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DHYANA JAZZ PROJECT

«Quintessenze»

Caligola 2079

notizie aggiuntive

Nagual (sax tenore e soprano), Nicola Cristante (chitarre), Ivan Tibolla (pianoforte)
Danilo Gallo (contrabbasso), Aljoša Jerič (batteria). Ospite: Fabio Lazzarin (tabla)

Il progetto “Dhyana Jazz Project” nasce dall’incontro fra due musicisti professionisti attivi da numerosi anni a Venezia: il sassofonista Nagual (Gianni Ancorato) ed il chitarrista Nicola Cristante. Tutti e dieci i brani di questo loro primo lavoro discografico sono originali e frutto di una profonda ricerca compositiva, le cui fatiche sono state equamente suddivise fra i co–leader della formazione, che ne firmano quindi cinque ciascuno. Diverse e complementari le atmosfere che i due sanno evocare: lirica ed impressionista, fortemente legata alla ricerca modale del primo Coltrane quella di Nagual, specie quando imbraccia il tenore; più vicina a sonorità moderne quella del chitarrista, capace comunque di calarsi perfettamente con lo strumento acustico nella spiritualità indiana di Tabula rasa, costruito su un semplice raga percussivo delle tabla. Unica eccezione è il bel tema finale di Isola, in cui Nagual sembra guardare più ai post–coltraniani che non al Maestro, offrendo così alla chitarra methenyana di Cristante un’ottima occasione per mettersi in luce.
Veneziano formatosi musicalmente alla Scuola del Testaccio di Roma, e poi a sua volta insdegnante nella Scuola veneziana “Il Suono Improvviso”. Nagual ha suonato professionalmente nei più diversi contesti, in Italia ma anche all’estero, soprattutto in America Latina, mentre Nicola Cristante, autodidatta, è arrivato al jazz passando attraverso il rock–blues e la fusion, curando molto, oltre che la tecnica strumentale, oggi davvero completa, il lavoro di composizione. Li sostiene in questa suggestiva avventura una sezione ritmica di prim’ordine, che se ha nell’attivissimo ed eclettico contrabbassista Danilo Gallo la sua figura di maggior spicco, trova nei più giovani ma egualmente efficaci Ivan Tibolla ed Aljoša Jerič, degli eccellenti comprimari.
Ma il tenore di Nagual, oltre a rendere scoperti e sinceri omaggi a John Coltrane in Om e Trane (sono gli stessi titoli a farcelo intuire) sa conferire accenti coltraniani anche alla cantabilità quasi methenyana del bel tema di Cristante che dà il titolo all’album. Lo sviluppo di Natura quasi morta, ballad profondamente intensa e meditativa, offre interessanti soluzioni nel dialogo fra sassofono e chitarra, che sanno conversare proficuamente in ognuno dei dieci episodi di «Quintessenze». Questo riuscito lavoro dimostra anche quanto leggibilità e semplicità possano far bene al jazz, talvolta succube dell’eccessiva artificiosità dei suoi progetti.

QUARTOINFOLIO

«Qif»

Caligola 2078

notizie aggiuntive

Stefano Gajon (clarinetti, sax tenore, chitarra), Dario Zennaro (chitarre),
Andrea Zennaro (tuba), Davide Michieletto (batteria)

Gruppo originale e che ha già qualche anno di attività alle spalle, Quartoinfolio raccoglie con questo album – che è anche quello del debutto – i frutti di un paziente e minuzioso lavoro, riuscendo a mettere a fuoco quella che è stata, da subito, una delle caratteristiche salienti della sua ricerca musicale: la sonorità. Il loro personale “sound” si fonda infatti su impasti timbrici estremamente variegati, senza dubbio inusuali, almeno nel jazz moderno (ma non in quello delle origini, vista la contemporanea presenza di tuba e clarinetto). E’ proprio questo uno dei punti di forza del quartetto veneziano, capace come pochi altri gruppi in circolazione di affiancare una ragguardevole pratica jazzistica ad un solido background accademico, cosa che li fa sentire “a loro agio sia nel groove contemporaneo che nell’arte di intrecciare trame complesse con sicurezza e maestria” (sottolinea nelle acute note di copertina il sassofonista Pietro Tonolo). I componenti della formazione sono tutti diplomati al Conservatorio ma frequentano da anni i generi più disparati, dal dixieland al minimalismo, dal jazz alla musica balcanica od all’etno–rock. Quello che suona Quartoinfolio è difficile da etichettare, ha il profumo della libertà del jazz ed allo stesso tempo il rigore della musica colta contemporanea.
Le composizioni sono firmate tutte dai quattro musicisti ad eccezione di Acrobatic, scritta dall’amico Bruno Pizzati. Ma ciascun brano, pur nel rispetto della personalità del suo autore, viene abilmente arrangiato e trattato dal quartetto, diventando così una perfetta espressione di quella sonorità di gruppo caparbiamente cercata ed alla fine felicemente trovata. Diversi gli umori e le ispirazioni, che vanno dal tango di Gargouilles allo Scofield sapientemente riletto da Gajon (qui alla chitarra) di Sodoma e Gomorra, dal contemplativo sound towneriano di School days al più complesso e trascinante incedere ritmico di Majo lajo. La chitarra elettrica di Dario Zennaro scuote qualche volta il timbro cameristico del gruppo verso strade più “popolari”, ma senza mai ricorrere a trucchi o furberie. Li aiuta in questo il raffinato equilibrio raggiunto, una mai dimenticata e salutare dose di autoironia, il sapersi abbandonare al gusto del gioco ma anche prendere sul serio, specie quando i sentieri si fanno meno segnati e quindi più difficili da seguire. Lo spunto per la chiusura ce lo forniscono ancora le belle note di Tonolo: “un aspetto centrale dell’espressione artistica è l’equilibrio, e questo bel Cd rappresenta, in questo senso, un esempio mirabile”.

NICOLA BOTTOS

«N.Bottos & The Bendy Legs»

Caligola 2077

notizie aggiuntive

Nicola Bottos (pianoforte, Fender Rhodes), Andrea Lombardini (basso elettrico),
Luca Colussi (batteria). Ospite: Marco Tamburini (tromba, flicorno)

Capita talvolta di rimanere fortemente colpiti da un debutto. E’ il caso di questo primo album da leader di Nicola Bottos, classe 1974, che ha completato la sua formazione jazzistica al Conservatorio di Trieste sotto la guida di Glauco Venier, e sta ora imponendosi come uno dei più inventivi ed originali pianisti dell’ultima generazione. Se a dirigere la musica contribuisce poi un bassista del talento e dell’esperienza di Andrea Lombardini, il gioco è fatto. C’è in verità un precedente, ma si tratta di un gruppo paritetico, il quintetto Namòs, che nel 2004 ha inciso un disco, «Sestante», per la Artesuono di Stefano Amerio (ospite Pietro Tonolo). Del trio The Bendy Legs, il pianista friulano – nato per la precisione a San Vito al Tagliamento (Pordenone) – è invece indiscusso e principale responsabile. Non è un caso che ben sette dei nove brani dell’album siano di sua composizione (uniche eccezioni: Nardis di Miles Davis intrisa di funky e piacevolmente personale, ma anche Zenone, firmata da Lombardini). Formatosi nel 2004, il trio si posto subito l’obiettivo di affrontare un repertorio formato principalmente da brani originali. Altra sua caratteristica peculiare è costante, quasi ossessiva ricerca di un “suono” personale e di un equilibrio in grado di metter in risalto le caratteristiche di ciascuno dei suoi tre componenti, senza che per questo venga meno il risultato complessivo. A definire tale identità contribuisce la contrapposizione fra il suono acustico, già comunque “sporcato” dal basso elettrico di Lombardini, ed una sonorità decisamente più moderna, raggiunta con l’utilizzo del piano elettrico Fender Rhodes e di alcuni effetti applicati agli strumenti. Oltre a maestri come Steve Swallow e Kenny Wheeler, Bottos sembra ispirarsi alla scena newyorkese contemporanea, a musicisti come Seamus Blake, Chris Speed, o Bill Carrothers. Prezioso è il fine lavoro di cucitura svolto dal giovane batterista Luca Colussi, anche lui friulano, né può passare sotto silenzio la presenza, in cinque dei nove brani, di un ospite del calibro di Marco Tamburini, particolarmente a suo agio, oltre che in Nardis naturalmente, nel lirico e sognante La maga di Oz, non distante dai climi cari a Herbie Hancock, così come nel davisiano Tristano & Isotta e nel già citato brano di Lombardini, dolcemente sospeso fra sogno e nostalgia. Più vicino alle sonorità dei nostri giorni è invece l’incalzante riff di Bendy legs, così come straordinaria è la forza evocatrice di La notte di San Vito, ballad assorta ed asciutta, mai melensa. In entrambi i pezzi il trio sa mettere in mostra le sue migliori qualità, che non sono poche né trascurabili. Ad majora!

DINAMITRI JAZZ FOLKLORE

«Congo evidence»

Caligola 2076

notizie aggiuntive

Dimitri Grechi Espinoza (sax alto), Mirco Mariottini (clarinetti),
Emanuele Parrrini (violino), Peewee Durante (organo hammond e tastiere),
Andrea Melani (batteria). Aggiunti: Mirco Rubegni (tromba),
Beppe Scardini (sax baritono), Gabrio Baldacci (chitarra elettrica),
Simone Padovani (percussioni). Ospite : Sadiq Bey (voce, rapper)

«Congo evidence» è il terzo disco del gruppo di Dimitri Grechi Espinoza, per la precisione il secondo pubblicato dalla nostra etichetta, dopo l’apprezzato «Folklore in black» (2003). E’ probabilmente un progetto cui il sassofonista livornese tiene molto, questo del Dinamitri Jazz Folklore, ed i risultati appaiono ad ogni prova sempre più convincenti, potendo ormai contare il quintetto su un affiatamento ed una compattezza davvero inusuali nel pur ricco panorama jazzistico italiano. In questo nuovo lavoro il gruppo cresce, passando da quintetto ad ottetto, cui si aggiunge, in qualità di ospite, il rapper e poeta americano Sadiq Bey, dal 2004 trasferitosi a Berlino, artista che ha collaborato con jazzisti del calibro di Don Byron ed Uri Caine (con quest’ultimo in particolare alla recente rilettura dell’Otello shakespeariano presentata nel 2003 alla Biennale Musica di Venezia). L’obiettivo del Dinamitri Jazz Folklore è quello di esplorare il linguaggio jazzistico – e, in senso lato, afroamericano – dal suo interno. Ciò presuppone il tentativo di indagare le connessioni tra i vari idiomi percorrendo un cammino a ritroso: dal linguaggio più radicale di Ornette Coleman ed Eric Dolphy al jazz modale del primo Coltrane; dalla complessità ritmico–armonica del be–bop alle polifonie dello stile New Orleans; dal retaggio del blues urbano e rurale neroamericano alle sue origini africane, senza per questo dimenticare quello che è da sempre il suo principale ispiratore, Charles Mingus, di cui viene qui proposta una trascinante Boogie stop shuffle. Nel brano che dà il titolo all’album invece, vengono uniti due temi di Ellington e Monk, ed il risultato è davvero felice. Tutte le altre sei tracce sono originali, ed una di queste, l’ipnotica Pee Wee’s dream, è stata composta da Pee Wee Durante, efficace ed inventivo organista del gruppo. L’ incontro con Sadiq Bey nasce dalla volontà di portare avanti un’idea dandogli una voce e delle parole. I testi, il sound, la fisicità quindi ed il pensiero di questo poeta–performer si fondono in un comune scopo, che è quello di fare musica e testimoniare l’esistenza di un sottile filo che collega tutta la storia del jazz. E così Sadiq ci regala tre sue splendide poesie, You can’t go back for 911, New Orleans e Morning 28, recitate sopra a, rispettivamente, Congo evidence, Concentrazione e Dim Laden (composizioni, queste ultime due, di Grechi Espinoza).

LIGIA FRANCA

«Vida»

Caligola 2075

notizie aggiuntive

Ligia França (voce), Paolo Porta (sax tenore e soprano, flauto),
Danilo Pala (sax alto), Roberto Taufic (chitarre, samples, banjo, cavaquinho),
Romulo Duarte (basso), Gilson Silveira (percussioni). Ospite: Simon Papa (voce)

Esponente della grande legione dei musicisti di Natal (Rio Grande del Nord) emigrati in Italia, Ligia França si è dedicata con tenacia alla diffusione della Musica Popolare Brasiliana, con particolare attenzione a quel genere che il Brasile ha esportato con successo nel resto del mondo, la bossanova. I legami tra l’Italia ed Brasile sono tanti, e Ligia arriva a Milano nel 1994, invitata all’inaugurazione di un locale brasiliano; nel 1996 ritorna per due mesi di tournée e di nuovo neI 1997 partecipa a concerti e festival in tutta la penisola. “Non ho cercato io l’Italia, mi hanno sempre chiamato” – racconta la cantante – che a partire dal 1998 si risiede stabilmente nel nostro paese e, dopo aver vissuto a Bergamo e Torino, da qualche anno abita a Dolo, in provincia di Venezia.
Questo primo disco di Ligia França non è recentissimo, risalendo al periodo del suo soggiorno torinese, ma è stato pubblicato solo nell’estate del 2006 dalla nostra etichetta: meglio tardi che mai comunque. L’album contiene composizioni originali di artisti nativi di Natal, come Pedrinho Mendes, Babal, Roberto Taufic, Romildo e Fábio Fernandes. Dà il titolo a questo lavoro, ottimamente arrangiato dal chitarrista Roberto Taufic – che ha curato ogni particolare della registrazione – un brano, Vida (Bossa per Ligia), scritto dal pianista di jazz Raffaele Olivieri (ma i testi sono della cantante brasiliana). Lo completano eccellenti versioni di brani di celebri autori brasiliani come Ivan Lins (Iluminados), Djavan (Muito Obrigado) e Caetano Veloso (A Ra).
Ligia non va apprezzata solo per essere una brava “cantante brasiliana”, ma anche per le sue qualità di raffinata vocalist, capace di passare, con la sua voce calda e suadente, dai toni più bassi ai sovracuti. Ma è soprattutto una vera interprete dell’autentica tradizione musicale del suo paese. Ancor oggi, nel suo approccio alla bossanova, al samba–cançao ed alla tradizione musicale nordestina, è molto chiara l’influenza della mai dimenticata Elis Regina, unanimemente considerata la più grande interprete brasiliana degli ultimi quarant’anni. “Soprattutto la regione del Nordeste, dove sono nata, è ricca di tradizioni musicali: qui sono giunti gli europei, qui sono sbarcati gli schiavi provenienti dall’ Africa. Tutto è iniziato nel Nordeste, che è il “vero” Brasile – sostiene con orgoglio Ligia – “anche il samba, che tutti vogliono originario di Rio, in realtà nasce a Bahia. La nostra è una musica fatta di radici, ma è piena di istanze di rinnovamento, sperimentazione, ricerca…”

GIGI SELLA

«Huahine»

Caligola 2074

notizie aggiuntive

Gigi Sella (sax soprano, clarinetto basso), Rober Bonisolo (sax alto), Ettore Martin (sax tenore), Moreno Castagna (sax baritono), Paolo Birro e Marco Ponchiroli (pianoforte), Lorenzo Calgaro e Stefano Senni (contrabbasso), Mauro Beggio e U.T. Gandhi (batteria)

Il sassofonista vicentino Gigi Sella riesce a coronare con questo disco un sogno covato a lungo: porre il sassofono al centro dell’universo jazzistico mettendo in mostra l’ampia gamma delle possibilità offerte dalla combinazione di quattro diversi tipi di ance (sax tenore, contralto, soprano e baritono). E’ un disco originale e variegato questo «Huahine», in cui si passa dalla tradizionale formula del quartetto sax/piano/basso/batteria – dove al piano siede Paolo Birro – ad un solo di clarinetto basso, da un duo soprano–pianoforte ad un quartetto di soli sassofoni, per finire ad un settetto con sezione ritmica e quattro sax, formazione altamente spettacolare. Qui il pianoforte è suonato da Marco Ponchiroli, suo antico compagno di avventure (i due avevano pubblicato insieme, tre anni or sono, sempre per la nostra etichetta, l’avvincente «Warm up»).
Come Steve Lacy, Gigi Sella ha da tempo scelto di dedicarsi totalmente ad un unico sassofono, il soprano – ed i risultati si fanno sentire – pur non disdegnando sporadiche ma pregnanti escursioni con il clarinetto basso. Sonorità e fraseggio del suo sax ricordano però più Wayne Shorter che Lacy. Tutti i brani originali sono di sua composizione, ad eccezione di tre regalatigli dagli amici Maria Carbognin, Lorenzo Calgaro e Ponchiroli. E’ di quest’ultimo la gustosa e cantabile Mark me, tema d’impronta “cool”, che Sella esegue in quartetto, accompagnato al pianoforte non dal suo autore, ma da Paolo Birro. I due unici standard eseguiti, veri e propri “cult” del repertorio jazzistico, la parkeriana Anthropology e la coltraniana Giant steps, vengono suonati ancora dal quartetto più tradizionale, mentre tutti gli sforzi di Sella come compositore sono rivolti all’ensemble allargato. Fra questi brani, sembrano particolarmente riusciti l’iniziale Tourn-ar-qua, con il suo incedere ritmico carico di swing, che rimanda al suono dei “Four Brothers” di Woody Herman, così come l’altrettanto fresca ed incalzante One step.
Il leader si ritaglia un’unica parentesi – come già ricordato – al clarinetto basso, e lo fa con un solo lungo ed impegnativo, sei minuti in tutto, quello di Huahine, proprio il brano da cui prende il titolo l’album, nient’altro che il nome di una selvaggia e magica isola della Polinesia francese, terra sospesa fra sogno e realtà, il cui dolce e nostalgico ricordo sembra pervadere tutto il disco.

MAURIZIO CAMARDI

«Impronte»

Caligola 2073

notizie aggiuntive

Maurizio Camardi (sax soprano, sopranino e baritono), Alfonso Santimone (pianoforte), Danilo Gallo (contrabbasso), Enzo Zirilli (batteria, percussioni).
Ospite: Vincenzo Zitello (arpa celtica)

Questo quarto disco da leader del plurisassofonista Maurizio Camardi appare un lavoro delizioso, sospeso fra paesaggi nordici cari a Jan Garbarek e colori più vivaci di un’America Latina osservata più con gli occhi di un viaggiatore interessato che di un distratto turista. Lo coadiuva in questo viaggio un’eccellente sezione ritmica formata da Alfonso Santimone, pianoforte, Danilo Gallo, contrabbasso, Enzo Zirilli, batteria e percussioni. Come se non bastasse, aggiunge nuovi ed ancor più suggestivi colori alla musica, l’arpa celtica di Vincenzo Zitello. Qualcosa di più di un semplice ospite speciale, come si usa dire, musicista sensibile e raffinato che riesce ad amalgamarsi con il gruppo così bene al punto da apparirne come un componente stabile. Ciascuno degli altri quattro componenti del gruppo fornisce anche un prezioso apporto compositivo – riuscito in particolare quello dei Zirilli, autore di Top Zegret – anche se è il leader naturalmente a ritagliarsi lo spazio maggiore, firmando ben sette degli undici brani presenti nell’album, che ai apre e so chiude con due ipnotiche e suggestive melodie, quelle di Asia e Ikebana, che danno un po’ l’impronta generale di un lavoro coerente ed omogeneo, che scorre dall’inizio alla fine come una sorta di racconto per immagini, alla stregua di quello contenuto nell’elegante e corposo libretto inserito all’interno del disco, firmato dal fotografo Paolo Mazzo, che accompagna a sua volta un breve ma prezioso racconto inedito che lo scrittore padovano Massimo Carlotto ha regalato a Camardi, cui è legato da un’antica e sincera amicizia. Un’omogeneità che non è però sinonimo di monotonia. Basta ricordare, a tal proposito, la prorompente foga ritmica di Violet, fra i pochi brani in cui il leader imbraccia l’amato sax baritono. L’avventura del sassofonista padovano come leader era iniziata nel 1997 con un altro album Caligola, «In alto mare», ed è poi proseguita con due dischi pubblicati per le edizioni de Il Manifesto, «Nostra patria è il mondo intero» (1998), che ha avuto come ospiti Robert Wyatt e Ricky Gianco, e «La frontiera scomparsa» (2001), cui hanno partecipato Ricky Gianco, Lella Costa e Mauro Giovanardi, cantante dei La Crus. Non si debbono infine dimenticare le due belle prove fornite da Camardi come componente del Sax Appeal Saxophone Quartet, «Giotto» (1995), con ospite Claudio Fasoli, e «Blowing» (2000), pubblicate entrambe dalla Soul Note.

MARCO TAMBURINI

«Frenico»

Caligola 2072

notizie aggiuntive

Marco Tamburini (tromba, flicorno), Marcello Tonolo (pianoforte),
Cameron Brown (contrabbasso), Billy Hart (batteria).
Ospiti: Stefano Bedetti e Michele Polga (sax tenore), Alessia Obino (voce)

Disco della piena maturità questo, dopo il pur eccellente «Two days in New York» (Caligola 2048), del trombettista Marco Tamburini. Dopo quattro tour e tre anni di attività continuativa alle spalle il quartetto è diventato ormai un vero gruppo, omogeneo e affiatato quanto basta per far decollare la musica. Misurato ma come sempre efficace l’accompagnamento del pianoforte di Marcello Tonolo – che si conferma anche ispirato compositore, regalando al gruppo una splendida e sognante Dreams – e superlativo il lavoro della prestigiosa coppia ritmica americana, formata dal solido contrabbassista Cameron Brown e da quella fantasiosa macchina da ritmo che risponde al nome di Billy Hart, leggenda vivente della batteria jazz moderna. Si rivelano preziosi e riusciti anche gli interventi dei due giovani tenorsassofonisti ospiti, Michele Polga e Stefano Bedetti, realtà emergenti del movimento jazzistico italiano. Nei loro interventi (due brani ciascuno ed uno, la trascinante Seven comes eleven, standard davvero poco eseguito, in cui i nostri “eroi” dettano con foga, memori delle celebri “battaglie” fra sassofonisti della “swing era”) una tecnica strumentale sopraffina viene arricchita da una già notevole personalità, che li rende già perfettamente riconoscibili. Nel disco quattro composizioni originali si alternano ad altrettanti standard. Oltre al già citato brano di Goodman e Christian, vi sono le originali, coinvolgenti versioni di Cheek to cheek, e When the Saints go marching in, che giocano su sospensioni ritmiche davvero efficaci, e la più moderna Poinciana, standard reso celebre da Ahmad Jamal. Se Warm è quasi un giochino melodico che sta fra Don Cherry e Albert Ayler, ma riportato da Tamburini entro canoni rigorosamente boppistici, il bel brano che dà il titolo all’album si distende in una lunga ed accattivante linea melodica, firmata da Roberto Stefanelli (Frenico dal greco “phren”, visceri e diaframma, dove secondo gli antichi risiedeva l’anima irrazionale ed istintiva dell’uomo), mentre l’ultimo brano originale, che chiude l’album è una deliziosa ballad di Brown, Lullaby for George Don and Denny, che consente al flicorno di Tamburini di prendere un assolo intenso ed ispirato, mostrando come la sua maturazione stilistica si sia ormai completata. Sempre più lontane e sfumate le influenze dei maestri americani, il Nostro è ormai entrato di diritto nell’olimpo dei trombettisti europei d’oggi, e d’ora in poi tutti dovranno tenerne conto.

ENRICA BACCHIA & MARCO PONCHIROLI

«Like you»

Caligola 2071

notizie aggiuntive

Enrica Bacchia (voce), Marco Ponchiroli (pianoforte),
Ospite : U.T.Gandhi (percussioni)

Un dialogo intenso e raffinato allo stesso tempo, è quello intessuto dalla voce di Enrica Bacchia con il pianoforte di Marco Ponchiroli. Dopo molti concerti il magico incontro è stato finalmente fissato su disco. «Like you» è composto da undici brani originali: le musiche sono di Ponchiroli, i testi (in italiano, inglese e portoghese) della Bacchia. Quest’ultima è da almeno vent’anni una delle più profonde e sensibili voci del jazz “made in Italy”, mentre il pianista veneziano ci aveva già regalato due anni or sono in «Warm up» (Caligola 2046) altre toccanti emozioni in duo con il sassofonista Gigi Sella. A testimoniare il valore della musica del nuovo duo gioverà ricordare che le note di copertina dell’album sono state scritte da uno dei più celebri e quotati critici italiani di jazz, Franco Fayenz, che scrive: “…. mi è stato presentato, questo disco di due musicisti veneti che ho il piacere di conoscere, come “un lavoro delizioso”. Verissimo. E’ delizioso e raffinato, e non ci si stanca di ascoltarlo perfino più volte di seguito, la qual cosa è una prova decisiva a cui spesso non resistono neppure musicisti americani famosi…. Nell’interpretazione creativa e nell’improvvisazione, la loro simbiosi è perfetta. Non c’è, qui, un canto con accompagnamento di pianoforte, ma un autentico dialogo (o un “interplay”, se si preferisce). Nessuno dei due prevale mai: le due fonti sonore si intrecciano in modo delizioso (appunto) e hanno sempre, l’una verso l’altra, il tono giusto….”.
Ponchiroli, diplomatosi nel 1989 con il massimo dei voti al Conservatorio di Venezia, ha registrato il suo primo album da leader nel 1995, «Fast Marghera» (Srazz Records), disco che già metteva in luce le sue doti di pianista completo ma anche di compositore prolifico e raffinato. Qualità queste che sembrano emergere maggiormente quando accompagna una voce. Il pianista veneziano ha infatti lavorato a lungo con la cantante brasiliana Rosa Emilia, oltre che naturalmente con la Bacchia. Dotata di eccellenti capacità tecniche ma soprattutto di un enorme feeling, Enrica riesce ad arricchire l’interpretazione di ogni brano la forza di persuasione della poesia. E’, sotto ogni punto di vista, una cantante sicuramente sottovalutata. Si ascolti ad esempio Indifferenza, con una pronuncia suadente, aperta ed incisiva allo stesso tempo, che riporta alla migliore Mina, ma anche l’accattivante bossanova di Cantar com voce o la ballad che dà il titolo all’album, Like you. Una lezione di classe e creatività che la pone ai vertici della vocalità jazz, non solo italiana.

BEPPE ALIPRANDI

«Blue totem»

Caligola 2070

notizie aggiuntive

Beppe Aliprandi (sax alto e tenore, flauti), David Boato (tromba),
Michele Calgaro o Luca Meneghello (chitarra elettrica), Roberto Piccolo (contrabbasso), Cristiano Calcagnile (batteria, percussioni)

Presenza “storica” del jazz italiano degli ultimi quarant’anni, Beppe Aliprandi è musicista che ha fatto della discrezione ma anche della coerenza stilistica e della sincerità artistica il proprio inconfondibile tratto distintivo. Partito poco più che ventenne come hard-bopper, non ha tralasciato di esplorare il jazz tradizionale, suonando nella quotata Bovisa N.O. Jazz Band, ed ha poi sposato la causa del free–jazz, ma badando più alla sostanza che alla maniera. Molto attivo negli anni ’70 al Capolinea, storico locale milanese, e quindi nell’Open Jazz Group di Claudio Fasoli, il plurisassofonista milanese ha dato vita al “Jazz Academy” alla fine degli anni ’80. All’interno di queste formazioni, sempre diverse, hanno suonato sia esponenti del jazz europeo come Karl Berger ed Aldo Romano, che di quello italiano, come Tiziano Tononi e Stefano Battaglia, Gabriele Mirabassi e Piero Leveratto, solo per fare qualche nome. Non è prolifica la discografia di Aliprandi. Cinque dischi da leader in una dozzina d’anni la dicono lunga su quanto per lui il Cd sia il frutto di un minuzioso lavoro ma anche di un completo percorso creativo. Da «Jazz Academy Trio» , disco Splasc(h) del 1993, a questo «Blue totem», che segue «Duke, I love you madly», del 1999, Beppe Aliprandi non ha mai tradito la propria visione musicale, fortemente influenzata dalla cultura africana. Ed all’Africa, così come alle sue maschere ed ai suoi totem, s’ispira anche il suo lavoro nelle arti figurative (Aliprandi è un pittore di talento, ed ha sempre coltivato questa passione accanto a quella per la musica). I brani raccolti in «Blue totem» proseguono un discorso iniziato un decennio or sono e che aveva visto una prima realizzazione nel 1998 con «Maya’s dream». In questo suo nuovo disco vi sono sì echi del panafricanismo di Don Cherry e Phraoah Sanders, ma c’è anche qualcosa della musica araba, del calipso (Afro–ditis) così come una sapiente rilettura della tradizione hard-boppistica (Marmara e Kusadasi utilizzano la linea melodica di All the things you are, Instead of…rifà il verso al Miles Davis di Teo e Killer Joe’s travel to Middle East riprende Benny Golson). Il plurisassofonista guida qui un quintetto al cui interno hanno grande spazio due confortanti realtà del nuovo jazz italiano come il batterista Cristiano Calcagnile ed il trombettista David Boato. Alla chitarra si alternano Luca Meneghello e Michele Calgaro, mentre al basso c’è Roberto Piccolo, da anni suo fidato compagno di viaggi.

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