Indietro <- Avanti ->

PAOLO GHETTI

«Profumo d’Africa»

Caligola 2109

notizie aggiuntive

Roberto Rossi (trombone), Alessandro Di Puccio (vibes), Paolo Ghetti (double bass),
Alessandro Fabbri (drums). Guest : Marco Tamburini (trumpet) on n° 1/6.

1) Aspettando Anna; 2) Bluesette; 3) Desert’s dance; 4) Lalù; 5) Black coffee;
6) Profumo d’Africa; 7) Blues for…; 8) Bejaflor; 9) Cippa Lippa

Ci sono voluti vent’anni perché Paolo Ghetti, nato a Forlì nel 1966, fra i più ricercati ed apprezzati contrabbassisti italiani, dopo almeno una quarantina di dischi come sideman, si decidesse ad assumere il ruolo di leader, cosa che fra l’altro gli è riuscita molto bene. Ma è in buona compagnia Ghetti, poiché nel jazz non esistono solo Charles Mingus, Dave Holland o Charlie Haden; analoga sorte è capitata a maestri come Ray Brown e Paul Chambers, Jimmy Garrison e Scott LaFaro. Supera a pieni voti la prova il contrabbassista romagnolo, assecondato da tre musicisti con cui s’intende a meraviglia, personalità forti e diverse ma con evidenti affinità poetiche, come Alessandro Di Puccio, vibrafono, Roberto Rossi, trombone, Alessandro Fabbri, batteria. In due dei nove brani dell’album c’è in più la complicità colloquiale dell’amico Marco Tamburini, che Ghetti ha già accompagnato in molti importanti progetti. «Profumo d’Africa» è un disco che si beve tutto d’un fiato, la dimostrazione di come si possa esser freschi e creativi senza tradire la tradizione jazzistica, fregandosene dell’influenza delle mode. Sono molte e diverse le sue qualità. Saltano subito all’orecchio una grande cura nella pianificazione degli arrangiamenti (non si assiste mai, ad esempio, alla tradizionale parata di improvvisatori sulla medesima griglia armonica), così come l’attitudine a organizzare forme inedite (spesso piuttosto estese) e costruite sul contrasto tra le varie sezioni.

Dice bene, nelle articolate ed esaurienti note di copertina il critico e musicologo Luca Bragalini: «…Senso del blues, amore per il jazz mainstream e quello più avanguardistico, attrattiva per i ritmi afro, latin e funk, dedizione alla scrittura e naturale vocazione all’improvvisazione; qualcuno potrebbe obbiettare che queste non sono prerogative esclusive di «Profumo d’Africa», perché molti dischi di jazz sono accomunati dalle medesime caratteristiche. E noi non gli daremmo torto. Nondimeno lo metteremmo in guardia ricordandogli le parole di quel tale che fu sempre convinto che, in musica, il successo di una ricetta dipendesse non tanto dagli ingredienti (egli cavò visionari capolavori spesso da semplici giri di blues), ma da come questi fossero armonizzati; “the art is in the cooking”. Così la pensava Duke Ellington…».

ANDREA LOMBARDINI TRIO

«ALT 88»

Caligola 2108

notizie aggiuntive

Leo Genovese (piano, Fender Rhodes, synth),
Andrea Lombardini (electric bass), Bob Gullotti (drums).

1) Big beat; 2) The morning suite; 3) Domenica mattina; 4) Coffee at work;
5) Slow Motian; 6) Token; 7) Medina; 8) Piccole variazioni

Jazzista come pochi altri “trasversale” (ha suonato recentemente anche con il chitarrista rock–blues Tolo Marton) Andrea Lombardini, classe 1978, nato a Venezia e ora residente a Treviso, ha sposato “totalmente” la causa del basso elettrico, avendo come faro e nume tutelare quello che è da anni il numero uno fra i bassisti elettrici del jazz, il geniale Steve Swallow. Maestro con cui ha studiato e che lo ripaga oggi con la miglior moneta, che è quella del palese e disinteressato apprezzamento, arrivando addirittura a scrivere le note di copertina di questo «Alt88», cosa di cui la nostra etichetta non può che andare fiera. Non sono parole formali né di maniera quelle di Swallow che scrive fra l’altro: «…secondo la mia esperienza, l’integrazione del basso elettrico in un classico trio jazz con piano e batteria, è il test più difficile, quasi l’esame finale, ma non solo per il bassista, anche per il pianista ed il batterista…Andrea, Leo e Bob lo superano a pieni voti…».

Formatosi a Boston ed a Siena, Lombardini esordisce poco più che ventenne con il quartetto Randomania, completato da Gianluca Petrella, Roberto Cecchetto e U.T.Gandhi. ALT (Andrea Lombardini Trio), progetto che lo vede impegnato come leader, è una band a formazione variabile che esegue soltanto sue composizioni. Vi suonano, fra gli altri, Michele Polga, Pietro Tonolo, Paolo Birro e Roberto Rossi. Con «Alt88», il progetto compositivo di Lombardini tocca forse il suo punto più alto, visto che al fianco del bassista veneto non vi sono dei musicisti qualsiasi, ma due assoluti protagonisti della scena jazzistica americana contemporanea, il pianista Leo Genovese – che il pubblico italiano ha avuto modo di apprezzare recentemente a fianco dell’ormai sempre più celebre Esperanza Spaulding – ed il batterista Bob Gullotti, fondatore dei Fringe.

Il trio suona con invidiabile “interplay” e Genovese non é solo un interessantissimo pianista acustico. Suona con grande gusto e personalità sia il Fender Rhodes – esemplari a tal proposito The morning suite e Medina – sia il sintetizzatore. Ma sono degne di nota anche l’avvincente incedere di The big beat, la raffinata trama armonica di Slow Motian e l’incalzante swing di Token, composizioni che portano tutte, alla pari delle altre presenti nell’album, la firma del leader.

ROBERTO SOGGETTI

«Encresciadum (A dream and a tale)»

Caligola 2107

notizie aggiuntive

Silvia Donati (vocals), Paolo Tretter (trumpet), Roberto Rossi (trombone),
Pietro Tonolo (tenor and soprano sax), Roberto Soggetti (piano),
Marco Privato (double bass), Enrico Tommasini (drums).
Music and arrangements by Roberto Soggetti; Lyrics by Fabio Chiocchetti

1) Encresciadum; 2) Laurin; 3) Blue interlude; 4) Conturina; 5) Country fair;
6) Marmoléda; 7) Stria; 8) Maitinada a na steila; 9) Enrosadira 10) Ensome

E’ un disco davvero particolare «Encresciadum», di quelli che proprio non ti aspetti. Siamo per lo più in presenza di canzoni arrangiate con stile jazzistico ma con testi in ladino, lingua che suona subito sorprendentemente musicale. Le composizioni sono quasi tutte del pianista Roberto Soggetti, che è anche arrangiatore e leader del settetto – al cui interno spiccano le presenze di Pietro Tonolo e Roberto Rossi – mentre le liriche sono di Fabio Chiocchetti, dell’Istituto Culturale Ladino della provincia di Trento.

Ci sembra utile citare anche alcune delle parole utilizzate da Soggetti per presentare il lavoro: «…mi ha colpito in particolare la vena di malinconia che scorre sotterranea nei bellissimi versi di Fabio, sentimento che attraversa, col nome di blues e di saudade, sia il jazz che la musica brasiliana, e che, scopro, è il significato di encresciadum… E’ stato di conseguenza quasi naturale scegliere la voce di Silvia Donati, che già conoscevo come splendida interprete di musica brasiliana. Il colore, lo stile musicale nel quale comporre si è delineato quindi da sé, tra la valsa brasileira di Conturina o il latin–jazz di Laurin e di Stria, la ballata di Maitinada a na steila e il delicato swing di Enrosadira».

Riportiamo anche un breve estratto dell’esauriente presentazione di Fabio Chiocchetti: «…Encresciadùm non corrisponde esattamente a “nostalgia”, voce colta proveniente dal greco… ossia il “desiderio del ritorno (a casa)”. Tale concetto suona in ladino come “mal de ciasa” , mentre Encresciadùm indica uno stato d’animo che non è necessariamente rivolto al passato, o comunque determinato dalla lontananza da luoghi, cose, o persone care. Esso si riferisce più ampiamente ad una tensione verso qualcosa di cui si sente la mancanza e che si desidera ardentemente senza averla mai posseduta».

A fare da intermezzo fra le otto suggestive canzoni sono tre deliziosi brani strumentali di Soggetti, in cui tutti e sette i musicisti hanno modo di mettere in luce il loro talento. Un ringraziamento particolare va infine a Enrico Tommasini, che si è prodigato non poco per la realizzazione del progetto. Ed i risultati, alla fine, gli hanno dato pienamente ragione.

DOMENICO CALIRI VIOLONGERIA

«Il buio acceso»

Caligola 2106

notizie aggiuntive

Domenico Caliri (acoustic and electric guitars), Antonio Borghini (double bass),
Cristiano Calcagnile (drums, percussion). The Quartet : Erica Scherl (violin),
Maria Vicentini (violin), Paolo Botti (viola), Francesco Guerri (cello)

1) Nero; 2) Berah; 3) Rue St.Denis; 4) Vita a molla; 5) L’essenza della memoria;
6) Forward; 7) Melosemera; 8) Scripta manent; 9) Giovannino Mezzotango 10) Sarabande

Cal Trio sta a Violongeria come, nella classica il quartetto d’archi sta all’orchestra sinfonica, fatte le debite proporzioni naturalmente. Se Cal Trio ci aveva regalato con «Do ut do» (Caligola 2064) un jazz nervoso e passionale, qui Domenico Caliri dispiega tutto il suo variegato e immaginifico mondo espressivo, fatto di squarci di luce ma anche di angoli bui, di armonie tortuose e melodie suadenti, ritmi complessi ed incalzanti, rivendicando fortemente la propria originale contemporaneità. Scrive nelle note di copertina Gigi Sabelli: «Tra i pregi di Caliri, oltre al suo ben noto talento, ci sono la parsimonia e la cura con cui si dedica da sempre ai propri lavori. In effetti dopo la fine della sua esperienza nei Rava Electric Five, che nei primi anni ‘90 gli avevano dato fama, il chitarrista, bolognese d’adozione ma siciliano di nascita, ha centellinato le poche uscite discografiche a proprio nome. Poche ma buone, perché sempre dominate da un’attenzione alla composizione e al suo rapporto con l’improvvisazione ma anche dallo sviluppo di un linguaggio personale. In questo senso anche questo album è molto speciale. Si tratta dell’esordio discografico di una formazione che ha già qualche anno, in cui Caliri, sempre alla guida del suo ottimo Cal Trio, si trova circondato da una sezione d’archi…». Vera e propria fusione, quella operata da Caliri, non scontro, in cui gli archi non fanno che sottolineare, evidenziandone i tratti salienti, le atmosfere proposte dal fantasioso leader, che qui si conferma anche compositore assai originale. Suona tutte le chitarre Caliri, dall’elettrica alla classica alla 12 corde, confermando, se mai ce ne fosse bisogno, anche la sua perizia tecnica. Ed ancora ci vengono incontro le parole di Sabelli: «…la musica riscopre una rara capacità sincretica nell’avvicinare momenti di straordinaria libertà collettiva, spazi prettamente jazzistici, echi popolareschi, una “narrazione” vagamente cinematografica e la perfetta dicotomia suono-rumore messa in scena dalla solida coppia Borghini-Calcagnile…». Come non mettere in rilievo infine lo splendido lavoro grafico di Giorgio Finamore. Figure grottesche, di un espressionismo quasi “felliniano” ed un disegno maturo, originale, che si sposa con sorprendente naturalezza al “fantasmagorico” mondo musicale di Domenico Caliri.

 

MICHELE POLGA

«Clouds over me»

Caligola 2105

notizie aggiuntive

Michele Polga (tenor sax, electronics), Paolo Birro (piano),
Stefano Senni (double bass), Walter Paoli (drums)

1) Noise of the universe; 2) Clouds over me; 3) Have a look; 4) Corner;
5) Walls in life; 6) Don’t call; 7) Francesco; 8) Noise of the universe 2

Non ha avuto fretta Michele Polga di dare un seguito all’eccellente«Movin’ house» (Caligola 2058), suo album del debutto da leader, che tanti apprezzamenti aveva ottenuto. Cinque anni non son pochi, ma tanta attesa è stata alla fine ripagata da un lavoro che segna un deciso passo avanti rispetto al precedente, rappresentando senza dubbio la raggiunta maturità artistica di un sassofonista che ha sempre lavorato con continuità e passione, pensando più alla musica che alla promozione della propria immagine, come testimonia anche l’oscuro ma prezioso lavoro in orchestra, specie con la Thelonious Monk Big Band. «Clouds over me» non ci regala soltanto un Polga cresciuto, più maturo e personale, del tutto padrone dei propri notevoli mezzi espressivi, ma anche un magnifico ed equilibrato quartetto, non una semplice seppur ottima sezione ritmica al servizio di un leader, ma un “vero e proprio gruppo”, come si dice in questi casi. Dei vecchi compagni d’avventure è rimasto soltanto Walter Paoli, con il suo pulsante e fantasioso drumming, a sostenere i voli del tenorsassofonista vicentino. Al suo fianco ci sono oggi il solido e pulsante contrabbasso di Stefano Senni ed il pianoforte lirico dell’amico Paolo Birro, che a Michele assomiglia per discrezione, mai invadente, prezioso quando accompagna, illuminante in ogni sua escursione solistica. Risulta originale l’idea di aprire e chiudere il disco con due versioni di Noise of the universe, brano dalla melodia semplice ma basato su un riff ossessivo ed accattivante, che ha il pregio di rimanerti a lungo in testa. Ed è forse per queste sue qualità che Polga ha voluto offrircene una seconda take, condita da loop e da qualche raffinato effetto elettronico, quasi divertendosi a giocare al Dj, senza per questo disperderne la suadente poesia. Tutte le sette composizioni originali presenti nell’album hanno una loro precisa ragione d’essere ed un profondo significato. Nessuna appare messa lì per caso, come semplice riempitivo. Da ricordare almeno il brano che dà il titolo al disco, pervaso da un sognante lirismo coltraniano, ma anche le raffinate melodie shorteriane di Have a look e Don’t call, tema anche questo di grande efficacia. Polga si fa addirittura da parte, consentendo a Birro ed al trio di giganteggiare in Francesco, ballad nostalgica e riflessiva, dai tenui colori evansiani.

FEDERICO MISSIO

«4 + 1»

Caligola 2104

notizie aggiuntive

Federico Missio (tenor & soprano sax), Paolo Corsini (piano) Alessandro Turchet (double bass),
Massimo Manzi (drums). Guest: Maurizio Cepparo (trombone) on 1/6/7/8/9.

1) Juri; 2) Machu Picchu peach; 3) Get to; 4) Simple beauty; 5) Drops;
6) Crows habit; 7) Camargue; 8) Red eye; 9) Rabbit; 10) Little idea.

Primo album da leader del giovane sassofonista friulano Federico Missio, che ha iniziato a suonare dodicenne il sax alto ed è poi passato al tenore, prima frequentando Il Suono Improvviso di Venezia, poi il Centro Musiche Insieme di Udine, quindi il Conservatorio di Klagenfurt. Dopo molte collaborazioni, giunge per lui il momento di mettersi alla prova sia come leader che come compositore. Esame difficile, quello del debutto, ma che Missio supera brillantemente, senza esitazioni o ripensamenti, grazie anche al sostegno di un gruppo che ha nella fluidità, nella sensibilità ritmica e nell’interplay i suoi punti di forza. Gli è venuto in soccorso, per l’importante occasione, l’amico batterista Massimo Manzi, unico fra i cinque protagonisti della seduta di registrazione a godere di fama nazionale. Il suo swing, robusto e raffinato allo stesso tempo – come dimostra la breve ma efficace introduzione a Juris, tema d’apertura del disco – non poteva non giovare al progetto di Missio, jazzista attento sì alla forma, ma soprattutto alla sostanza, che non teme di confrontarsi con quei modelli cui il suo bop aperto e moderno inevitabilmente riconduce (Wayne Shorter su tutti). I dieci brani del Cd, tutti del leader, esplorano atmosfere diverse, anche se sono i tempi medi, sospesi ed ipnotici, che il sassofonista sembra prediligere. Nel progetto si avvertono insomma grande coerenza e scorrevolezza, e parte del merito, oltre a Missio – che si alterna efficacemente al tenore e al soprano – va senza dubbio anche a Manzi, il cui drumming duttile e fantasioso sembra sposarsi alla perfezione con la profonda cavata del contrabbasso di Alessandro Turchet. In cinque dei dieci brani si aggiunge al quartetto, con esiti invero felici, Maurizio Cepparo, trombone, e la musica appare con il suo innesto più solida e grintosa. L’ampia gamma di climi espressivi utilizzati si nota soprattutto a metà dell’album, nel passaggio dal lirico e meditativo Drops – dove si ritaglia un spazio prezioso il pianista Paolo Corsini – alla modale Crows habit, ben più vivace e movimentata. Musicista dalle molte anime, certamente non monocorde, Federico Missio sembra giovarsi di questi continui cambi di tempo e d’atmosfera, passando con la maestria di un veterano dagli umori contemporanei di Red eye, tema quasi lacyano,al bop moderno, in perfetto stile Blue Note anni ’60, di Rabbit.

LIGIA FRANÇA

«Mundo melhor»

Caligola 2103

notizie aggiuntive

Ligia França (vocals), Joca Costa (guitar), Vincenzo Vajarelli (piano, Fender Rhodes),
Edu Hebling (electric & double bass), Marcio Pereira (drums), Taiata (percussion).
Guests: Piero Bittolo Bon (alto sax, bass clarinet, flute) on 1/6/7/9, Raffaele Cherubino (tenor & soprano sax) on 4/8,
Enrico Pagnin (soprano sax) on 10, Stefano Scalzi (trombone) on 4, Sandro Gibellini (guitar) on 2, Ennio Righetti (guitar) on 5.

1) A historia do Samba; 2) Futuros amantes; 3) Um girassol da cor de seu cabelo; 4) Mundo melhor; 5) Me fala assim;
6) Correnteza; Brasileirada; 7) Brasileirada; 8) Basta de clamare inocencia; 9) Noves fora; 10) Sò de nos dois.

Esce, a quasi tre anni da «Vida» (Caligola 2075), «Mundo melhor, secondo album da leader di Ligia França. E’ un lavoro che consente di apprezzare ancor meglio la sensibilità e il talento della cantante originaria di Natal (Rio Grande del Nord). Scrive nelle note di copertina Salvatore Solimeno: «…Un’altra donna, ancora una, nell’immensa tradizione della Musica Popolare Brasiliana… Questo è il Brasile. Una porticina per un Mondo Migliore, dove finalmente lasciare da parte il lato peggiore, la guerra, per offrire quello migliore, l’amore. E’ il tema della canzone che Ligia sceglie come titolo del suo secondo lavoro, scritta nel 1967, in un mondo ancora prigioniero nella guerra fredda, dalla meravigliosa coppia Vinicius de Morães e Pixinguinha…». Il nuovo album è pervaso del talento e della grande musicalità di Joca Costa, straordinario chitarrista ma non solo, raffinato arrangiatore, competente direttore musicale, vero e proprio “deus ex–machina” del progetto. Meritano d’esser sottolineate le grandi qualità dei musicisti che hanno accompagnato Ligia in questa nuova avventura. Presenze quasi costanti nei diversi gruppi sono il contrabbassista Edu Hebling, il pianista Vincenzo Vajarelli ed il batterista Marcio Pereira. Varia e diversificata la scaletta proposta dalla cantante di Natal, che ha il merito di aver pescato alcuni fra i brani meno inflazionati del repertorio brasiliano. Preziosi gli interventi dei fiati, in particolare quelli del plurisassofonista veneziano Piero Bittolo Bon. I migliori risultati vengono però raggiunti quando Ligia viene accompagnata dalla sola chitarra acustica, strumento come pochi altri adatto alla bossanova intima e suadente che lei predilige. Ciò succede nella raffinata Futuros Amantes di Chico Buarque, impreziosita dal tocco swingante di Sandro Gibellini, nella dolce Me la fala assim, composta e suonata da Ennio Righetti e nella struggente Amanhã, in cui è mirabilmente sostenuta dal grande Joca Costa, brano che chiude nel migliore dei modi un disco intenso e godibile.

RICCARDO MORPURGO TRIO

«Answeting»

Caligola 2102

notizie aggiuntive

Riccardo Morpurgo (piano), Simone Serafini (double bass), Luca Colussi (drums)

1)Apre la notte; 2) Linee ; 3) Canzone; 4) Fast;
5) Ricercare; 6) Misure di distanza; 7) Answering

Triestino, classe 1970, Riccardo Morpurgo, seppur poco noto in campo nazionale, è pianista da tenere in considerazione, perché gia in possesso di una personale cifra stilistica. Non ama il virtuosismo né la facile melodia, eppure il fraseggio fluido e il tocco nitido rivelano un notevole controllo della sonorità. Studi classici, completati nel 1993 al Conservatorio di Udine, e quindi la frequentazione dei corsi di Siena Jazz (con Stefano Battaglia e Franco D’Andrea), hanno forgiato un artista a tutto tondo, che mette volentieri la sua musica al servizio di teatro, danza o poesia. Ha intensificato la partecipazione a reading, sia in Italia che all’estero, collaborando con poeti come Jack Hirschman, Luis Sepulveda, Amiri Baraka. Dopo tre album che l’hanno aiutato a mettere a fuoco la propria personalità musicale – ricordiamo quello dell’Earthbeat Ensemble, prodotto da Stefano Amerio – Morpurgo con «As it is», inciso con Franco Del Monego, batteria, e Giovanni Maier, contrabbasso – ha iniziato a privilegiare la formula del trio, forse più adatta a valorizzare il suo stile espressivo, introverso e lirico allo stesso tempo. L’incontro con Simone Serafini e Luca Colussi, ideali compagni di viaggio, ha quindi contribuito alla sua maturazione artistica consentendogli, per la prima volta, di lavorare sulla messa a punto di un vero suono di gruppo. «Answering» è il primo importante risultato di questo lavoro.

Commenta il pianista : “…siamo musicisti che amano l’improvvisazione e l’imprevisto. Dopo un periodo in cui suonavamo quasi esclusivamente standard, entrando e uscendo in modo divertente dalle strutture, ho deciso di lavorare solo su brani originali. Questo disco contiene tutte mie composizioni, che ho ripescato anche dal passato, cambiandone però la forma e la struttura, per cercare di rendere il suono più attuale. Il trio cerca l’essenzialità e la naturalezza del gesto musicale, e queste strutture ci servono più come mezzo che come fine. Dentro questa musica ci sono dei sogni, delle immagini, molta natura, ma inevitabilmente anche un po’ di smog…”. Ciascuna delle sette tracce ha una sua precisa dimensione poetica (intrigante ma lucida è Linee, lirica ed evocativa Canzone, ipnotica e suggestiva Misure di distanza, riflessiva e melanconica quella che dà il titolo al disco, Answering), ma allo stesso tempo è parte indispensabile di un disegno musicale unico e coerente, albero che potrebbe dare presto altri dolcissimi frutti.

LORENZO MINGUZZI NEW ORGAN TRIO

«Another spring»

Caligola 2101

notizie aggiuntive

Lorenzo Minguzzi (guitar), Bruno Erminero (hammond),
Paolo Franciscone (drums). Guest : Federico Conti (synth, hammond)

1) on 12 24; 2) Amigdala; 3) Another spring; 4) You & the night & the music;
5) L’aeroplanino di carta; 6) I talk to the wind; 7) Sweet daisy; 8) Silver serenade;
9)Sometime ago; 10) What’s the next step? 11) Just the way you are; 12) Eyes & sky

Sesto album da leader per il chitarrista torinese, e terzo per Caligola dopo «Serenata Celeste» ( 2024), che risale al 1997. Ma più che di questo, «Another spring» appare come la naturale prosecuzione di «N.O.T. for me» (Splasch, 2005), perché è sempre il New Organ Trio ad esserne protagonista, classica formazione con hammond e batteria che sembra esser ormai la preferita da Minguzzi, capace con essa di dare maggior corpo e profondità alla sua raffinata vena lirica. Il gruppo, nato nel 2003, è sufficientemente omogeneo ed affiatato, padrone soprattutto di un proprio riconoscibile linguaggio espressivo. Compaiono in quest’incisione il fedele Bruno Erminero, fra i maggiori specialisti italiani dell’organo hammond, e il batterista Paolo Franciscone, che ha sostituito nel luglio 2006 Maurizio Cuccuini, presente nel disco Splasc(h).

Assai attivo anche dal vivo, il New Organ Trio mescola sapientemente brani originali del leader (sette su dodici), a rivisitazioni di standard, che hanno il pregio di essere fra i meno frequentati del repertorio jazzistico ed anche molto diversi tra loro. Si passa infatti dal mood latino di Silver Serenade al suggestivo medium di You and the night and the music od alla dolce Just the way you are, celebre canzone pop di Billy Joel che mette in risalto l’originale lirismo del chitarrista. Alla sua formazione musicale ha sicuramente contribuito la frequentazione del mondo della canzone francese. Minguzzi ad inizio carriera ha accompagnato la cantante transalpina Pascale Charetton, prima di dedicarsi completamente al jazz grazie ai corsi del Centro Jazz di Torino, ai laboratori senesi, ai seminari di Joe Diorio, Mike Stern e Pat Metheny, ma anche alla personale frequentazione del chitarrista belga Philip Catherine, diventato un suo appassionato sostenitore.

Fra le composizioni del leader ci piace ricordare l’ipnotica Amigdala, la cantabile Sweet Daisy e soprattutto quella che dà il titolo all’album, la sognante Another spring. Una chicca è infine rappresentata dalla conclusiva Eyes and sky, unico momento in cui il trio esce di scena per lasciare spazio ad un intrigante, quasi notturno duo fra Minguzzi e le tastiere sintetizzate di Federico Conti, autore anche degli arrangiamenti.


PAOLO BOTTI QUARTET

«Looking back»

Caligola 2100

notizie aggiuntive

Paolo Botti (viola, banjo, dobro), Dimitri Grechi Espinoza (sax alto),
Tito Mangialajo Rantzer (contrabbasso), Filippo Monico (batteria).

«Questa musica nasce dalla convinzione che anche i più avventurosi sviluppi del jazz abbiano una forte continuità con le sorgenti della musica afro–americana, quindi il blues del Delta ed il jazz delle origini. Intento di questo lavoro è quello di rendere esplicita e visibile tale continuità, facendo costante riferimento, nelle composizioni e nelle improvvisazioni, a quei suoni. Sono convinto che il modo migliore per rendere omaggio a quell’universo musicale non sia il tentativo di riprodurne gli stilemi in maniera calligrafica: ho invece avvertito la necessità di rivisitarlo e attualizzarlo con la mia sensibilità di musicista contemporaneo». Quali parole meglio di queste di Paolo Botti, ideatore del progetto, possono contribuire a spiegarcelo od almeno di affrontarlo con il giusto approccio. A lungo pensato e provato, «Looking back» è diventato realtà grazie ad una riuscita registrazione “live” effettuata nel piccolo auditorium Candiani di Mestre, trasmessa, anche se solo per metà, da Pino Saulo su RadioTre Rai. Un importante contributo a quest’originale rilettura della musica del Delta viene fornito dal sax alto di Dimitri Grechi Espinoza, che il blues conosce ed ama profondamente. In questo che è il suo quarto disco per Caligola, Botti sorprende, oltre che per il suo già noto ed apprezzato talento con la viola, frutto peraltro di studi accademici, per la sua capacità di utilizzare due strumenti che non gli sapevamo familiari come la chitarra dobro ed il banjo, sicuramente funzionali al progetto. In questo nuovo suggestivo lavoro il musicista milanese ritrova la sua collaudata coppia ritmica, formata da due assoluti protagonisti del nostro jazz come Filippo Monico, batteria, e Tito Mangialajo Rantzer, contrabbasso, che confermano qui la loro coesione e sensibilità. E’ un blues volutamente scarno, spesso “sudato”, come nell’iniziale Morning song (in cui il banjo introduce un sax alto struggente e viscerale), nell’ipnotico riff di Delta o nell’arcana Primitive dance, con la chitarra dobro a swingare sopra basso e batteria, in perfetto stile country. Ma è anche un blues che si tinge di contemporaneità nel tributo a Leroy Jenkins (Leroy, quasi un free di sapore chicagoano), che sa recuperare con grande libertà ma rispetto la lezione di maestri come Charles Mingus (sia in Caldo che in A letto senza cena) ed Ornette Coleman (nella struggente Or). Proprio con la viola, usata in quattro dei dieci brani dell’album (in altrettanti suona il banjo e solo in due il dobro), la musica di Botti sembra tornare su atmosfere più abituali, anche se mai egli si vergogna di guardare indietro (looking back), per cercare nelle sue radici nuovi sbocchi espressivi.

Indietro <- Avanti ->

 

DOVE ACQUISTARE

STORE ONLINE:
Caligola & Gutenberg Shop

Distribuzione esclusiva
per l’Italia e l’estero
I.R.D. SRL

Lo scarico digitale del nostro catalogo è possibile sul sito
iTunes