi per la loro raffinatezza, appare ancor più evidente nel brano di chiusura del disco, la magnifica Get out of town di Cole Porter.

NORBERT DALSASS

«1/2 A Dozen» (Chacmools)

Caligola 2148

notizie aggiuntive

Titta Nesti (vocal), Marco Gotti (alto & soprano sax, clarinet),
Achille Succi (alto sax, bass clarinet), Maurizio Brunod (guitars, electronics),
Norbert Dalsass (double bass),Stefano Bertoli (drums, percussion).

1) Never more; 2) After hours; 3) Minuetto; 4) Bigio Bond;
5) Lone flower; 6) Oggetti riciclati; 7) Kirke; 8) The hands of Khalifa.

Il contrabbassista altoatesino Norbert Dalsass, è attivo nel jazz da oltre un ventennio. Dal 1993 è membro di un trio, Jazz Fantasy, con Michele Giro al piano e Roman Hinteregger alla batteria, intorno a cui hanno gravitato molti importanti ospiti, da Tino Tracanna a Franco Ambrosetti. Fra le molte incisioni realizzate, meritano di venire ricordate almeno «Modus», del 1999, e «Between», ultimo lavoro, datato 2008. Ma Dalsass ha guidato anche, per un breve periodo, un ensemble più nutrito, denominato Just Alpin, di cui è uscito nel 2006  un interessante album, «Walkin’ on fire». Sulla scia di questo progetto, in cui le libertà dei singoli debbono necessariamente sottostare alle regole più rigide di un’orchestra, si colloca anche «1/2 a dozen», primo di due dischi in uscita per Caligola, che vede all’opera un originale sestetto (mezza dozzina, appunto). I sei purosangue, pur domati, si muovono in piena tensione, e ciascuno è un solista così come tutti e sei sono un’orchestra. Qualcosa che sta fra Charles Mingus e Don Cherry, Ornette Coleman e Paul Motian, ma rivisto con gusto e sensibilità assolutamente europee. Nell’album le ance di Achille Succi e Marco Gotti si completano alla perfezione, mentre Titta Nesti ci regala sprazzi di pura ed astratta arte vocale. Con Dalsass, le chitarre di Maurizio Brunod e la batteria di Stefano Bertoli formano una sezione ritmica che unisce solidità a inventiva. Dallo sperimentale Never more al quasi africano After hours, dall’intensa preghiera di Lone flower, con la voce della Nesti e la chitarra blues di Brunod in primo piano, all’ipnotica danza di The hands of khalifa, con un’introduzione mozzafiato del clarinetto basso di Succi, gli otto brani di «1/2 a dozen» scorrono con fluidità e senza cali di tensione, come parti di un’unica suite. Restano, alla fine, un senso di sazietà ma anche il piacere di aver preso parte ad un avvincente viaggio fra suoni e visioni in una dimensione quasi extrasensoriale. Con in più la viva curiosità di assaporare al più presto anche la seconda parte di quest’esperienza, «The Trio», disco in uscita entro il 2012, dove una formazione ridotta, quasi scarna nella sua essenzialità, dà vita ad un diversa lettura di un’opera più complessa, denominata «Chacmools», che assume anche la veste di un libro in formato ellepì 33 giri, molto curato nella grafica, con immagini e testi, oltre che i due Cd già citati.

CLAUDIO FASOLI “FOUR”

«Avenir»

Caligola 2147

notizie aggiuntive

Claudio Fasoli (tenor and soprano sax), Michele Calgaro (electric guitar),
Lorenzo Calgaro (double bass), Gianni Bertoncini (drums, electronics).

1) Far Islands; 2) Len; 3) Waterhole dance; 4) No kidding;
5) Fyra; 6) Nyspel; 7) The man in the ivory tower; 8) Legs.

Dopo tre dischi in quattro anni alla testa dell’Emerald Quartet, con questo nuovo lavoro Claudio Fasoli sembra mutare completamente la direzione del suo percorso musicale, senza tradire per questo una personale e subito riconoscibile cifra stilistica. Per farlo ha cambiato tutti i compagni di viaggio, sostituendo il pianoforte con la chitarra elettrica, ma scegliendo anche di utilizzare in modo massiccio l’elettronica. La scelta è ricaduta su compagni di viaggio non occasionali – lui, veneziano di origine, è tornato in qualche modo in patria, nella vicina Vicenza – con cui più volte s’è trovato a condividere esperienze di ricerca, e che formano a loro volta un trio affiatato ed autonomo, comprendente Michele Calgaro, chitarra, il fratello Lorenzo, contrabbasso, Gianni Bertoncini, batteria. E’ soprattutto la chitarra a spostare l’asse espressivo del quartetto, con dinamiche e colori molto diversi da quelli del pianoforte, in qualche caso forse più avvincenti, nel complesso maggiormente variegati. E’ una musica, quella di “Four”, che guarda con interesse a quanto succede nel Nord Europa, cercando di liberarsi dalla consueta struttura “tema–assolo–tema”, in favore di un impiego più libero della materia musicale, pur rimanendo profondamente radicata nell’ambito del jazz. Un Fasoli più che mai intenso e convincente, sia al tenore che al soprano, risponde agli stimoli dell’inventiva chitarra di Michele Calgaro, con acuta e sapiente intensità espressiva. In un lavoro da cui sono banditi gli standard, non si può non sottolineare il prezioso apporto compositivo fornito da Lorenzo Calgaro, che firma le riuscite Waterhole dance e The man in the ivory tower. Il contrabbassista, qui particolarmente ispirato, divide con il leader anche la paternità del riuscito brano d’apertura, Far Islands. Da parte sua Fasoli riutilizza tre vecchi temi, il sognante Len (da «Adagio», 2007), l’ipnotico Nyspel (da «Gammatrio», 2002) e la magica Legs, (da «Bodies», 1990, con Mick Goodrick, Palle Danielsson, Tony Oxley), brani che trovano nuova vita con i suggestivi arrangiamenti del quartetto, giovandosi peraltro di un sapiente lavoro di missaggio e masterizzazione. Vengono così esaltate le dinamiche sonore e rese funzionali e preziose anche le pause: tutto questo fa di “Four” un gruppo quanto mai coeso ed unitario, forte soprattutto di un originale pensiero musicale, di cui questo riuscito e coinvolgente «Avenir» rappresenta solo il primo ma già splendido passo.

CLAUDIO COJANIZ

«Shadows of colours»

Caligola 2146

notizie aggiuntive

Claudio Cojaniz (Frari’s Mascioni pipe organ)

1) Green; 2) Red; 3) White; 4) Brown; 5) Black; 6) Yellow; 7) Blue;
8) Indigo; 9) Perfect day (Suite in none parts for contemporary organ)

Anche chi conosce da tempo Claudio Cojaniz, difficilmente si sarebbe aspettato un disco simile. Esiste il passionale e vulcanico jazzista capace di passare dal solo al trio, dal duo all’orchestra; c’era il Cojaniz più giovane, dedito alla scrittura contemporanea, ma c’è anche il maturo interprete di Bach e dei virginalisti inglesi; vi è ancora il bluesman sincero, che suona nei club con l’organo hammond e gli amici che vivono la musica con passione e divertimento. Ma qui, con sorpresa, scopriamo un interessante organista contemporaneo, originale interprete di uno strumento che aveva imparato a conoscere durante i suoi studi accademici e che ha oggi riscoperto grazie alla disponibilità di Fra’ Nicola ed alle emozioni che il potente organo Mascioni (opus 398) del 1927, presente nella Basilica veneziana dei Frari, riesce a trasmettere a chi lo suona. Amore a prima vista dunque. Il nuovo lavoro, è stato elaborato e messo a punto nel corso di numerose sedute solitarie pomeridiane, nel suggestivo silenzio della chiesa, la seconda per grandezza di Venezia, sotto le ali protettrici dell’Assunta di Tiziano. Il 14 maggio 2010 è stato dedicato alle prove ed alla messa a punto dei microfoni; il giorno successivo si é quindi tenuto il concerto. Ogni nota è stata registrata. Dopo un attento missaggio Il risultato, affascinante, è questa Suite in nine parts for contemporary organ, che il suo autore ha poi ribattezzato, con descrittivismo ellingtoniano, «Shadows of colours». La musica – tutta sua, a parte il brano finale, Perfect day di Lou Reed – è avvincente, magica ed imprevedibile, folgorante e profonda, distante ed allo stesso tempo figlia della letteratura organistica europea; difficile da descrivere, meritevole comunque di venire ascoltata. Certamente non può lasciare indifferenti. Ci aiutano a capire meglio il suo lavoro le note di copertina scritte dallo stesso Cojaniz. “I colori evocati nella suite non sono solo quelli dell’arcobaleno, così come le iconografie di sempre ce lo mostrano: qui si tratta di un arcobaleno della mente, fatto di luce simbolista. Il verde dell’infanzia, forte di slancio vitale, dà inizio al viaggio sensitivo, passando attraverso il nero, centro della coscienza e della danza, approdando all’indaco, segno di sensibilità estrema e di pienezza espressiva. Le idee guida previste per ogni colore lasciano spazio all’istant composer. La composizione riguarda la destrutturazione dei due gruppi Si Fa Mi e La Re che, dispiegandosi in nove tempi, viaggiano verso il loro compimento armonico e ritmico. Ogni colore è memore del suo precedente.” 

 

YURI GOLOUBEV

«Titanic for a bike»

Caligola 2145

notizie aggiuntive

Claudio Filippini (piano), Yuri Goloubev (double bass), Asaf Sirkis (drums).
Special guest: Julian Argüelles (soprano sax) on n° 2/4/8/9

1) Sailing; 2) Philosophy; 3) Well seasoned waltz; 4) How we were;
5) Titanic on the bike; 6) Love stories; 7) Elmau revisited;
8) Bill Gates amongst us; 9) Bagatelle # 2; 10) Don’t blame me.

Diplomatosi al Conservatorio di Mosca, dov’è nato nel 1972, Yuri Goloubev dal 1992 al 2004 è primo contrabbasso dei Solisti di Mosca diretti da Bashmet, grazie ai quali suona con solisti del calibro di Gidon Kremer, Sviatoslav Richter e Mstislav Rostropovich. Nel 2004 si trasferisce in Italia dedicandosi, con altrettanto successo, alla sua più autentica vocazione, il jazz. Non tarda a farsi notare collaborando con Guido Manusardi e Claudio Fasoli, del cui quartetto è ormai da tempo membro stabile, ma lavora proficuamente in tutta Europa collaborando, fra gli altri, con Klaus Gesing, Gwilym Simcock e Wolfgang Muthspiel. A Londra conosce il batterista israeliano Asaf Sirkis, che diviene uno dei suoi più assidui collaboratori, ma anche il talentuoso sassofonista Julian Argüelles – noto per la sua militanza nella big–band di Carla Bley – entrambi presenti in quest’incisione, che segue di due anni il suo precedente album da leader, «Metafore semplici» (Universal). Completa il trio che Goloubev guida con sapiente autorità il trentenne Claudio Filippini, fra i più personali e promettenti pianisti italiani, originario di Pescara ma da tempo attivo a Roma, dove lavora con Maria Pia De Vito e Giovanni Tommaso. Con questo nuovo disco Goloubev – che nel 2007 aveva pubblicato per la nostra etichetta «Homage a Duke», in duo con Glauco Venier – conferma tutto il suo grande talento non solo di strumentista, ma anche di compositore, dimostrando di saper coniugare mirabilmente i principi della composizione classica studiati in Conservatorio con le forme del jazz, sia mainstream che contemporaneo, sapendo essere però, anche quando la costruzione di un brano potrebbe apparire complessa, sempre fluido, coinvolgente e comunicativo. Ne sono luminosi esempi sia Well seasoned waltz che l’evansiana Love stories el’ipnotica Elmau revisited,eseguite in trio, ma anche la sognante How we were e la quasi “free” Bagatelle #2, in cui si aggiunge il sax soprano di Argüelles. Non si può infine ignorare la “titanica” impresa in cui si è avventurato con successo il musicista russo, che ha superato se stesso registrando da solo, grazie alla tecnica della sovra incisione (tutte le parti sono eseguite con l’archetto), Titanic on the bike, il cui avvincente crescendo orchestrale non è distante dallo stile compositivo di Nyman e che diventa, nel titolo dell’album, «Titanic for a bike».

DANIELE VIANELLO TRIO (DVT)

«No signal»

Caligola 2144

notizie aggiuntive

Dario Zennaro (guitars), Daniele Vianello (double bass), Davide Michieletto (drums).

1) Alone together; 2) College; 3) Pigrone; 4) Bella di notte;
5) Sei son troppe; 6) Il vento; 7) Dedevane; 8) Danzon; 9) Bobbolo;
10) Falastifelio; 11) Motivo strampalato; 12) Giulia

Veneziano, da qualche anno trasferitosi a Padova, Daniele Vianello ha studiato contrabbasso, sia classico che jazz, ed è oggi coinvolto, dopo un decennio d’intensa attività professionale, in numerosi progetti artistici, che spaziano dalla musica popolare a quella euro–colta, dall’etnica all’improvvisazione jazzistica. «No signal», suo primo lavoro discografico in qualità di leader, lo vede impegnato alla testa di un collaudato trio – DVT sta per Daniele Vianello Trio – completato da due come lui giovani ed eclettici musicisti veneziani, il chitarrista Dario Zennaro ed il batterista Davide Michieletto, già componenti di un’originale formazione, Quartoinfolio, che aveva firmato qualche anno or sono per il nostro catalogo il riuscito «Qif» (Caligola 2078). I tre sembrano accomunati dall’intento di sperimentare tutte le innumerevoli e variegate possibilità espressive offerte da una formazione scarna ed essenziale, ma assai duttile, come quella del trio “chitarra–basso–batteria”. La costante ricerca di un suono originale e riconoscibile viene rafforzata dalla decisione di eseguire quasi esclusivamente musica propria (unico standard dell’album è il brano d’apertura, Alone together, ma viene utilizzata anche una bella composizione di Tino Tracanna, Danzon, in cui Vianello usa sapientemente l’archetto). Nei rimanenti brani il principale apporto compositivo viene fornito dal leader (ma come poteva essere altrimenti?), anche se non é trascurabile il peso esercitato da  Dario Zennaro – che suona sia la chitarra acustica che quella elettrica – qui particolarmente ispirato. Si avvertono, anche se filtrate da un linguaggio molto personale, le influenze di John Scofield (College, brano che il chitarrista aveva proposto anche con Quartoinfolio, e Bobbolo), Bill Frisell (Il vento) e Pat Metheny (Sei son troppe, Palastifelio). Ma ancor più originali sono le strade percorse dal trio in Pigrone e Dedevane, intense ballad di Vianello, nel divertente e giocoso Motivo strampalato di Zennaro, così come nella lirica Giulia, unica composizione di Michieletto. La melodia di questo brano si rivela peraltro un perfetto trampolino di lancio per il contrabbassista, che mostra di possedere un’ottima intonazione, una cavata profonda ed un agile fraseggio. Si può quindi affermare, senza tema di smentita, che il trio ha superato a pieni voti l’esame solitamente costituito dal disco del debutto.

 

ANDREA FERRARIO QUARTET

«The mask»

Caligola 2143

notizie aggiuntive

Andrea Ferrario (tenor sax), Mauro Gallo (piano),
Giannicola Spezzigu (double bass), Marcello Molinari (drums).

1) Blackenin’; 2) Alice; 3) The mask; 4) Tu si ‘na cosa grande;
5) Fui bullo e vate; 6) Pasolini; 7) Journey; 8) Lullaby.

Seconda prova discografica come leader del milanese Andrea Ferrario, filosofo e tenorsassofonista che ha studiato alla Scuola Civica di Jazz di Milano e si è quindi laureato al Dipartimento Jazz del Conservatorio di Adria, questo «The mask» arriva a quasi cinque anni di distanza da «Volo notturno» (J–Digital) – ch’era stato registrato in quintetto – e sembra sancirne la definitiva consacrazione come solista ormai maturo ed originale, in linea con la migliore tradizione neo–boppistica americana, ma dotato di un fraseggio sciolto e lineare, dallo spiccato gusto melodico. Ma Ferrario ama anche l’orchestra, come dimostra la sua lunga militanza con la Civica Jazz Band milanese e, più recentemente, l’album «Verso Sud», inciso nel 2009alla testa della Bidibop Big Band, orchestra di “latin jazz” di cui cura la direzione e gli arrangiamenti. Ma in una carriera professionale non avara di soddisfazioni, ha anche messo il suo sax tenore duttile e incisivo al servizio della voce soul di Andrea Mingardi – con cui ha registrato un “album tributo” a Ray Charles – e del cantautore bolognese Claudio Lolli.
Questa più recente edizione del suo quartetto può contare sull’apporto del solido pianismo di Mauro Gallo – abruzzese che vanta importanti esperienze anche nella musica classica e firma due degli otto brani del disco – e sul preciso quanto incalzante sostegno fornito dall’affiatata coppia ritmica formata da Giannicola Spezzigu, contrabbasso, e Marcello Molinari, batteria. Al quartetto, attivo in questa formazione da circa un triennio, si sono spesso aggiunti in concerto due storici protagonisti del jazz italiano come Marco Tamburini e Piero Odorici, quest’ultimo anche autore, insieme a Paolo Fresu, delle note di copertina del disco. La musica corre via senza pause, sempre godibile ed avvincente, alternando sapidi e veloci brani di gusto boppistico (The mask e Journey) a ballad più intime (Alice e Lullaby), proponendo in tutto sei composizioni originali e due personali rielaborazioni di Pasolini, un bel tema di Aldo Romano, e di Tu si ‘na cosa grande, una delle perle più preziose dello sterminato repertorio di Domenico Modugno. Andrea Ferrario guida con abiltà ed autorevolezza il quartetto lungo sentieri collaudati e quasi mai impervi, riuscendo a regalarci dei bei momenti di jazz in virtù di un’invidiabile “interplay”, che lascia ampi margini d’intervento ai suoi eccellenti partner.

MARCO TAMBURINI &
THREE LOWER COLOURS

«First take»

Caligola 2142

notizie aggiuntive

Marco Tamburini (trumpet, live electronics), Stefano Onorati (piano, keyboards,
live elettronics), Stefano Paolini (drums, live electronics).

1) Zapaterin; 2) Little shoemaker; 3) Adios; 4) Passion is a game; 5) The great Gallardo;
6) Sangue e arena; 7) The bandit; 8) Love; 9) Juan el toreador; 10) Intermezzo;
11) The mistery of the ring; 12) Carmen mio amor; 13) Serenata; 14) Rosa;
15) A letter from Carmen; 16) Mi querida; 17) The philosopher.

Ha aspettato un bel po’ Three Lower Colours – quando invece i dischi nascono spesso prima dei gruppi – per pubblicare il suo primo lavoro discografico. Un triennio di collaborazioni e concerti servito a migliorarne l’affiatamento e la coesione, ma soprattutto a fargli acquisire un suono originale, subito riconoscibile. In verità è nato prima il Dvd, e solo dopo il disco. Nell’aprile 2010 Ermitage – che stava realizzando per il settimanale L’Espresso una collana di Dvd intitolata “Sounds for silence” – ha commissionato a Marco Tamburini la colonna sonora di «Sangue e Arena», capolavoro del cinema muto degli anni ‘20, dramma passionale reso celebre dal magnetismo di Rodolfo Valentino. Le musiche registrate per l’occasione – al cui successo ha contribuito con una canzone anche Jovanotti – sono piaciute a tal punto ai membri del trio da convincerli a ricavarne il materiale per il loro atteso primo Cd. Dopo un paziente lavoro di studio, durato oltre due mesi, che ha prodotto anche i necessari tagli, Tamburini e Onorati hanno quindi realizzato «First take», album che ricorda anche nei colori scelti per la copertina la filosofia musicale del gruppo. I “three lower colours” sono infatti il rosso, l’arancione ed il giallo, i tre colori di bassa frequenza che assumono nella cromoterapia il significato di naturale equilibrio. Cuore pulsante di questa formazione senza basso, di cui è leader Marco Tamburini, è la coppia ritmica formata da Stefano Onorati, tastiere, e Stefano Paolini, batteria. Tutti e tre i musicisti usano molto, ma sempre con grande gusto e senso della misura, l’elettronica. Se ne avvantaggia la musica, che risulta così ancora più varia, quasi camaleontica per la capacità di evocare emozioni e calare l’ascoltatore – anche chi non conosce il film – nelle atmosfere passionali e romantiche di una Spagna ideale, che null’altro è se non la rappresentazione degli eterni sentimenti umani dell’amore e dell’odio. Le diciassette brevi tracce di «First take» sembrano episodi di un’unica lunga suite. «E’ stato emozionante» – racconta il leader – «godersi questa suggestiva pellicola e sottolinearne le immagini in bianco e nero con melodie capaci di nascere una dopo l’altra, con sorprendente fluidità, e perciò registrate quasi sempre con un’unica traccia, “first take” appunto».

MICHELE CALGARO

«Progressions»

Caligola 2141

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Alex Sipiagin (trumpet, flugelhorn), Robert Bonisolo (tenor sax),
Michele Calgaro (guitars), Lorenzo Calgaro (double bass on 1–2–6–7–9)
or Marc Abrams (double bass on 3–4–5–8), Mauro Beggio (drums).

1) Natural bop killers; 2) Basso fondo; 3) Progression;
4) Il valore delle differenze; 5) In pursuit of the 27th man; 6) Intro Monadi;
7) Monadi; 8) Mari land; 9) Love is this thing called “what?”.

Apprezzato didatta – dal 1991 dirige a Vicenza la scuola di musica Thelonious – Michele Calgaro è qui alla seconda prova da unico leader, a quattro anni da «Round about Monk», pubblicato sempre dalla nostra etichetta. In verità qualche tempo prima aveva condiviso la paternità di un altro disco con il sassofonista canadese Robert Bonisolo, «The Edge», registrato in quartetto con l’aggiunta in alcuni brani di Paolo Fresu. Bonisolo, con cui Calgaro suona quindi ormai abitualmente da quasi vent’anni, é presente anche in questo «Progressions», album arricchito peraltro dalla presenza di un prestigioso ospite, Alex Sipiagin, trombettista russo che dal 1992 s’è trasferito stabilmente negli Stati Uniti, diventando presto uno degli assoluti protagonisti della scena jazzistica newyorkese. Il quintetto di Calgaro, completato da un altro dei suoi collaudati partner, il prezioso batterista Mauro Beggio, vede invece dividersi nel ruolo di contrabbassista il fratello di Michele, Lorenzo, e l’americano Marc Abrams che, come ed ancor più di Bonisolo, può venir considerato ormai italiano a tutti gli effetti. A differenza dell’incisione precedente, interamente dedicata a Thelonious Monk, qui Michele Calgaro si mette alla prova anche come compositore, dimostrando d’aver ormai acquisito uno stile decisamente personale, che sa essere poetico e riflessivo (nella dolce ballad Monadi, firmata da Lorenzo, così come in Mari Land, che parte con il solo trio e poi vede aggiungersi il sax di Bonisolo ed il flicorno di Sipiagin), ma all’occorrenza anche giustamente stringente ed aggressivo (nella modale Progression e nell’incalzante incedere di Love is this thing called “What?”). Non è un caso che l’unico standard presente nell’album – arrangiato peraltro in modo assai originale – sia un brano del “maestro” Horace Silver, l’avvincente e troppo poco eseguito In pursuit of the 27th man. Ma il quintetto di Calgaro sa essere convincente anche nelle due composizioni a tempo medio, peraltro articolate e complesse, come l’ipnotica melodia di Basso Fondo e la scala sospesa di Il valore delle differenze, capaci di pagare un doveroso tributo a Wayne Shorter senza per questo perdere in originalità.

CLAUDIO LODATI & MAURIZIO BRUNOD

«Reunion»

Caligola 2140

notizie aggiuntive

Claudio Lodati (electric guitar, electronics), Maurizio Brunod (acoustic & classical guitars).

1) Strings dreams; 2) Reunion; 3) Neve; 4) Mojito; 5) Scintille; 6) Leave me alone;
7) Anima; 8) In the jungle; 9) Agar; 10) Kittens games; 11) Urban squad.

Claudio Lodati, torinese, classe 1954, è diventato celebre per aver fondato a metà degli anni ’70, insieme a Carlo Actis Dato, Enrico Fazio e Fiorenzo Sordini, uno dei più longevi e prolifici gruppi dell’avanguardia jazzistica italiana, l’Art Studio. Ma a cavallo fra gli anni ’80 e ’90 ha anche realizzato due importanti progetti tematici con formazione variabile, Dac’corda e Vocal Desires, cui hanno collaborato, fra gli altri, Antonello Salis e Maria Pia De Vito, Giovanni Maier e Massimo Barbiero, Laura Culver e Maurizio Brunod. Quest’ultimo, anche lui chitarrista – anzi allievo di Lodati – nato ad Ivrea nel 1968, è oggi sicuramente noto quanto il suo maestro. Partito dal progressive rock, e molto attento sia alla world–music che alla musica classica, Brunod ha poi focalizzato la sua attenzione soprattutto sul jazz, formando con Massimo Barbiero, Giovanni Maier e Alberto Mandarini il quartetto Enter Eller, formazione come l’Art Studio di Lodati fra le più originali ed innovative del jazz d’avanguardia italiano.
La collaborazione tra Lodati e Brunod è iniziata da un bel po’ di anni, più precisamente nella seconda metà degli anni ’80. Brunod d’altro canto aveva suonato in tre dischi del gruppo di Lodati Dac’corda, «Voci» (1988), «Chance» (1990) e «Corsari» (1991), ma il rapporto si rafforza a partire dal 1994, quando i chitarristi piemontesi registrano in duo il disco «Appesi al Filo», cui seguirà nel 1999 «Blue Gulf Stream», arricchito quest’ultimo dalla presenza della cantante francese Pascale Charreton. Brunod e Lodati hanno quindi suonato insieme in centinaia di concerti, in Italia e all’estero, ottenendo sempre grandi consensi di pubblico e di critica. Oggi, ad oltre dieci anni di distanza, il duo è tornato nuovamente a far parlare di sé con un nuovo progetto «Reunion», sia concertistico che discografico, quest’ultimo pubblicato dalla nostra etichetta, che già aveva ospitato l’anno prima Maurizio Brunod con il suo album solitario «Northern lights». Sapori jazz, etnici, progressive si mescolano mirabilmente in un disco che è in grado di regalarci sempre grandi emozioni, mirabilmente sospeso tra scrittura e improvvisazione. Se chitarra elettrica e live electronics sono ad esclusivo appannaggio di Lodati, Brunod utilizza invece soltanto strumenti acustici. Altrettanto equa appare la suddivisione delle responsabilità compositive, con una lieve prevalenza di Lodati ad onor del vero; gli undici brani di «Reunion», suggestivi e raffinati, si fanno ascoltare tutti d’un fiato, dall’inizio alla fine.

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