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NICOLA DAL BO

«Trio.org»

Caligola 2139

notizie aggiuntive

Nicola Dal Bo (Hammond A-100 organ, piano), Michele Manzo (electric guitar),
Massimo Chiarella (drums).

1) .Org; 2) G – Spot blues; 3) Organology; 4) Io che amo solo te;
5) When lights are low; 6) Organismo swing; 7) Suspect;
8) Flowers for a lady; 9) Jimmy’s idea; 10) Suspect (piano solo).

Disco del debutto per Nicola Dal Bo, di San Donà di Piave (Venezia), qui impegnato all’organo Hammond, ma anche pregevole pianista (lo si può ascoltare al piano–solo nell’ultimo brano del disco, ripresa di un tema già eseguito in trio), che dopo essersi diplomato al Conservatorio veneziano Benedetto Marcello, ha approfondito gli studi jazzistici con Bruno Cesselli e Paolo Birro. Il gruppo ripropone quella sonorità bluesy tipica delle formazioni con l’organo Hammond, che hanno caratterizzato una parte della produzione discografica Blue Note degli anni ’60, Jimmy Smith “in primis”. Il repertorio è costituito per la maggior parte da brani originali del leader, nelle quali si può avvertire il rispetto per la tradizione jazzistica, oltreché una profonda conoscenza della stessa, ed in particolare di quella corrente sviluppatasi negli anni ’50, ma ancor oggi più che mai vitale, nota come hard–bop, in cui vengono valorizzati lo swing, il blues ma anche i ritmi latini. Ed oltre a Suspect – eseguita sia in trio che, come già ricordato, in completa solitudine al pianoforte – sono da segnalare l’accattivante brano d’apertura, .Org, così come il sentito omaggio al maestro di tutti gli organisti, Jimmy’s idea. Trio omogeneo ed affiatato, quello condotto con efficacia dal tastierista veneto, che può contare sulle notevoli qualità strumentali di Michele Manzo, chitarrista che merita l’attenzione degli addetti ai lavori, e dall’esperto batterista padovano Massimo Chiarella, che ha pochi eguali in Italia per fantasia e senso dello swing, accompagnatore sensibile e raffinato che qualsiasi solista vorrebbe avere al suo fianco. E’ un lavoro decisamente riuscito, fresco e sincero, quello di Nicola Da Bo, che le brevi ma lucide note di copertina di Pietro Tonolo – di cui riportiamo un estratto – ci aiutano a mettere a fuoco. “E’ bello ascoltare della musica così: tre musicisti suonano insieme, le note ti prendono, ti coinvolgono, dopo pochi secondi non percepisci più le singole individualità; si forma l’immagine di un unico organismo, non sai dove finisce la batteria e dove comincia la chitarra, o forse sono i bassi dell’Hammond?… Si intuisce cosa rende possibile questo effetto quasi terapeutico: l’estrema compatibilità del timbro e della pulsazione di Nicola, Michele e Max… Suono e Ritmo, i due grandi cardini della musica, che se utilizzati con maestria aprono tutte le porte”.

BEBO BEST BALDAN & THE ITALIAN JAZZ ART

«The Oslo sessions»

Caligola 2138

notizie aggiuntive

Maurizio Scomparin (trumpet), David Beltran Soto Chero ( guitars),
Edu Hebling (double bass), Bebo Best Baldan (drums, ghatam, overtones).

1) Miles beat; 2) Fast and furious; 3) Shufflin’; 4) Don’ free; 5) Contemporary tango;
6) The forest; 7) Progressive jazz; 8) From 9/8 to fast; 9) Snapping the overtones;
10) Findin’ the Sixties beat; 11) Introducing; 12) Brazilian jazzin’; 13) Hermeto 5/8;
14) Bahia coloured; 15) Egberto; 16) Outducing.

Quasi quattro anni dopo «The Italian Jazz Art» (Caligola 2091), Bebo Baldan si prende un’altra salutare vacanza dalla sua apprezzata attività di produttore–multistrumentista (suona basso, tastiere, chitarra, live electronics) nel campo della musica etnica, elettronica e lounge, dov’è diventato celebre soprattutto con i progetti denominati “Tantra Tribe” e “Super Lounge Orchestra”. Il Nostro torna quindi al jazz, ed al suo primo strumento, la batteria. Non va però dimenticato che da tre anni a questa parte il polistrumentista veneziano è componente stabile dei gruppi di Massimo Donà, dove suona soprattutto basso elettrico e tastiere. Se nel precedente disco paternità e leadership del progetto erano condivise con il pianista Marco Ponchiroli, in questa sua rinnovata edizione il gruppo sembra diventato l’ideale strumento espressivo della sensibilità jazzistica di Bebo Baldan, che conferma la sua ammirazione per Miles Davis, soprattutto quello di «In a silent way». I sedici episodi, suddivisi in due parti, di «The Oslo sessions» mostrano una chiara linea musicale, frutto di contaminazioni certamente – e non poteva essere altrimenti – ma non per questo meno logica e coerente, a tal punto da far apparire i brani come episodi di un’unica lunga suite. Baldan è ben assecondato in questo dai suoi tre partner, che sono il giovane chitarrista peruviano David Beltran Soto Chero, il contrabbasista brasiliano Edu Hebling ed il come lui veneziano Maurizio Scomparin, trombettista che sa adattarsi nel migliore dei modi alle più diverse situazioni musicali. Nonostante sia molto improvvisata, la musica ha un forte senso della composizione e della struttura, e testimonia la capacità di ascolto dei quattro musicisti coinvolti. Le composizioni, pur generalmente molto brevi, hanno sempre una gustosa storia da raccontare; riescono a creare molte nuove aperture, spaziando dal nuovo jazz newyorkese alla musica contemporanea, da Don Cherry a Stockhausen, dal ritmo all’astrazione, con echi di Davis (Miles beat), Coltrane, Mingus, ma anche di Frank Zappa e Tom Waits. Il tutto viene mescolato con il tango, la musica brasiliana, i tempi dispari e sonorità molto vicine all’ultimo Uri Caine. Il disco «The Oslo sessions» si conferma quindi un cocktail davvero riuscito: provare per credere! 

OTELLO SAVOIA DISPAIR QUINTET

«Cromosoma Alfa»

Caligola 2137

notizie aggiuntive

Francesco Bearzatti (tenor sax, clarinet), Michele Polga (tenor sax),
Dario Volpi (electric guitar, loops), Otello Savoia (double bass, acoustic guitar),

Franco Dal Monego (drums).
1) Arabesque; 2) Her birthday; 3) Jungle trip; 4) Poulette; 5) Roar; 6) Il ritorno;
7) Circle game; 8) Splatter; 9) Waltzin’; 10) Di riffa o di raffa;
11) Dans le ventre du souk; 12) Requiem for Pedro; 13) Un giorno, forse…


Quarto disco di Otello Savoia per la nostra etichetta,
«Cromosoma Alfa»rivede all’opera lo stesso quintetto (variato solo in minima parte, con il batterista Franco Dal Monego al posto di Zeno De Rossi), che aveva registrato nel 2004 il suggestivo «Dispair». Prendono così corpo due distinte linee programmatiche nella poetica espressiva del contrabbassista bresciano: una più solare e lirica, che lo vede solitamente impegnato in quartetto con la fisarmonica di Fausto Beccalossi (dischi di riferimento sono «Luise» e «…in giostra»), ed un’altra più introspettiva, vagamente nostalgica e maggiormente sperimentale, che s’identifica con quello che è ormai diventato il Dispair Quintet. Il gruppo riporta alla mente le formazioni di Paul Motian con Bill Frisell e Joe Lovano, ch’era affiancato nei primi tempi da un secondo sassofonista, Billy Drewes, un po’ come succede qui per la coppia Polga e Bearzatti, entrambi tenoristi, anche se il secondo utilizza, molto bene peraltro, il clarino. Con questo strumento sa essere esplosivo nell’incedere frenetico della marcia di Roar, ma allo stesso dolce e suadente nel lieve tre quarti di Waltzin’. Il disco si apre con l’accattivante scala modale di Arabesque, e riesce a far convivere una ballad struggente come Poulette con il funk aggressivo di Splatter, o l’ipnotico mood arabo, quasi una danza, di Dans le ventre du souk, mantenendo sempre però una sorprendente coerenza di fondo, dall’inizio alla fine. E’ bello riascoltare suonare insieme, dopo sei anni, Michele Polga e Francesco Bearzatti, oggi due fra le voci più originali e stimolanti del jazz italiano, ma all’epoca del precedente disco molto meno famosi. Dario Volpi si conferma chitarrista duttile, capace di dare il meglio di sé nelle situazioni più diverse, mentre il drumming fantasioso e pulsante di Franco Dal Monego non fa assolutamente rimpiangere quello del suo più celebre predecessore. Non c’è solo Motian fra i modelli che hanno ispirato Otello Savoia, che non nasconde il suo amore per un maestro come Charlie Haden né l’interesse per il più giovane Ben Allison, entrambi eccellenti contrabbassisti ma anche – e non è affatto un caso – leader autorevoli e compositori personali.

FRANCO NESTI & DUCCIO BERTINI(DVT)

«Cròmatos Project»

Caligola 2136

notizie aggiuntive

Franco Nesti (vocals), Duccio Bertini (conducting and arrangements),
Luca Marianini, Nicola Cellai (trumpet), Silvio Bernardi (trombone),
Giovanni Pecchioli (clarinet), Simone Santini, Claudio Giovagnoli, Rossano Emili (sax),
Simone Graziano (piano), Gabriele Evangelista (double bass), Walter Paoli (drums).
Special guests: Titta Nesti (vocals) on n° 2, Claudio Fasoli (tenor and soprano sax).

1) Crucificado; 2) Before the first time; 3) Falling grace;
4) Nothing like you; 5) Circles; 6) In love.

Conoscevamo Franco Nesti come contrabbassista che ha suonato in trent’anni di jazz militante a fianco di Tiziana Ghiglioni e Luca Flores, Massimo Urbani e Nico Gori, solo per fare qualche nome, e ne avevamo solo sentito parlare come cantante, sia lirico che jazz. L’ascolto di questo nastro ci ha quindi colto di sorpresa, diventata subito meraviglia, per la scoperta delle sue straordinarie qualità vocali, tanto più eclatanti in un panorama, quello della voce maschile, insolitamente povero nel jazz italiano. Il progetto nasce da un idea di Franco Nesti e Duccio Bertini con l’intento comune di proporre una musica ispirata principalmente alle sonorità e ai colori tipici del jazz di estrazione europea. Cròmatos Project è suonato da un ensemble costituito da molteplici sonorità, sapientemente accostate e miscelate nello sviluppo compositivo. I musicisti appaiono in continua interazione con la sensualità di una voce maschile, attraverso l’originale elaborazione di timbri e atmosfere di ampio respiro. L’equilibro delle forme e l’utilizzo dei vari colori orchestrali, per mano dell’arrangiatore Duccio Bertini, già vincitore nel 2003 del Concorso Internazionale di Barga Jazz, permette alla voce grave di Franco Nesti di esprimersi con estrema naturalezza, con un interplay costantemente ricco di creatività. L’ensemble è composto da dodici musicisti, caratterizzato dalla presenza di una tradizionale sezione dei fiati e di una ritmica, ma con la possibilità di modificare il proprio suono con l’aggiunta di strumenti meno convenzionali come flauto, clarinetto, clarinetto basso e flicorno. CròmatosProject vede giovanissime promesse del jazz italiano al fianco di musicisti già attivi e conosciuti, come il baritonista Rossano Emili, e si arricchisce ulteriormente della presenza di uno storico maestro del nostro jazz, il sassofonista Claudio Fasoli. Ci piace ricordare la squisita chicca di Nothing like you – che ricorda una memorabile versione presente nel «Sorcerer» di Miles Davis – e le parole spese da Dave Burrell (di cui è stata riproposta la splendida Crucificado) a commento del disco: “E’ davvero incredibile! Che bella voce! Che arrangiamenti! Che musicisti! Grazie mille… E’ stata davvero una magnifica sorpresa…”.

ANTHONY BRAXTON

«Quartet (Mestre) 2008»

Caligola 2135

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Anthony Braxton (soprano, sopranino and alto sax, contrabass clarinet, live electronics),
Taylor Ho Bynum (cornet, flugelhorn, piccolo and bass trumpet, valve trombone),
Mary Halvorson (electric guitar), Katherine Young (basson).

1) Composition 367c; 2) Encore (Mestre).

La musica di Braxton è spesso stata descritta in termini di “democrazia sonora”: i ruoli tradizionali del jazz – solista, accompagnatore, melodia, accordi – sono stati sostituiti da dialoghi orizzontali, da una partecipazione collettiva e da un uso aperto del materiale. Ma se questo ci dice molto del metodo, non ci dice altrettanto del risultato, perché uno degli aspetti più affascinanti della musica dell’ultimo Braxton è la nuova trama timbrica prodotta dalle improvvisazioni dei suoi gruppi. Questo “live” del Diamond Curtain Wall Quartet ne è uno straordinario esempio. Già un buon concerto era stato registrato due giorni prima a Mosca, pubblicato dall’inglese Leo Records, ma l’esibizione italiana (1°/07/2008) sembra migliore. L’organico non ha riferimenti specifici ad esempi jazz o di musica contemporanea, ma ciò che rende unica questa musica è la fusione tra combinazione timbrica ed improvvisazione, e quindi una sorta di tensione del colore. La scelta degli strumentisti non è infatti legata a questioni di registro o di complementarità timbrica, ma alla somma degli armonici, al colore inedito che si ottiene sommando i vari strumenti nell’improvvisazione. Questa tensione corporea del suono è modulata attraverso il dialogo tra i solisti, e produce la forma musicale, che non si basa sulle opposizioni tradizionali, ma sulle trasformazioni degli armonici – quindi del colore – prodotte dal dialogo. Oltre al puro assaporare i suoni degli strumenti, Braxton è interessato ad un nuovo modo di relazionarsi al tempo musicale. Di solito quello dell’improvvisazione è un tempo aperto, imprevedibile, che coincide con il flusso della vita e determinato dalla volontà degli esecutori. Invece Braxton ha adottato una strategia di controllo del tempo che, nella sua semplicità, è stata accolta con un sorriso, senza fare un’adeguata riflessione. Nei concerti usa infatti una clessidra della durata di circa un’ora. Esaurita la clessidra termina il set. La libertà dei musicisti è totale, lo sviluppo della musica è imprevedibile, ma il format temporale è rigidamente determinato. La responsabilità del compositore si esercita soprattutto nella sfera del tempo. Partecipano a questo dialogo improvvisatori più giovani di lui, ma lucidi ed attenti, che si chiamano Mary Halvorson, chitarrista fra i più originali delle nuove leve, il funambolico Taylor Ho Bynum, che suona un’ampia gamma di ottoni (dal trombone alla cornetta) e Katherine Young, virtuosa del fagotto, strumento davvero poco usato nel jazz.

GIULIANO PERIN QUINTET

«I remember Palladio»

Caligola 2134

notizie aggiuntive

Maurizio Scomparin (trumpet), Giuliano Perin (vibes), Marcello Tonolo (piano),
Luciano Milanese (double bass), Massimo Chiarella (drums).
Special guest: Neil Leonard (alto & soprano sax).

1) Blue velvet; 2) Into the vibes; 3) Spring colours; 4) Sweet love of mine;
5) Paul’s cause; 6) I remember Palladio; 7) I can’t let Maggie go;
8) Something for us; 9) Scratchin’ cats; 10) Massima cubatura.

Il sestetto di Giuliano Perin rimane, in questo suo quarto disco Caligola, perfettamente eguale a quello del precedente, «Passion & reason». Ma la formazione del vibrafonista padovano ha le sue radici in «Flexibility», il suo secondo album da leader, pubblicato nel 2005, in cui mette definitivamente a fuoco una concezione musicale che predilige un jazz fresco e moderno, ma saldamente radicato nella tradizione boppistica. Poco importa che la musica si orienti verso un incalzante hard–bop (è il caso del brano d’apertura, Blue velvet di Luciano Milanese), oppure verso un cool più morbido e suadente. In quest’ambito stilistico la compattezza e l’elasticità della sezione ritmica risultano fondamentali. Sono i tre ritmi, insieme al vibrafono del leader, ad orientare, ancor più dei fiati, la direzione musicale della band. La continuità ed il lavoro collettivo, che alla lunga pagano sempre, danno in questo caso frutti dolci e succosi. Il gusto riscopre così aromi già noti, piacevoli richiami alle precedenti incisioni, a partire da Into the vibes, composizione di Perin che dava il titolo alla sua prima incisione. C’è anche qui l’omaggio ad un maestro del vibrafono, Teddy Charles, di cui viene proposta l’avvincente Paul’s cause. Confermano le loro qualità tutti gli altri componenti del gruppo, Neil Leonard, Maurizio Scomparin e Marcello Tonolo, che firma con il suo stile inconfondibile la deliziosa Spring colours. Il vibrafonista tenta ancora di esorcizzare l’alienazione prodotta dai rumori della vita quotidiana. Se In tangenziale, brano di «Passion & reason»,la musica combatteva contro il rumore del traffico di una tangenziale di città, qui è il trapano di un cantiere a fare da sottofondo al pezzo finale, Massima cubatura, quasi in contrasto con le armoniose architetture palladiane evocate da titolo e copertina. Vi è ancora un richiamo, anche questo consueto per Perin, alla musica leggera, che viene reinterpretata in modo sempre personale e raffinato. Dopo gli omaggi alla canzone italiana degli album precedenti, «I remember Palladio» pesca dal rock anglosassone, offrendo una swingante rilettura di I can’t let Maggie go, degli Honeybus, nota in Italia per la bella versione incisa dall’Equipe 84 con il titolo di Un angelo blu.

PAOLO BOTTI

«Angels & ghosts»

Caligola 2133

notizie aggiuntive

Paolo Botti (viola, banjo, dobro, mandolin)

1) Island harvest; 2) Moanin’; 3) Our prayer; 4) Ghosts; 5) Albert Ayler (his life was too short);
6) Zion Hill; 7) Birth of mirth; 8) Flowers for Albert; 9) New generation;
10) Truth is marching in; 11) Angela; 12) Nobody knows the trouble I’ve seen;
13) Corale per A.A.

Il disco è bellissimo, lo dico col massimo dell’entusiasmo. Il modo in cui hai saputo catturare il carattere folk ed al tempo stesso moderno di Albert Ayler non credo abbia veri precedenti”. Queste le parole, scritte a caldo dal critico Stefano Zenni, dopo aver ascoltato il nastro inviatogli da Paolo Botti, prima che ancora diventasse un disco. Parole sincere e dal significato profondo, che abbiamo chiesto ed ottenuto di poter inserire nel booklet dell’album al posto della solita, magari lunga presentazione. Ne siamo davvero orgogliosi. «Angels & ghosts» é il quinto lavoro di Botti pubblicato da Caligola. La collaborazione è iniziata esattamente dieci anni fa con lo splendido quintetto di «Leggende metropolitane», ed aveva prodotto nel 2008, prima di questo disco, l’emozionante«Looking back», registrato dal vivo in quartetto con Dimitri Grechi Espinoza, dove Paolo Botti, classe 1969, aveva cominciato ad affiancare al suo sin lì unico strumento, la viola, sia il banjo che il dobro, due strumenti che sembrano esserne agli antipodi. Soluzione che aumenta notevolmente gli umori blues della sua musica, diventata un po’ meno complessa forse, ma più avvincente e sanguigna. Strumenti che addirittura aumentano, con l’aggiunta del mandolino, in questa coraggiosa e sorprendente prova solitaria, omaggio come pochi altri originale e sentito al sassofonista Albert Ayler, figura un po’ dimenticata della musica afroamericana, eppure protagonista, insieme a Coleman, Coltrane e Taylor, della rivoluzione del free–jazz. Son passati quarant’anni dalla sua morte prematura quanto misteriosa, ma pochi sin qui lo hanno ricordato. “Gli angeli ed i fantasmi” del titolo sono quelli evocati dalla musica dello scomparso sassofonista di colore, anche se la rilettura offertaci da Botti stempera un poco l’esasperato espressionismo ayleriano, sempre ricco di contrasti, sospeso fra temi semplici e lirici, qualche volta ipnotici, ed esplosioni sonore quasi cacofoniche, tra urla strozzate e canto disteso, tra fanfare bandistiche e dolci ninne nanne. Riuscite sia la scelta che la successione dei brani, quasi tutti di Albert Ayler. Le uniche eccezioni sono Moanin’, di Bobby Timmons, il celebre spiritual Nobody knows the trouble I’ve seen, e tre splendidi tributi ad Ayler: uno di David Murray, forse il più celebre, un altro del violinista Leroy Jenkins ed un terzo dello stesso Botti, Corale per A.A., unico brano di sua composizione di tutto disco.

CLAUDIO COJANIZ N.I.O.N. ORCHESTRA

«Howl»

Caligola 2132

notizie aggiuntive

Cuong Vu (trumpet), Giancarlo Schiaffini (trombone, tuba), Francesco Bearzatti
(tenor sax), Maria Vicentini (violin), Claudio Cojaniz (piano, conduction),
Romano Todesco (double bass, accordion), Danilo Gallo (double bass),
Luca Grizzo (percussion) Zeno De Rossi (drums)

1) African market; 2) Blues (Requiem for “Che”); 3) Claryspitfire;
4) Medicine man; 5) Howl (from all the children in the world).

Claudio Cojaniz sembra aver raggiunto una sorta di pace interiore, anche se dentro di lui continua ad ardere il sacro fuoco della creazione musicale. Dopo gli anni della ricerca, sospeso tra Bach e Cecil Taylor, dopo essersi bagnato nelle acque del blues, aver incontrato Duke Ellington ed aver intessuto uno stretto dialogo con “papà” Thelonious Monk, conversazione in verità mai interrotta, Cojaniz ha forse trovato la quadratura del cerchio. E’ riuscito a registrare, per la nostra etichetta, quattro preziose gemme in cinque anni: il dolente canto di «War orphans», in duo con Giancarlo Schiaffini, il lirico ed intenso piano–solo di«Intermission riff», lo straripante torrente musicale di«Beat spirit», stavolta in duo con Francesco Bearzatti, ed infine le delizie orchestrali, ricche come non mai di richiami all’Africa ed al blues, di questo straordinario «Howl». La NION (Not In Our Name) Orchestra, formata da nove musicisti, è stata registrata dal vivo nel giugno 2009 all’Auditorium del Candiani di Mestre. I brani scelti sono quindi stati missati a Cavalicco da Stefano Amerio. Ma l’incisione non nasce a caso. Tutto parte da una coppia di concerti tenuti l’estate prima nell’ambito di un progetto, dedicato ai bambini vittime innocenti di tutte le guerre nel mondo, realizzato dall’associazione Euritmica per il Mittelfest. Sono riusciti talmente bene da convincere il solitario e “testardo” pianista friulano a far di tutto per non far finire il progetto in soffitta. L’invito è stato quindi raccolto da Udin&Jazz e Caligola: due giorni di prove ed altrettanti concerti son bastati per far nascere quello che può essere considerato, senza esagerare, un piccolo capolavoro del jazz orchestrale d’oggi. Ci vengono in aiuto le parole del critico Mario Gamba. “Dove si trova, in Europa e, a questo punto, nel mondo, un’orchestra jazz che abbia questa pienezza calda di suono, questa pronuncia passionale, questa vitalità drammatica?…Non si trova. Cojaniz l’ha riunita e l’ha forgiata intorno al suo punto di vista musicale e culturale. Che corrisponde a quello che un tempo si chiamava impegno; senza alcuna pesantezza didascalica, allacciandosi ad esperienze tipo Liberation Music Orchestra…”. I musicisti suonano tutti al meglio, ma sono davvero splendidi alcuni interventi di Bearzatti e Schiaffini, così come di Cuong Vu.

MARCELLO TONOLO TRIO

«Lazy afternoon»

Caligola 2131

notizie aggiuntive

Marcello Tonolo (piano), Marco Privato (double bass), Jimmy Weinstein (drums)

1) Out of this world; 2) When lights are low; 3) Crazeology; 4) Lazy afternoon;
5) Just one of those things; 6) Somewhere over the rainbow;
7) I’ve never been in love before; 8) Be my love.

Marcello Tonolo, molto attivo nel campo della composizione, arrangiamento e direzione orchestrale, è anche un pianista di spessore, forse sottovalutato. Gli impegni prima nei progetti denominati Music on Poetry, quindi alla guida della T.Monk Big Band, ancora attiva, ma anche la partecipazione ad altri gruppi, primo fra tutti quello di Marco Tamburini, hanno fatto passare in secondo piano le sue qualità pianistiche, che trovano proprio nella formula del trio il contesto più appropriato per esprimersi. Scopriamo così che è passato un decennio dal suo precedente album con un’analoga formazione, «On the wings». C’erano al suo fianco allora Guido Torelli e Massimo Chiarella, sostituiti oggi dal giovane contrabbassista Marco Privato, e dal più esperto, raffinato batterista americano Jimmy Weinstein, da qualche anno stabilitosi a Padova, che con il suo drumming aperto spinge il pianista a rischiare oltre quelle le sue normali attitudini. Il repertorio è interamente formato da standard, più o meno noti, scelta fortemente voluta dal leader – che pur è eccellente compositore – a prima vista facile ed invece molto rischiosa, perché spesso è inevitabile il confronto con altre più celebri interpretazioni. Ci vengono qui in aiuto le note di copertina di Ambrogio Di Palma, acuto arrangiatore. “E’ prassi consolidata intendere lo standard come un tema musicale, magari estrapolato dai più ampi lavori di provenienza, che col passare del tempo diviene patrimonio musicale universale. Spesso il jazzista ne propone una versione personalizzata, seguendo stilemi di variazione melodica, armonica o ritmica, magari soffermandosi sul senso fraseologico delle note a discapito di quello delle liriche. Tonolo é, al contrario, attento interprete e ri–compositore del materiale musicale. Segue una logica che per certi versi si avvicina al concetto di musica a programma, fondendo testo e melodia in una poetica dal tratto elegante”. Dall’ossessivo pedale di Out of this world alla dolce pastosità di When lights are low, dallo scorrevole “anatole”, opportunamente aggiornato, di Crazeology,all’eterea ed incalzante emozionalità, quasi evansiana, di Somewhere over the rainbow, l’album si fa ascoltare tutto d’un fiato, godibile dall’inizio alla fine. Giova ricordare che le raffinate soluzioni melodico–armoniche offerte da Tonolo non sono mai scontate o banali: meritano tutta la nostra attenzione. Un ascolto riflessivo ed attento, non superficiale, risulterà alla fine oltremodo gratificante.

QUEJAS DE BANDONEON

«Live»

Caligola 2130

notizie aggiuntive

Cristina Bertoli (flute), Marco Fabbri (bandoneòn), Daniel Pacitti (bandoneòn),
Alessandro Bonetti (violin), Stefano Gavazzi (piano), Marco Forti (double bass).

1) Gallo ciego; 2) Danzarin; 3) La Rayuela; 4) Libertango; 5) Felicia;
6) Oblivion; 7) Desde el alma; 8) Zum; 9) Pata ancha; 10) A fuego lento;
11) Verano Porteňo; 12) Nocturna; 13) Cumparsita.

Fondato nel 1997 dalla flautista Cristina Bertoli, il sestetto Quejas de Bandoneón ha avviato un appassionato lavoro di ricerca sul repertorio degli autori risalenti all’epoca d’oro del tango argentino, recuperandone i brani più significativi attraverso le trascrizioni del bandoneonista Marco Fabbri, e costituendo così un vasto repertorio, che spazia da Juan de Dios Filiberto ad Anibal Troilo, da Agustin Bardi a Osvaldo Pugliese, da Horacio Salgàn ad Astor Piazzolla e il suo Tango Nuevo. Dopo l’esordio al “Concorso Internazionale Astor Piazzolla” (Castelfidardo 1997) – della formazione originaria, un quintetto, sono rimasti oggi solo Cristina Bertoli e Marco Fabbri – il gruppo bolognese ha avuto modo di maturare una ricca esperienza musicale ed artistica, anche attraverso preziose collaborazioni con ballerini e coreografi di spicco nel mondo del tango, tra cui Javier Rodriguez e Geraldine Rojas (interpreti del film “Assassination Tango” di Robert Duvall), Adrian Aragon e Erica Boaglio (ballerini nello spettacolo “Forever tango”, di Miguel Angel Zotto) e la Compagnia Naturalis Labor di Luciano Padovani. Quejas de Bandoneón si è esibito nei più importanti festival italiani ed europei, e nell’ottobre 2002 ha tenuto la sua prima tournée negli Stati Uniti, con tappe a New York, Washington e Filadelfia. Tutti i componenti del sestetto, ad eccezione di Fabbri, autodidatta, hanno compiuto regolari studi classici. Daniel Pacitti poi, unico argentino del gruppo, nonostante qui suoni il bandoneon, è diplomato in clarinetto e pianoforte, ed è anche un apprezzato direttore d’orchestra. Questo «Live», registrato con tracce separate nel luglio 2009 dal vivo all’Auditorium del Centro Candiani di Mestre (Ve), rende giustizia all’affiatamento ed alla precisione esecutiva ormai raggiunte dal sestetto, con un’incisione che unisce ad un’elevata qualità tecnico–acustica l’emozione e la carica espressiva che solo il contatto con il pubblico possono dare. Il disco in questione è il quarto del gruppo, e rompe un silenzio di oltre sei anni. Gli album precedenti risalgono infatti al 1999 («Quejas de Bandoneon»), 2001 («Quejas de Bandoneon 2») e 2003 («Tango 3»). Ma l’ultimo, è un disco a nostro parere in qualche modo speciale, tanto più se si considera poi che è stato registrato dal vivo. La conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che Quejas de Bandoneon è oggi uno dei migliori interpreti italiani di tango.

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