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DRUMPRINTS

«Drums & Percussion»

Caligola 2129

notizie aggiuntive

Davide Ragazzoni (drums), Leo Di Angilla (percussion).

1) Aleph 1; 2) Repique; 3) Yidaki funk; 4) Drumprints; 5) Plug in;
6) Percussion shuffle;7) RPS 3; 8) Tribute (to the drums); 9) 8421;
10) Panamerica; 11) Crash test.

Non sono molti i dischi di sola percussione nella storia del jazz, tanto più in quello italiano. Eppure il ritmo, si sa, è per la musica afroamericana elemento più importante di melodia ed armonia, capace di definirne meglio caratteristiche e contorni. L’idea di fare un duo con batteria e percussioni avrebbe potuto apparire azzardata, ed invece, nel caso di Davide Ragazzoni e Leo Di Angilla, ha mostrato di funzionare a meraviglia, nelle molte esibizioni concertistiche e lezioni–concerto tenute in questi ultimi due anni. E se funziona così bene dal vivo – si sono chiesti un giorno i due percussionisti veneziani – perché non fissarla e diffonderla anche attraverso un disco? Dopo averci pensato a lungo Ragazzoni e Di Angilla si sono alla fine decisi. Ma per timore di perdere in uno studio quella speciale magia, unica e suggestiva, che i molti concerti tenuti hanno dimostrato di saper sempre creare, hanno quindi deciso di registrare il disco dal vivo. Ma, da affermati e collaudati professionisti quali sono, lo hanno voluto fare nel migliore dei modi, non lasciando quasi nulla al caso. Il repertorio è stato quindi minuziosamente scelto, preparato ed infine registrato durante un concerto tenuto nell’ambito del Supersonic International Music Festival al Teatro Pasolini di Cervignano del Friuli. I nastri, registrati dal fonico Vasja Krizmancic, sono quindi stati mixati a Venezia da Cristiano Verardo. Il viaggio attraverso cui i due musicisti ci guidano, è bello ed affascinante, sempre ricco di sorprese. Ragazzoni non è soltanto uno stimato jazzista – che ha suonato, fra gli altri, con Andrea Braido, Massimo Donà e Marcello Tonolo – ma anche un ricercato accompagnatore nel mondo della musica leggera italiana (Enzo Jannacci, Patti Pravo e, da ultimo, Angelo Branduardi). Di Angilla, più giovane ma con un curriculum altrettanto importante (Roy Paci, Tiziano Ferro, Mike Patton), forma con lui un duo affiatato e coeso, capace di arrivare ad una suggestiva sintesi di molti linguaggi musicali. Latin jazz e funky, Africa e Brasile, Asia e cultura mediterranea, be–bop e fusion, ogni combinazione stilistica risulta musicalmente plausibile, ed il ritmo sembra in grado di unire laddove invece l’armonia è riuscita piuttosto quasi sempre a dividere. Un’esperienza da vivere tutta d’un fiato, quella di “Drumprints”, evitando preconcetti o pregiudizi, tenendo invece le orecchie sempre bene aperte.

SAX FOUR FUN & JAVIER GIROTTO

«Pangea»

Caligola 2128

notizie aggiuntive

Stefano Menato (soprano & alto sax), Hans Tutzer (alto sax), Fiorenzo Zeni (tenor sax),
Giorgio Beberi (baritone sax).
 Special guest: Javier Girotto (soprano sax, quena, moxeňo).

1) Quel mazzolin di fiori; 2) La poesia; 3) La pastora; 4) Nahuel;
5) Tom & Jerry versus Willy il Coyote bip bip; 6) Il signore delle cime;
7) La montanara; 8) Viaggio nella memoria; 9) Falks Land; 10) Ninna nanna;
11) Ultimo giro; 12) Happy people.

Pangea” è una parola che deriva dal greco antico e significa “tutta la terra”. Molti geologi propendono per uno scenario che tra circa 250 milioni di anni vedrà riunirsi di nuovo i continenti. La medesima “riunificazione” viene perseguita ed in un certo senso “accelerata” dalle analogie musicali di due zone geografiche montane – le Dolomiti in Europa e le Ande nell’America Latina – così lontane ma, allo stesso tempo, così affini. Non è difficile, infatti, individuare tra le due aree una “comunanza” di valori naturali, umani, storici e soprattutto musicali. Giocando con melodie popolari e storie di vita quotidiana il quartetto Sax Four Fun – attivo da quasi 20 anni, formato da musicisti dell’area veronese, altoatesina e trentina – ed il celebre sassofonista argentino Javier Girotto – classe 1975, trasferitosi in Italia nel 1990 – hanno camminato in equilibrio sulle funi invisibili della tradizione che lega in maniera indissolubile i continenti, ripercorrendo gli scambi di tradizioni e di esperienze che sono stati altresì esportati dalle nostre storie di emigrazione.

Il progetto “Dalle Dolomiti alle Ande” è stato prodotto nel 2007 per il festival “I Suoni delle Dolomiti” e, alla luce del successo riportato, nonché dell’eccellente proficua collaborazione subito instauratasi fra i cinque sassofonisti, è diventato ora anche un disco, davvero riuscito, registrato dal vivo al Piccolo Teatro Carambolage di Bolzano nel marzo 2008. Il quartetto italiano, attivo dal 1992, é formato da Stefano Menato, Hans Tutzer, Fiorenzo Zeni e Giorgio Beberi, sassofonisti che lavorano insieme da lungo tempo con l’obiettivo di divertirsi e divertire il pubblico, cercando di mettere in luce tutte le grandi potenzialità espressive del sassofono, spaziando quindi dal jazz al rhythm’n’blues, dalla salsa alle sonorità etniche tipiche della “world music”. I Sax Four Fun hanno pubblicato, prima di «Pangea», tre dischi: nel 1998 l’album omonimo per Spasc(h) Records, nel 2000 «Guarda avanti» per Velut Luna e nel 2003 «Caro Nanni», che comprende una selezione di musiche composte da Nicola Piovani per i film di Nanni Moretti. In questo ultimo lavoro, le rielaborazioni di celebri brani tradizionali come Quel mazzolin de fiori e La Pastora si alternano a molte composizioni originali, firmate da Girotto e Zeni.

SLASH ART 3

«Slash Art 3»

Caligola 2127

notizie aggiuntive

Marco Ponchiroli (piano), Roberto Caon (double bass), Marco Carlesso (drums).

1) Fog in the country; 2) R.M.M.; 3) Hopes; 4) Manuel; 5) Tres palabras;
6) Prayer for a friend; 7) Iceland; 8) Suite and sweet; 9) The sigh.

Quando il 28 dicembre 1959 Bill Evans entra per la prima volta in studio di registrazione con Scott LaFaro e Paul Motian, non può certo immaginare che quel suo trio avrebbe cambiato la storia del jazz, finendo per influenzare intere generazioni di musicisti, in ogni parte del mondo. Da quel momento contrabbasso e batteria cessano di recitare un ruolo subalterno rispetto a quello del pianoforte: il loro é un perfetto esempio di dialogo paritetico, nel più vero significato del termine. Concetti che conservano ancor oggi, a distanza di mezzo secolo, lo stesso identico valore. Ne sono fermamente convinti Marco Ponchiroli, Roberto Caon e Massimo Carlesso, che hanno fondato tre anni or sono lo Slash Art 3, di cui questo disco costituisce il primo importante documento, ma non certo il punto d’arrivo. Il progetto  parte dalla necessità dei tre componenti di creare un vero e proprio laboratorio permanente, dove poter suonare e sperimentare nuove idee e sensazioni. Il repertorio finora affrontato si basa per lo più su composizioni di Caon, prendendo ispirazione sia dal sound contemporaneo newyorkese,  che da quello di matrice europea. Le idee, una volta esposte, vengono sviluppate e adattate dal trio in maniera spontanea e coerente, con grande rispetto della tradizione ma anche con il desiderio, mai sopito, di sperimentare le più diverse forme di contaminazione. Unica eccezione è la celebre Tres Palabras, canzone composta nel 1943 dal musicista cubano Osvaldo Farrés, e diventato uno dei brani più eseguiti dal dopoguerra ad oggi. Sia Roberto Caon («Second change», 2000), che soprattutto Marco Ponchiroli (in duo con Luigi Sella,

«Warm up», 2003, o con Enrica Bacchia «Like you», 2006, in quartetto con Bebo Baldan, «The Italian Jazz Art», 2007) avevano già inciso per la nostra etichetta, ma questo disco, se ancora ce n’era bisogno, conferma la loro ormai piena maturità. Splendido interplay, continuo ribaltamento dei ruoli, repentini cambiamenti di ritmo e d’atmosfera – anche se sembra esserci una certa predilezione per i momenti riflessivi e intimi, per le ballad insomma più che i brani aggressivi e veloci – fanno di Slash Art 3 una delle grandi promesse del jazz italiano. Il trio di Caon e Ponchiroli, ne siamo certi, sulla scia di quanto già seminato dal Doctor 3 di Danilo Rea, saprà far parlare presto di sé, forte di un linguaggio originale e maturo, già ben definito e riconoscibile.

GIBELLINI/TAVOLAZZI/BEGGIO (GTB TRIO)

«Put on a happy face»

Caligola 2126

notizie aggiuntive

Sandro Gibellini (electric guitar), Ares Tavolazzi (double bass), Mauro Beggio (drums).
Special guest: Alan Farrington (vocals) on n° 9.

1) I’m through with love; 2) Sati; 3) Moon river; 4) Strike up the band; 5) Piccolo valzer per Ruiz;
6) Question mark;7) Put on a happy face; 8) Flamingo; 9) Jazz dream.

Sorprende che un gruppo nato nel 1996, formato da tre riconosciuti maestri della scena jazzistica italiana, abbia pubblicato sin qui soltanto tre dischi. Ancor più stupisce che, dopo «You and the night and the music» (1999) e «Let’s face the music and dance» (2001) – pubblicati entrambi dalla Splasc(h) Records – siano dovuti passare ben nove anni affinché Sandro Gibellini, Ares Tavolazzi, Mauro Beggio vincessero la pigrizia e si convincessero a raccogliere e incidere del nuovo materiale per questo terzo atteso lavoro. I loro numerosi estimatori lo aspettavano da tempo. Nelle nove tracce di «Put on a happy face», registrato in uno studio toscano nel marzo del 2009, vengono esaltate le principali caratteristiche del trio, che sono la costante ricerca dell’interplay – in una sorta di continuo dialogo tra i musicisti – e la freschezza della musica proposta. Il repertorio, scelto con estrema cura, mescola standard (alcuni celeberrimi come Moon river di Henry Mancini o la gershwiniana Strike up the band, altri meno noti come I’m through with love, delizioso brano d’apertura o quello, dallo swing fluido e contagioso, che dà il titolo all’album) a composizioni originali, una di Tavolazzi, un valzer, e tre di Gibellini. Appare riuscita in particolare la ripresa di Jazz dream, che i suoi co-autori, il chitarrista bresciano ed il cantante Alan Farrington, presente come ospite soltanto in questo brano, avevano già proposto tre anni or sono in duo nel riuscito disco «Two of us…» (Caligola 2082). Il trio suona con grande relax, senza per questo apparire leggero o superficiale. Le linee melodiche di Sandro Gibellini, chitarrista estremamente versatile, sempre puntuale ed elegante, rispettoso della tradizione jazzistica ed allo stesso tempo originale, sono un invito a nozze per il raffinato contrabbasso di Ares Tavolazzi, dalla cavata agile e profonda, che trova a sua volta nel fantasioso e solido “drumming” di Mauro Beggio un partner altrettanto ideale. Poco importa che ad intrecciare il dialogo siano musicisti di età e formazione così diverse (Tavolazzi è nato nel 1948, Gibellini nel 1957, Beggio nel 1970: fra il primo ed il terzo c’è quindi lo spazio di un’intera generazione). Questa è piuttosto la riprova, se mai ce ne fosse bisogno, che nella musica la differenza d’età non ha mai rappresentato un serio problema, né a nostro parere lo potrà mai costituire.

BRANCIAMORE PERFECT QUINTET

«Keep up the dialogue»

Caligola 2125

notizie aggiuntive

Elio Amato (trombone, flugelhorn), Gaetano Cristofaro (soprano & tenor sax, clarinet),
Giorgio Occhipinti (piano),
Giuseppe Guarrella (double bass),
Francesco Branciamore (drums, xilophone).

Going; 2) Keep up the dialogue; 3) Trium; 4) Overlapped

Nell’ormai lunga discografia del batterista siracusano Francesco Branciamore, il Perfect Quartet (oggi Quintet) rappresenta uno stabile ed incoraggiante punto di riferimento. Dopo il disco d’esordio, dal titolo omonimo, pubblicato nel 2002 dalla Jazzhalò Records, la consacrazione del gruppo è arrivata nel 2005 con «Jumping» (Splasch). Ora, a distanza di cinque anni, il quartetto “senza pianoforte”, d’ispirazione colemaniana, é diventato quintetto con l’inserimento del pianista siciliano Giorgio Occhipinti, abituale collaboratore di Branciamore. Si è di fatto ricostituito, nella sezione ritmica del Perfect Quintet, il December Thirty Jazz Trio, gruppo che Occhipinti guida con caparbietà dal 1989. «Keep up the dialogue» (manteniamo alto il livello del dialogo), significa anche “riprendiamoci il piacere del parlare  in musica”, nel jazz oltremodo importante. Ma è anche un modo per dire, metaforicamente, “apriamoci alle diversità”, nelle loro accezioni universali. Usare lo xilofono, proprio nel brano che dà il titolo all’album, non è stata una scelta casuale. Il suono caldo del paduk – il legno con cui è costruito lo strumento – ci rimanda alle radici del jazz, così come la forma di blues in minore da cui prende corpo il brano, dopo una lunga introduzione. Guardare indietro per andare avanti: questo è il senso del lavoro di Branciamore, evidente anche in Going e Trium. L’ultima composizione, Overlapped, è la sintesi ed al contempo l’essenza del tutto. Il dialogo in ciascuno dei duetti sovrapposti interiorizza la parte più nascosta di ogni musicista coinvolto, con l’obiettivo di portare in superficie quanta più musica possibile. Lo strumento usato da Branciamore viene spesso ritenuto, ingiustamente, meno importante di altri, forse perché non in grado di recitare armonicamente e melodicamente un ruolo da protagonista. Niente di più sbagliato. La batteria, soprattutto nel jazz, conferisce ritmo, colore ed atmosfera ad ogni brano. Il batterista è uno stimolo per i propri partner ed è il primo ad accorgersi se l’esecuzione sta perdendo nella fantasia, nella timbrica o nella dinamica. In questo caso poi riesce addirittura a preoccuparsi della costruzione del brano, suonando soltanto quello che serve per arricchirlo, senza sovrastare i compagni, ed evitando episodi pirotecnici di un virtuosismo fine a sé stesso che il più delle volte risulta decisamente noioso.

GIAMPAOLO CASATI TRIO

«Novo»

Caligola 2124

notizie aggiuntive

Giampaolo Casati (trumpet), Marcello Tonolo (piano), Piero Leveratto (double bass).

1) Lob; 2) Bellavista; 3) It happens; 4) La vida felitz; 5) Principessa;
6) Smart set; 7) Artemisia; 8) Narciso; 9) The way I am.

Poco più di quindici anni fa Giampaolo Casati – allora membro della Keptorchestra, che con «Sweet Sixteen» aveva appena inaugurato il catalogo Caligola Records – ci propose una sua fresca registrazione in trio. La musica ci piacque subito moltissimo, e così «In Jazz» (Caligola 2002) divenne il nostro secondo titolo. Ci fa quindi davvero piacere pubblicare oggi, dopo tutto questo tempo, il nuovo lavoro discografico del trombettista genovese, «Novo». Casati in questi anni non ha certo smesso di registrare, anzi, ma non l’ha fatto poi così frequentemente con formazioni a proprio nome. Sono molte le similitudini fra «In Jazz» e «Novo». Entrambi i dischi sono stati incisi in trio – nel precedente c’erano Alessio Menconi, chitarra, e Rosario Bonaccorso, contrabbasso – entrambi contengono nove brani, e di questi, sia allora che oggi, tre sono stati composti da Casati. La regola del tre – che come si sa è il “numero perfetto” – verrebbe da dire. Ma se il numero appare perfetto, quasi magico, parte del merito va anche ai compagni di viaggio scelti per questa nuova avventura dal trombettista, che ha lirismo, freschezza creativa e tecnica sopraffina da vendere. Provvedono in quest’occasione a stimolarlo, con fantasia ed efficacia, due straordinari musicisti ed allo stesso tempo vecchi amici. Parliamo del pianoforte fantasioso ed efficace di Marcello Tonolo da una parte, del contrabbasso solido e profondo di Piero Leveratto dall’altra. Entrambi svolgono nel migliore dei modi la loro parte, regalando per di più al leader tre belle composizioni ciascuno. Un considerevole passo in avanti rispetto al vecchio disco, in questo caso. Benché la leadership del gruppo spetti di diritto a Giampaolo Casati, ci troviamo in verità di fronte ad un trio paritetico, in cui i ruoli sono perfettamente intercambiabili ed è difficile riconoscere subito quello del leader. E’ questa l’ennesima conferma che interplay ed affiatamento – lavoro di squadra, come si dice nello sport – contribuiscono sempre ad accrescere il valore di un progetto. «Novo» è insomma un gran bel lavoro: siamo davvero felici e onorati di accoglierlo nel nostro catalogo. Merita d’esser precisato che la suggestiva The way I am, di Marcello Tonolo, è stata cantata qualche anno fa da Rachel Gould nell’album «No more fire» (Caligola 2062). Altri brani da ricordare – ma è davvero difficile scegliere fra nove splendide gemme – sono sicuramente il lirico Bellavista di Casati ed il boppistico Smart set di Leveratto.

LIGIA FRANÇA

«Meu mundo è hoje»

Caligola 2123

notizie aggiuntive

Ligia França (vocals), Roberto Taufic (guitar), Aruan Ortiz (piano),
Edu Hebling (double bass), Roberto Rossi (drums), Armando Marçal (percussion).

1) O samba è meu dom; 2) Nem eu; 3) Isto è meu Brasil; 4) Saudosa maloca;
5) Meu mundo è hoje; 6) Inolvidable; 7) Vatapà; 8) Lembra de mim; 9) Guarda che luna;
10) Mora na filosofia; 11) Camisa amarela; 12) Nega maluca; 13) Cão sem dono.

Lo swing è naturale, elegante e la sua voce preziosa… Ogni tappa è una sorpresa, grazie anche agli amici di grande classe che, insieme a Ligia, percorrono quel loro mondo che, oggi, fortunatamente, è anche un po’ il nostro”.Il breve ma significativo commento di Luciano Bertrand – agente musicale ma in questo caso soprattutto appassionato di musica brasiliana – ci aiuta ad entrare nel clima del disco, il terzo da leader (dopo «Vida», 2006, e «Mundo melhor», 2008), ma sin qui senza dubbio il più importante, di Ligia França, originaria di Natal (Rio Grande del Nord) e trasferitasi – per nostra fortuna – da ormai un ventennio nel nostro paese. Titolo che, dopo aver sognato di vivere finalmente in un Mundo melhor (mondo migliore), è doppiamente significativo: quella che sembrava solo una speranza è diventata felice realtà: “Il mio mondo è qui, oggi!” (Meu mundo è hoje). Tutto sembra accadere per magia, ma se lo spessore vocale di Ligia França è tanto cresciuto, parte del merito va allo splendido gruppo assemblato per l’occasione. Le tredici canzoni, scelte con grande cura ed attenzione dalla vocalist, formano un repertorio raffinato ed originale, e scorrono via piacevolmente, senza che si avverta mai un benché minimo calo di tensione. Ci sono dodici pezzi brasiliani, poco noti al grande pubblico, ma anche una sorprendente versione di Guarda che luna, omaggio alla sua seconda patria. All’affiatato trio composto da due talentuosi “brasiliani d’Italia” come il chitarrista Roberto Taufic (autore anche di quasi tutti gli arrangiamenti) ed il bassista Edu Hebling, così come dal più brasiliano fra i musicisti italiani, il batterista bolognese Roberto Rossi, si son qui aggiunte due stelle internazionali di prima grandezza come il pianista cubano Aruan Ortiz (attivo dal 1996 in Spagna e dal 2003 a New York, dove ha collaborato con Greg Osby, Francisco Mela e Antoine Roney, solo per fare qualche nome) e l’immenso Armando Marçal, maestro di Rio che ha messo la sua arte percussiva al servizio di Joao Bosco, Pat Metheny e Stefano Bollani. E’ grazie al loro apporto che la saudade diventa swing morbido ed avvincente, mai banale, permeando di un denso alone jazzistico tutta l’incisione. Sopra un quintetto di questa levatura la voce di Ligia non può che volare. Sentire per credere!

CLAUDIO COJANIZ
& FRANCESCO BEARZATTI

«Beat Spirit»

Caligola 2122

notizie aggiuntive

Claudio Cojaniz (piano, lyrics), Francesco Bearzatti (tenor sax and clarinet), Lorenzo Acquaviva (voice).

1) Tanx; 2) Busy street; 3) Funeral X; 4) Black panther; 5) Electric woodoo;
6) Snap; 7) Sexy Brinjevec; 8) Blue dynamo in a starry night;
9) Bandoneon; 10) Habanera.

Entrambi friulani, Claudio Cojaniz, classe 1952, e Francesco Bearzatti, 1966, hanno storie umane e musicali molto diverse, pur essendo accomunati da identici spirito libertario e furore espressivo. Se l’incontro insomma era nell’aria, il risultato per nulla scontato: il sacro fuoco della creatività poteva anche non sprigionarsi, e la scintilla spegnersi magari in un batter d’occhio. Per nostra fortuna invece così non è stato: la musica di «Beat Spirit» è qui a dimostrarlo, avvincente e suggestiva, madida di sudore come un blues, pura come una preghiera. Sembra utile qui citare le note di copertina, scritte dallo stesso Cojaniz: “In questo nuovo lavoro la musica nasce dall’istant composer che in Francesco e in me si è sviluppato, per vie originali e diverse, nel tempo. Si è trattato di stabilire alcune zone comuni e attendere che il resto ci venga rivelato. I testi scelti dal mio libro «Cobra 13» e letti con passione da Lorenzo Acquaviva, danno l’avvio ai brani”. Ci troviano di fronte a sette duetti mozzafiato, a due brevi soli di Bearzatti al clarino e ad un’ipnotica coda finale di piano–solo, con Cojaniz impegnato a sviluppare il tema di Habanera, una delle sue composizioni predilette. I brani in duo rappresentano una sorta di viaggio verso l’inconscio, in cui urla strozzate si alternano a impercettibili sussurri, fra l’incedere sognante, quasi marziale di Funeral X e l’incalzante ritmo, condito da veemente lirismo, di Busy Street, fra il free poetico e controllato di Black Panther e la più frenetica, quasi tayloriana Sexy Brinjevec, fra la suadente, quasi misteriosa Blue dynamo in a starry night e la notturna Bandoneon, illuminata a tratti dal vibrante soffiato del tenore. “Monk illumini le mie mani, Bach protegga la tastiera del mio pianoforte. Il Blues, ombra materna, non mi abbandoni mai…”: suona quasi come una preghiera questo passo del testo che introduce Electric Woodo. Per chiudere ci vengono incontro ancora le accorate “liner notes” di Cojaniz, il cui libro «Cobra 13», da cui sono tratti i testi presenti nel disco, è stato pubblicato nel 2007 da Edizioni Kappa Vu di Udine: “Non penso più ad altre terre da esplorare, ma a nuovi occhi con cui guardare: voglio essere dentro le cose, non parlare delle cose”. Sintesi efficace del suo attuale pensiero artistico–musicale che, pur apparendo più pacato e riflessivo, non tradisce i principi e la coerenza del tumultuoso passato.

ALESSIA OBINO

«Echoes»

Caligola 2121

notizie aggiuntive

Alessia Obino (vocals), Antonio Vitale (vibes), Daniele Santimone (electric guitar),
Alessandro Fedrigo (acoustic bass), Gianni Bertoncini, Carlo Canevali (drums).

1) Strollin’; 2) Midnightmare; 3) Changing melody; 4) Echoes; 5) Stone;
6) Love for sale; 7) Lasting dream; 8) A ilha onde tudo começou.

Il primo disco da leader di Alessia Obino, nata a Bologna ma veneta d’adozione, è un progetto originale, che non strizza l’occhio alle mode né al mercato, perché nasce dall’esigenza di metabolizzare le esperienze fatte in diversi ambiti musicali, non solo jazzistici, passando soprattutto attraverso la composizione di brani originali. La sua passione per il jazz e la musica brasiliana, unite ad un forte desiderio di conoscere tutto l’universo musicale, costituiscono i presupposti per la formazione di questo quintetto e per la realizzazione del disco «Echoes» registrato nel novembre 2008 e pubblicato nel 2010. La nostra etichetta aveva già incontrato la bella voce di Alessia come ospite dell’album «Frenico» (Caligola 2072), di Marco Tamburini. Il nostro disco è formato principalmente da composizioni originali della Obino – uno, A ilha onde tudo começou, preso a tempo di bossanova, è con testo in portoghese – ad eccezione di due standard, uno di Charles Mingus (la veemente Strollin’), l’altro di Cole Porter (dal cui vasto songbook è tratta la celebre Love for sale). «Echoes» é un viaggio attraverso un mondo sonoro eterogeneo, dove libertà ed ispirazione permettono a ogni singolo componente del gruppo di esprimersi in modo libero e personale. Fondamentale in tal senso è il lavoro eseguito dai suoi partners, musicisti emergenti del panorama jazzistico italiano, in particolare dalle chitarre di Daniele Santimone e dal vibrafono di Luigi Vitale. Ci piace infine citare le belle parole che ha trovato per lei Maria Pia De Vito, da anni ai vertici della vocalità jazzistica, non solo italiana: “… Il lavoro di Alessia rientra per me nella categoria di chi il jazz e i suoi grandi modelli (penso a Mingus, Porter, Monk, Ella e Betty Carter, Anita ‘O Day e forse Joni Mitchell) li ha conosciuti, amati e poi assimilati; è una cantante ed autrice che sta provando a trasformarli in carne e tendini della sua musica, anziché gabbiaHa misura e nel contempo osa nella costruzione dei temi, nella coerenza dell’utilizzo delle timbriche. E’ bella e moderna la scelta del vibrafono e di una chitarra straniata, che usa l’elettronica senza ridondanze, supportata da una ritmica intelligente ed agile. I compagni assecondano queste sensazioni di misura e pacatezza dialogando con grande senso delle campiture sonore e bella energia.”

MAURIZIO NIZZETTO

«Mare su chiglia»

Caligola 2120

notizie aggiuntive

Angela Milanese (vocals), Paolo Vianello (piano), Maurizio Nizzetto (double bass), Paolo Prizzon (drums, percussion).
Guests : Marco Tamburini (trumpet, flugelhorn), Mauro Ottolini (trombone), Alberto Vianello (tenor sax),
Gigi Sella (soprano sax, clarinet), Luigi Vitale (vibes), Alvise Stiffoni (cello), Gianfranco Bortolato (oboe), Luca Pitteri (piano).

1) Danza di nuvole; 2) Old route; 3) Mare su chiglia; 4) Suonando Filippo;
5) Ricordando C. Mingus; 6) Altopiano;7) Refluxo; 8) Getting on the stage;
9) Gocce; 10) Con le creature; 11) Destini part 1;
12) Destini part 2; 13) Beguine; 14) Saloon.

A cinque anni dalla realizzazione del suo primo album, autoprodotto, da leader, «Shades», Maurizio Nizzetto si propone con un nuovo disco, stavolta per la nostra etichetta, «Mare su chiglia». Il contrabbassista–compositore paragona la vita dell’uomo alla chiglia di una nave, su cui il mare si infrange a volte con acque tranquille, che sanno portare gioia e serenità, a volte con onde violente di burrasca, che costringono a fatiche e dolori così concreti da non lasciare scelta. Ecco che con le sonorità tipiche del jazz più moderno, comunque sempre lirico, ci troviamo di fronte ora a melodie solari (Danza di nuvole, Altopiano, Con le creature), ora a tipiche ritmiche latine (Refluxo con testo in portoghese di Alessia Obino, e Beguine), attraversando una sorta di “bop” melodico (Getting on the stage, con testo di Angela Milanese, ma anche Destini part 2), che nel brano Saloon diventa ironico e divertente. Incontriamo ritmiche accattivanti su tempi dispari (Old route e Ricordo C.Mingus, omaggio quasi inevitabile per un contrabbassista che si propone anche come band–leader e compositore), ma anche ballad delicate come Destini part 1 e Gocce. Una nota particolare spetta a Suonando Filippo che il pianista Filippo Saccarola ha regalato a Nizzetto, cui è legato da profonda amicizia.
I suoi fedeli compagni di viaggio sono ancora una volta Paolo Vianello (pianoforte) e Paolo Prizzon (batteria e percussioni), che costituiscono con lui un trio ormai collaudato, presenze preziose già nel primo disco, con cui l’autore ha voluto condividere anche le emozioni di queste nuove musiche. Mai nei quattordici brani del disco le formazioni variano continuamente, regalandoci paesaggi sonori sempre diversi, grazie soprattutto alla voce di Angela Milanese, ma anche al flicorno ed alla tromba di Marco Tamburini, al vibrano di Luigi Vitale, al clarinetto ed al sax soprano di Gigi Sella, al sax tenore di Alberto Vianello, al violoncello di Alvise Stiffoni, all’oboe di Gianfranco Bortolato ed al trombone di Mauro Ottolini. Va infine ricordato che Destini part 1 è eseguito al piano da Luca Pitteri.

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