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ALESSANDRO FABBRI

«Pianocorde»

Caligola 2119

notizie aggiuntive

Massimiliano Calderai (piano), Filippo Pedol (double bass), Alessandro Fabbri (drums, odu–drum).
The Quartet : Mauro Fabbrucci e Vieri Bugli (violin), Marcello Puliti (viola), Damiano Puliti (cello).

Il tango riflesso; 2) Pianocorde; 3) For those I never knew; 4) I’ve got the world on a string; 5) Caravan;
6) Rubato; 7) II° V° martire; 8) Cinemascope; 9) Bon–go; 10) Tema per Annalena.

Nato dal lungo e paziente lavoro di Alessandro Fabbri, classe 1961, eccellente batterista ma non solo, anche raffinato compositore ed arrangiatore, «Pianocorde» si inserisce brillantemente fra i non poi così numerosi progetti che utilizzano degli strumenti ad arco in un contesto squisitamente jazzistico. La formazione, infatti, è costituita da pianoforte e batteria, con l’aggiunta del già costituito gruppo Archæa Strings, quintetto con contrabbasso, due violini, viola e violoncello. Di fatto quindi un classico trio jazz “piano/basso/batteria” più un quartetto d’archi. In «Pianocorde», l’attento lavoro di scrittura di Fabbri risulta uno degli elementi centrali, accanto a quello della pregevole improvvisazione solistica del trio.

Il repertorio comprende per lo più brani originali appositamente pensati e scritti per questo organico, come Pianocorde, che dà il titolo al lavoro, o quello per soli archi, Cinemascope, il romantico Rubato od il brillante II° V°martire. Ma vi sono anche personali arrangiamenti di standards, fra cui una riuscita Caravan – che Ellington sia uno dei compositori preferiti del batterista fiorentino lo dimostra anche la presenza nel suo precedente disco da leader, «Rosso Fiorentino» (Caligola 2059), di Angelica,un altro suggestivo seppur meno noto brano del Duca – ma c’è anche un sentito omaggio all’amico Luca Flores, di cui viene riproposta For Those I Never Knew, che acquista una nuova luce grazie alla particolare sonorità cameristica di questa formazione.

Da sempre attento all’arrangiamento ed alla composizione – si pensi, per esempio, al prezioso lavoro svolto all’interno del gruppo If Six Was Nine – Alessandro Fabbri trova forse in «Pianocorde» quel magico equilibrio fra scrittura ed improvvisazione sempre faticosamente cercato, e che aveva solo sfiorato nel suo precedente lavoro da leader, il già citato «Rosso Fiorentino». Equilibrio non facile certo, a cui contribuisce anche Massimiliano Calderai, pianista di solida formazione classica, che gli regala anche una suggestiva composizione, Il Tango riflesso.

TEMPO PERMETTENDO feat. JEFF GARDNER

«Forever and a day»

Caligola 2118

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Beppe Calamosca (trombone, accordion), Michele Polga (tenor sax), Jeff Gardner (piano),
Lorenzo Calgaro (double bass), Carlo Sacchi (drums). Guest: Damiano Scarpa (cello) on 9

1) A stroll in a 52nd Street; 2) Vinse’s mood; 3) In a Beppetone; 4) Last chance dance;
5) Pearson (g); 6) Forever and a day; 7) Tempo permettendo; 8) Waltz 10;
9) Ballata per un Conte.

Suoneremo…tempo permettendo…” : nasce così il nome del gruppo, quasi per gioco durante un concerto estivo improvvisato all’approssimarsi di un temporale e, “tempo permettendo”, sono numerosi gli amici che hanno condiviso il progetto nato da un’idea di Beppe Calamosca e Carlo Sacchi. Nomi di primo piano del jazz italiano e due autentici “mostri sacri” del jazz d’oltreoceano come Jeff Gardner e Mike Rodriguez. C’è un album autoprodotto, datato 2002, «I’m through with love» e finalmente, oggi, un lavoro più maturo e regolarmente distribuito, che sa incrociare stili e linguaggi diversi, «Forever and a day» appunto, firmato da un quintetto compatto ed omogeneo, che ha nell’eccellente trombonista Beppe Calamosca – pedina fondamentale di molte big–band italiane, come la T.Monk Big Band di Marcello Tonolo, così come della Carla Bley Big Band, di cui è da qualche anno addirittura primo trombone – il suo più attivo rappresentante. Ci sono le note struggenti di Ballata per un conte, scritta da Calamosca – che qui suona la fisarmonica – in ricordo dell’amico Corrado, il jazz d’atmosfera di Vince’s Mood, un’altra composizione del trombonista, ma anche la delicatezza di Forever and a day segnata, come Last chance dance, dall’eleganza di Jeff Gardner, pregevole pianista e compositore newyorkese, classe 1953, allievo di Jaki Byard e John Lewis, che dal 2002 vive in Brasile. Ci sono ancora l’energia a tutto sax di Pearson(g), contributo dato al quintetto dal tenorsassofonista Michele Polga, ormai non più jazzista emergente, ma una delle più confortanti realtà del giovane jazz italiano, la misurata compostezza di Waltz 10 e la gioiosa nostalgia di A strollin’ in 52nd street, firmate ancora da Gardner, che omaggia quindi l’amico Calamosca con la scherzosa In a Beppetone. C’è infine l’ipnotico ostinato ritmico di Tempo Permettendo, brano del contrabbassista Lorenzo Calgaro che dà il nome al gruppo. I nove brani dell’album compongono un quadro dalle più diverse sfaccettature, ma all’interno del quale ogni musicista ha saputo garantire la propria pennellata d’autore, così da poter raccontare un percorso avvincente, che ha in ogni sua tappa una preziosa gemma. Tempo permettendo, naturalmente…   

MAURIZIO BRUNOD

«Northern lights»

Caligola 2117

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Maurizio Brunod (electric, acoustic & classic guitars; live sampling).

1) Tango tangues; 2) Northern lights; 3) Ballad for Pat; 4) Snow in Langa; 5) Lara’s dance;
6) Allevi’s dream; 7) Waltz for Joe; 8) A song not to happy; 9) Blue in green; 10) Didime.

Conserva un’aria da ragazzo, Maurizio Brunod, ma il mero dato cronologico ci racconta che sono passati oltre vent’anni dagli esordi discografici, e qualcuno di più, naturalmente, da quando ha cominciato ad imbracciare la sei corde. Il quartetto “Enter Eller” e la band di Claudio Lodati “D’accorda”, sono i gruppi con cui ha messo in luce doti non comuni: ad esempio ricercare una via che mettesse assieme la ricerca del miglior art–rock (quello del tardo “progressive”, che lambiva le inquietudini del “rock in opposition”, senza abdicare al vacuo gigantismo spettacolare), con quella del jazz d’avanguardia.

Adesso, mentre sono appena usciti un disco in quartetto con Alexander Balanescu, Claudio Cojaniz e Massimo Barbiero («Marmaduke») ed un altro in quintetto con Bjorn Alterhaug, Ivar Antonsen, Paolo Vinaccia e John Surman («Svartisen»), entrambi per la Splasc(h), arriva una riposante pausa di riflessione con un album (il quarto della carriera) per chitarra sola. Da non prendersi alla lettera, naturalmente: perché Brunod ama giocare con le sovraincisioni, e dove ritiene di “doppiare” il suo tocco limpido sulle corde acustiche con gentili sferzate elettriche, una specie di ponte tra il miglior Pat Metheny e ricordi ben assimilati di David Gilmour e Steve Hackett, lo fa senza timori reverenziali che il tutto suoni come “poco jazz” o che sia comunque difficilmente etichettabile. Ci sono tango, valzer, ballad liriche e sognanti, riprese di celebri standard jazzistici come Blue in green e A song not to happy: chitarra elettrica ed acustica si alternano con piacevole fluidità e l’elettronica – quando appare – è pertinente e misurata.

Non c’è niente di cui rimproverarsi insomma per questo disco in solitudine, che appare piuttosto solo una tappa di un percorso musicale lungo e brillante, di cui poter andar certamente fieri. Maurizio Brunod appartiene ad una generazione di quarantenni che, pur con indiscutibile e solido retroterra jazzistico, si diverte a giocare – e molto bene – con le tante musiche possibili. Una nutrito gruppo di musicisti che merita tutta la nostra attenzione e da cui stanno arrivando importanti indicazioni per il futuro del jazz.

Riguardo al disco in questione poi, il suo autore non sembra avere proprio dubbi, poiché dichiara, perentoriamente, nelle note di copertina: “… «Northern Lights» è senza dubbio il più raffinato e maturo disco di chirarra–solo che abbia mai inciso…”.

MARCELLO BENETTI

«Supuesto blue»

Caligola 2116

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Enrico Sartori (alto sax, clarinet & altoclarinet), Pasquale Mirra (vibes), Silvia Bolognesi (double bass),
Simone Padovani (percussion), Marcello Benetti (drums, arrangements). 


1) In fieri; 2) Supuesto blue; 3) Fired; 4) Sarin; 5) Brioche; 6) La pluie;
7) Pastìs; 8) Primero (dia de primavera).

E’ il ritmo a costituire il filo conduttore del primo album da leader del batterista Marcello Benetti; un ritmo denso e viscerale, quasi sporco dove i tamburi sono importanti tanto quanto i piatti. I contrasti ritmici, la ricerca di nuovi timbri e sonorità rendono la musica di «Supuesto blue» avvincente, onirica e sanguigna, ma allo stesso tempo complessa e raffinata, capace di rischiare senza dimenticare le sue radici, blues soprattutto, ma anche funky, ritmi balcanici e melodie klezmer (musiche che il batterista continua a frequentare suonando con il gruppo etnico Rumellai). E’ compatto e ben equilibrato l’ensemble guidato da Benetti, nato nel 1972 a Portogruaro, cresciuto a Mirano, sempre in provincia di Venezia, e da qualche anno trasferitosi a Bologna, dove ha conosciuto gran parte dei suoi attuali compagni di viaggio, frequentandone la vivace scena dell’avanguardia.

S’é avvicinato alla musica da ragazzo studiando chitarra classica; ha poi suonato blues e rythm’n'blues come chitarrista fino a metà anni ’90 ma, quasi contemporaneamente, ha iniziato a studiare la batteria, perfezionandosi con Fabio Grandi e frequentando un corso presso la bolognese Music Academy. Ha poi partecipato ad uno stage intensivo di percussioni caraibiche con Erik Bonne a Cuba e ad uno con il jazzista olandese Han Bennink. Ha seguito nel 2002 i seminari estivi di Siena Jazz, studiando con Ettore Fioravanti e Massimo Manzi. Dal 2008 ha iniziato a frequentare periodicamente la città di New Orleans e in quello stesso anno ha cominciato a scrivere musica, fondando un quintetto denominato Fifth e completato da eccellenti musicisti come Enrico Sartori, clarinetti e sax alto, Pasquale Mirra, vibrafono, Silvia Bolognesi, contrabbasso, Simone Padovani, percussioni. Benetti ha composti tutti i brani dell’album, confermandosi musicista maturo e completo, in grado di passare dagli avvincenti, ipnotici riff di Supuesto blue e Sarin alla lirica melodia di La pluie, introdotta dal suggestivo suono del glockenspiel, dalla colemaniana, semplice ma efficace In fieri alla quasi festosa Primero (dia de primavera), tema che chiude nel migliore dei modi l’album, lasciandoci la speranza, del tutto fondata, che questa sia davvero, per il batterista veneto. la “prima” di una lunga serie di meravigliose “primavere”.

 

VINCENZO LUCARELLI

«Double check»

Caligola 2115

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Michele Polga (tenor sax), Vicenzo Lucarelli (piano) with Gerardo Bartoccini (double bass),
Armando Sciommeri (drums) on 1/2/4/7; Giambattista Gioia (trumpet), Mauro Verrone
(alto sax), Marco Loddo (double bass), Max De Lucia (drums) on 3/5/6/8.

1) Memories of the future; 2) 4L; 3) Both hands; 4) Disculpa; 5) Night and day;
6) One for Cedar; 7) Odd and sunny; 8) I hear a rhapsody.

Vincenzo Lucarelli, romano, classe 1971, inizia a studiare  piano jazz nel 1987 e nel 1994 frequenta i corsi di Siena Jazz sotto la guida di Mauro Grossi. Nel 1998 vince una borsa di studio che gli consente di frequentare la Manhattan School di New York, conseguendo nel 2001 il Bachelor of Music. Prima di rientrare in Italia registra a Lubiana con il contrabbassista Matej Hotko l’album «Road people». Incide nel 2003 a Roma il suo primo disco da leader, «New cycle mood», per Splasc(h), in quintetto con, fra gli altri, Daniele Tittarelli al sax alto. Suona in molti festival, anche all’estero, e nell’estate 2007 decide finalmente di tornare in studio di registrazione, scegliendo di alternare un classico quartetto con sax tenore ad un sestetto, in cui si aggiungono tromba e sax alto, di gusto più marcatamente boppistico. Mentre cambiano le coppie ritmiche, l’unico solista presente in entrambe le sedute, oltre al leader naturalmente, è il tenorsassofonista vicentino Michele Polga. Il titolo, «Double check», viene dagli anni passati alla Manhattan School. Ricorda lo stesso Lucarelli nelle note di copertina: “.. era la mia insegnante di humanities ad utilizzare quest’espressione ogni volta che, durante le lezioni, sorgeva qualche dubbio. E così il termine double check” è diventato parte del mio vocabolario ed è un’azione che compio spesso nel mio lavoro… dopo aver scritto un brano originale o un arrangiamento … ci torno sopra dopo averlo suonato per qualche giorno od a volte anche per qualche settimana, e ne scrivo una versione definitiva… L’ho utilizzato pensando soprattutto al doppio sound–check che è stato necessario per realizzare il disco: uno per il quartetto ed uno per il sestetto”. Sei composizioni del leader e due standard (Night and Day, I hear a rhapsody, eseguiti entrambi con la formazione allargata), danno la misura di un eccellente pianista ma non solo, di un musicista ormai maturo ed originale, anche se inevitabili sono i riferimenti ai maestri. Fra i brani originali meritano di venire ricordati almeno la lirica Memories of the future, in quartetto, omaggio alla musica di Wayne Shorter, e l’incisiva One for Cedar, in sestetto, che come il titolo lascia chiaramente intendere è dedicata a Cedar Walton, che Lucarelli ha scoperto grazie anche ai suggerimenti di Michele Polga. 

DANIELE DI BONAVENTURA
& BLACK COFFEE

«Dall’altra parte dell’Adriatico/S druge strane Jadrana»

Caligola 2114

notizie aggiuntive

Daniele Di Bonaventura (piano, bandoneon), Renato Švorinić (acoustic bass),
Jadran “Čićo” Dučić (drums).

1) Al di là del mare; 2) I fall in love too easily; 3) Samnom;
4) Terra; 5) Jute san se zajubi;6) Parlami d’amore; 7) Levante;
8) You don’t know what love is;9) Zelenu granu s tugom žuta voća.

L’ idea dei “ponti culturali” continua ad affascinare quanti si occupano di espressioni artistiche, in modo particolare gli operatori che si muovono nell’ambito del jazz. Questo disco rappresenta un traguardo importante, uno dei rari esempi di incontro tra protagonisti dei fermenti che animano le due sponde dell’ Adriatico, il prodotto di un’avventura musical–culturale tra solisti italiani e croati, impegnati nei continui spostamenti dei tasselli di un puzzle fatto di cultura popolare e di sonorità che accarezzano il filone afroamericano. Leader del trio é Daniele Di Bonaventura, nato a Fermo, nelle Marche, che ha coltivato sin da adolescente un forte interesse per la musica improvvisata, pur venendo da una formazione musicale di estrazione classica, culminata con il diploma in composizione. Impegnato più spesso in collaborazioni esterne – l’ultima, e forse più importante, è quella con Miroslav Vitous – che non in qualità di leader, Di Bonaventura, classe 1966, è a torto più noto come virtuoso del bandoneon che non come pianista. Ed invece, proprio con il Black Coffee si rivela pienamente il suo non comune talento pianistico, sottile e discreto, che trova piena realizzazione in un lirismo intenso ma asciutto, mai ridondante. Non è un caso che il Nostro suoni il pianoforte in cinque dei nove brani che compongono l’album. L’ intesa fra i tre musicisti é stata subito immediata: lo si può constatare nei passaggi più coinvolgenti di questo lavoro, che si inserisce brillantemente nella sparuta lista dei progetti italo–croati immersi nella rilettura delle radici di terre più e meno conosciute. Con questo disco, dominato da grande lirismo e freschezza compositiva, il credo musicale del trio, di recente e spontanea costituzione, viene sviluppato attraverso territori noti (I fall in love too easily, You don’t know what love is), temi tratti dal songbook italiano (Parlami d’ amore) e composizioni originali. Un altro responsabile del progetto, quasi quanto Di Bonaventura, è il bassista croato Renato Švorinić, attivo da anni in un gioco a incastro tra il jazz e musica etnica. Toccanti quanto essenziali risultano i suoi arrangiamenti di Jute san se zajubi e Zelenu granu s tugom žuta voća, veri e propri standard della tradizione dalmata.

TRANS EUROPE TRIO
(ESCOUDE’/HALL/TAMBURINI)

«Childreams»

Caligola 2113

notizie aggiuntive

Marco Tamburini (trumpet, flugelhorn), Christian Escoudè (guitar),
Darryl Hall (double bass).

1) Bebè; 2) Groovin’ with Santino; 3) Pour Antoine Doinel; 4) Gas Gas;
5) Petite melody;6) Lydian colours; 7) Letter from America; 8) Aerei di carta;
9) A child is born; 10) Primavera.

Considero questa una delle migliori sedute di registrazione cui abbia mai partecipato; in quest’incisione, realizzata a Trieste dal Trans Europe Trio, si possono sentire tutta la spontaneità e la qualità della musica suonata”. Difficile trovare parole più appropriate di queste, semplici ma significative, scritte da Christian Escoudé, il più celebre dei tre componenti del Trans Europe Trio, a commento dell’incisione. Che un “interplay” spontaneo, magico e naturale, sia subito nato fra i tre musicisti è chiaro sin dalle prime battute dello splendido brano d’apertura, di Hermeto Pascoal.

Nata nel 2007, la formazione si riunisce saltuariamente ma ogni volta l’entusiasmo è quello della prima. Siamo in presenza di un trio davvero paritetico, sotto ogni punto di vista. Lo conferma anche il repertorio scelto per la seduta di registrazione, che assegna tre brani a Marco Tamburini, due ad Escoudé, altrettanti al contrabbassista americano Darryl Hall. Tre diversi paesi d’origine, tre differenti storie musicali hanno creato una vera “complete communion”, per riprendere il titolo di uno storico disco di Don Cherry. Miracoli che spesso il jazz sa fare. Il trombettista italiano è qui in gran forma, le note scorrono pregnanti, in modo fluido, naturale, creando distillati di vera poesia, frasi che hanno un lirismo spontaneo e giocoso, come nei sogni dei bambini. Il titolo scelto, «Childreams», significherà pur qualcosa? Lo spiega bene Hall, che come Escoudé ha voluto regalarci delle brevi note sul disco: “E’ stato un gran piacere esser parte di questa gioiosa attività musicale con due artisti di così grande talento. A Christian non mancano immaginazione e saggezza, mentre Marco è un visionario con tante belle idee musicali…”.

Davvero difficile stilare una graduatoria fra le dieci straordinarie esecuzioni. Oltre al già citato brano d’apertura, ci piace ricordare il delizioso ed efficace “medium” di Groovin’ with Santino, di Escoudè, il raffinato lirismo di Petite melody, una ballad di Hall, e dei tre di Tamburini almeno Gas Gas, con il suo riff ipnotico e giocoso. Ma un ascolto attento merita anche la suggestiva melodia di Pour Antoine Doinel, brano regalato al trio dal compositore contemporaneo Stefano Bellon, molto vicino al mondo del jazz. 

VERONA IMPROVISERS JAZZ ORCHESTRA

«E se domani»

Caligola 2112

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Christina Stanchina, Gherardo Dacquati, Paolo Tubini, Franco Capiluppi (trumpet);
Alberto Tortella, Cristiano Boschesi, Luca Zocca, Alessandro Saottini (trombone);
Davide Agnoli, Roberto Piva, Matteo Gervasini, Federico Zaccatelli, Moreno Castagna (saxophones);
Daniele Pianegonda (flute); Davide Recchia (guitar); Gianluca Tagliazucchi (piano, arrangements),
Carlo Alberto Danieli (double bass); Alberto Girardi (drums).
Renzo De Rossi (conductor). Special guest: Emanuele Parrini (violin).

1) Le mille bolle blu; 2) E se domani;
3) Carlo Alberto Rossi Medley (Na voce e na chitarra, Di giorno in giorno, Vecchia Europa);
4) Nun é peccato; 5) Quando vien la sera;6) Se tu non fossi qui; 7) Stradivarius;
8) Trieste mia; 9) Tribute to Carlo Alberto Rossi (Louisiana, Amarti con gli occhi, Conosci mia cugina).

Fondata nel 1999 dal sassofonista Riccardo Piazzi, la Verona Improvisers Jazz Orchestra raggiunge con questo suo secondo disco – il primo è stato «Live 2002» (Vam Records) – la piena maturità. E ormai una formazione non più legata soltanto alla realtà scaligera, ma che si giova dell’apporto di musicisti provenienti da tutto il Veneto, da Trentino e Lombardia. E’ diretta oggi da Renzo De Rossi, che ne è stato il pianista sino al 2005, e presenta in questo album uno dei suoi più riusciti progetti, dedicato ad uno dei maestri della musica leggera italiana, il compositore Carlo Alberto Rossi, avvalendosi della presenza del pianista genovese Gianluca Tagliazucchi – che è anche l’arrangiatore di tutti i brani – ed, in qualità di solista, dell’ancor più noto Emanuele Parrini (violino), nome di punta della nuova scena jazzistica italiana. “Privati della parola, del testo letterario, i brani del Signor Rossi più famoso della canzone italiana non hanno perso di efficacia e di comunicazione. Il violino di Parrini non fa rimpiangere l’assenza della voce, anzi tocca corde di espressività, di creatività e di fantasia sconosciute al canto…”. Le parole di Roberto Codazzi, che firma le esaurienti note di copertina, confermano come l’aver chiamato il violinista toscano si sia rivelata scelta quanto mai azzeccata. Si legge ancora nella presentazione del disco: “In Nun è peccato il violino dipinge un delizioso slow sul tappeto sonoro dell’orchestra. Quando vien la sera è ritmo, è swing….In Stradivarius il violino non può che essere protagonista e dialoga amorevolmente con la big–band per tutto il brano…Il pianoforte fa da apripista a Trieste miae nella coda ci pensa il violino di Parrini a illuminarla a giorno”. «E se domani»  si rivela insomma un album riuscito e godibile, che sarà apprezzato soprattutto da chi ama le sonorità della grande orchestra.

GRAZIELLA VENDRAMIN

«’A casciaforte dei ricordi»

Caligola 2111

notizie aggiuntive

Graziella Vendramin (vocals), Denis Biason (guitars, mandoline),
Simone Serafini (double bass), Luca Colussi (drums). 


1) Reginella; 2) Voce ‘e notte; 3) Caravan petrol; 4) ‘A vucchella; 5) Anima napoletana;
6) Tammuriata nera; 7) E mi manchi tanto; 8) Sera del mare; 9) ‘A canzuncella;
10) Tu si’ na cosa grande; 11) A me me piace ‘o blues; 12) Voglia ‘e turna’.

Questo quarto album da leader della vocalist friulana Graziella Vendramin ha un sapore del tutto particolare, poiché è cantato quasi interamente in napoletano. Niente di strano, a ben vedere, sia per la sua lunga esperienza nei più svariati ambiti musicali, anche quelli della musica leggera italiana, sia soprattutto perché napoletana è sua madre, cui il disco è dedicato, purtroppo colpita recentemente da un malattia che lascia poche speranze. Ci vengono incontro le sentite parole della stessa cantante, che ha scritto le note di copertina: «I brani sono stati cantati nella lingua originale poiché Napoli è la mia seconda terra. Questi brani li cantava mia madre mentre lavava i panni sulla tavola di legno appoggiata nella vasca da bagno. Io mi sedevo in un angolo ed ascoltavo attenta memorizzando tutto. Avevo undici anni.… Oramai mi resta poco tempo da condividere con la sua memoria, e sono state un’esigenza ed una necessità prioritarie quelle di creare qualcosa dove fosse presente in modo molto forte il colore della sua voce… ». Dei dodici brani presenti nel disco ben dieci sono cantati in napoletano: sei sono classici della tradizione partenopea, tre di autori–interpreti napoletani più moderni, una, Anima napoletana, della stessa Vendramin. Ci sono poi una bella versione di E mi manchi tanto, di Paolo Morelli degli Alunni del Sole, ed un altro brano originale con testo in italiano. «Il cantare in napoletano, da un anno a questa parte, è diventato per me stessa sempre più una necessità, anche se questa modalità mi è stata consigliata dalla grande Norma Winstone dopo avermi sentita cantare…». Tradizione e modernità si sposano quindi nel migliore dei modi in un disco che ha comunque alla base un solido retroterra jazzistico, sia per il feeling della sua protagonista principale, che il jazz ha studiato e praticato a lungo, sia per la scelta, azzeccata, di farsi accompagnare da tre eccellenti jazzisti come Denis Biason, chitarre, Simone Serafini, contrabbasso, e Luca Colussi, batteria. Ma la libera improvvisazione non snatura le interpretazioni di grandi classici, difficili da stravolgere, come Reginella, Voce ‘e notte e ‘A vucchella, né della più moderna, dimenticata ma deliziosa ‘A canzuncella, grande successo negli anni ’70 degli Alunni del Sole.

NICOLA & GIUSEPPE SORATO

«Fourhands»

Caligola 2110

notizie aggiuntive

Giuseppe Sorato (piano,electric piano, synths, hammond, minimoog), Nicola Sorato (electric bass, guitars).
Guests : Francesco Michielin (vocals) on n° 1; Massimo Donà (trumpet) on n° 2;
Enrico Pagnin (clarinet) on n° 6, Giorgio Mantovan (guitar) on n° 8.
Loop programs, drums, percussion, arrangements by Giuseppe and Nicola Sorato

1) Moon with the mum; 2) Smoke; 3) Deep; 4) Pucto dance; 5) Via Monte Rosso;
6) A child’s smile is priceless; 7) Pretty rain; 8) Calcutta’s angel; 9) The road to the trees.

Attivo professionalmente dal 1990, Nicola Sorato, veneziano, è un bassista elettrico duttile e preparato, poco noto al grande pubblico quanto apprezzato dagli addetti ai lavori. Non a caso nel suo ricco curriculum compaiono i nomi dei cantautori Massimo Bubola e Ron, del pioniere del rock sinfonico Tony Pagliuca (ex–Orme), del chitarrista new–age Alberto Grollo, ma anche dei jazzisti Fabrizio Sotti, Giulio Capiozzo e Robert Bonisolo. Più durature sono le recenti esperienze nel trio del chitarrista Ruggero Robin, nel quintetto di Massimo Donà e nel gruppo di musica brasiliana Nossa Alma Canta, con la vocalist Rosa Bittolo Bon. Con il fratello Giuseppe, tastierista, più vecchio di appena qualche anno, Nicola suona nella band del chitarrista Giorgio Mantovan. Dopo molti dischi registrati come sidemen, «Fourhands», a lungo preparato, segna una tappa importante del percorso musicale dei fratelli Sorato, rappresentando sia la sintesi di almeno due decenni di lavoro, soprattutto compositivo, sia, finalmente, la prima importante prova da leader (per entrambi). Autori al 50% delle musiche – ad eccezione di Deep, firmata dal solo Nicola – i fratelli riescono a riassumere nel migliore dei modi in appena nove brani le loro variegate esperienze musicali, facendo largo uso della tecnica della sovraincisione ma soprattutto dell’elettronica che, oltre a creare tappeti sonori e produrre effetti, fornisce alla musica sia il necessario sostegno ritmico–percussivo che l’ampia tavolozza dei colori di un’orchestra sinfonica. Nicola – un occhio puntato si Jaco Pastorius, l’altro su Marcus Miller – e Giuseppe – che non ignora la lezione di Joe Zawinul – fanno in pratica tutto da soli, avvalendosi soltanto del prezioso apporto di tre solisti–amici in altrettanti brani. Si ascoltano così la tromba di Massimo Donà nella davisiana Smoke, il clarinetto di Enrico Pagnin nella lirica A child’s smile is priceless e la chitarra di Mantovan nella suggestiva Calcutta’s angel. Sospesa tra fusion e funky, tra Weather Report e Miles Davis, pop sinfonico e Pat Metheny, la musica dei Sorato non ha pretese di grande originalità ma ha il pregio d’esser gradevole, fresca e sincera. Il che, di questi tempi, non è poco.

 

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