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TOMMASO GENOVESI

«Night Funk»

Caligola 2049

notizie aggiuntive

Nevio Zaninotto (sax tenore e soprano), Tommaso Genovesi (pianoforte), Danilo Gallo (contrabbasso), U.T.Gandhi (batteria). Ospiti: Francesco Bearzatti (sax tenore e clarino), David Boato (tromba), Elena Camerin (voce)

La prima prova da leader del 45enne pianista siciliano, ma ormai veneto d’adozione, presenta nove composizioni originali, in grado di aderire con coerenza ad una precisa scelta stilistica (un “modern-bop” molto aperto ed avanzato) ma di offrire allo stesso tempo all’ascoltatore situazioni ed atmosfere sufficientemente variegate, mai ripetitive. L’album si apre con un trittico di brani adatti a mettere in mostra l’affiatamento e l’ampia gamma timbrico–sonora del quartetto. Si passa quindi dal “bop” duro di Colori in movimento al sentito tributo jarrettiano di Song for Keith (ad esser evocato è però il Jarrett cantabile e un poco bluesy dei primi quartetti Atlantic) ed alla sinuosa On a misty light, ballad arricchita di tenui accenti mingusiani. Entrano poi, uno alla volta, i preziosi ospiti della seduta di registrazione, ovvero Elena Camerin, voce, Francesco Bearzatti, sax tenore e clarinetto, David Boato, tromba. Dall’asimmetrica ed incalzante Red wizard al sanguigno Smile blues, la cantante veneta dispiega l’ampia gamma timbrica del suo trascinante “scat”, mentre la shorteriana Night Funk offre alla tromba di David Boato l’opportunità di metter in mostra l’originale maturità stilistica raggiunta. Se con questo quintetto, guidato dalla coppia di fiati sax-tromba, entriamo in pieno clima “Blue Note” anni ’60, è il sax soprano di Nevio Zaninotto a condurre per mano, dopo l’esposizione del tema di D’altra parte ed un ispirato assolo, il piano del leader in una delle escursioni solistiche più lucide ed intense dell’album. Altrettanto convincente era stato il suo pianoforte nel fitto dialogo intessuto con il tenore di Francesco Bearzatti all’interno di una delle più toccanti ballad del disco, Giulio, tema eseguito in duo e dedicato al figlio. Bearzatti mostra tutto il suo valore passando dal sax al clarino nel brano successivo, Fellini, la cui clownerie dolcemente nostalgica s’ispira apertamente alla musica di Nino Rota. Va ricordato infine il fondamentale supporto fornito in otto dei nove brani dall’affiatata, solida ed allo stesso tempo fantasiosa coppia ritmica formata da Danilo Gallo, contrabbasso, e U.T. Gandhi, batteria, quest’ultimo membro del quintetto di Enrico Rava alla fine degli anni ’90.

MARCO TAMBURINI

«Two days in New York»

Caligola 2048

notizie aggiuntive

Marco Tamburini (tromba, flicorno), Gary Bartz (sax alto), Paul Jeffrey (sax tenore), George Cables e Marcello Tonolo (piano), Ray Drummond (basso), Billy Hart (batteria)

Non pensiamo di esagerare nell’affermare che il disco «Two days in New York», in uscita per la nostra etichetta, Caligola Records, all’inzio del prossimo mese di marzo, potrebbe rappresentare un momento molto importante della già brillante carriera del trombettista Marco Tamburini, soprattutto in funzione di maggiori riconoscimenti internazionali.
Come ricorda Paolo Fresu, collega ed amico di Marco, nelle note di copertina che ha voluto scrivere per l’album, “…Se è vero che Marco non è nuovo ad esperienze discografiche di respiro internazionale, questo Cd è di certo quello in cui, più di ogni altro, si carica di grandi responsabilità come leader, coinvolgendo alcuni dei più straordinari protagonisti dell’attuale scena jazzistica, con un progetto riccamente arrangiato, dove la sua raffinata cantabilità trova un’ancor più piena realizzazione in cinque brani originali, composizioni fresche e ben costruite. Un gusto melodico tipicamente italiano, che riesce a contagiare tutti i suoi partner…”.
Partner davvero straordinari, visto che la coppia ritmica è formata nientemeno che dal vigoroso contrabbassista Ray Drummond e dal fantasioso batterista Billy Hart. A testimoniare l’eccezionalità del progetto va poi ricordato che in otto dei nove brani del disco il pianista è George Cables (nell’altro brano – una brillante versione della celebre canzone di Modugno Vecchio frack – a fianco di Marco c’è il nostro Marcello Tonolo, che collabora con lui da almeno vent’anni) e che in cinque si aggiunge al quartetto il celebre sassofonista Gary Bartz, in uno soltanto invece il veterano Paul Jeffrey.
Un ultimo apprezzamento merita infine il desing del booklet, realizzato dallo studio grafico Camuffo di Venezia, che ha rielaborato in modo davvero originale le immagini fornite dalla fotografa padovana Daniela Friso.
Il disco “americano” di Marco Tamburini è il 48° del catalogo Caligola Records, che festeggia così il suo decimo anno di attività (tutto nacque nel 1994, con l’incontro fra Steve Lacy e la Keptorchestra, testimoniato dall’album «Sweet Sixteen»).  Ed anche allora, fra le trombe di quella fantastica big–band, c’era un Tamburini più giovane ma già largamente apprezzato dai critici e dagli appassionati del nostro paese.

LUISA LONGO

«Hear me»

Caligola 2047

notizie aggiuntive

Luisa Longo (voce), Paolo Birro (pianoforte), Marc Abrams (contrabbasso)

Luisa Longo inizia la sua avventura nel mondo della musica studiando percussioni, e diventa poi corista in un gruppo di salsa. Dopo aver partecipato ad uno “stage” di Umbria Jazz si appassiona al jazz vocale e si perfeziona partecipando a molti seminari intensivi con cantanti del calibro di Betty Carter, Sheila Jordan, Rachel Gould. Studia allo stesso tempo tecnica vocale classica, prendendo parte, intorno a metà degli anni ’90, a diverse produzioni liriche e sinfoniche. Collabora anche, come corista, alla “Messa Arcaica” di Franco Battiato. Ma la Longo migliora soprattutto la sua confidenza con il jazz, esibendosi con diverse formazioni, dal duo all’orchestra. Canta spesso come ospite nella Thelonious Monk Big Band diretta da Marcello Tonolo, e con questa partecipa all’incisione dell’album «Goofy’s Dance» (Caligola 2032). Ha insegnato nella scuola di jazz vicentina Thelonious e da quattro anni è docente di canto jazz presso la Thelonious Monk di Dolo.
Nell’ultimo periodo Luisa Longo porta a compimento un progetto coltivato da tempo, che la vede leader di un trio d’impianto cameristico, completato dal contrabbassista americano Marc Abrams, suo compagno, e dal veneto Paolo Birro, da qualche anno fra i migliori pianisti jazz italiani, votato nel 1995 come miglior nuovo talento dai critici del mensile specializzato Musica Jazz. Il trio, utilizza tutte le sfumature interpretative, i diversi colori e timbri degli strumenti. La cantante veneziana interpreta in questo contesto sia standard che composizioni originali, usando anche la lingua italiana. Particolarmente convincente, a tal proposito, è la dolce e nostalgica bossanova Il sogno di Rosa, canzone che apre l’album, ma la vocalist veneziana sembra eccellere un po’ in tutti i brani lenti e d’atmosfera, da ballad originali come Hear me – che dà il titolo al disco – o I wish my heart could fly to you, alle riuscite rielaborazioni di Almost blue, fra le più celebri canzoni scritte da Elvis Costello, o di O grande amor, del geniale Tom Jobim. Altrettanto riuscite appaiono le interpretazioni di pezzi più convenzionali del repertorio jazzistico come Whisper not di Benny Golson e Get out of town di Cole Porter.
Ci troviamo di fronte, in definitiva, ad un disco delizioso, profondo ed intimista, capace di riservare ad ogni successivo ascolto nuove e piacevoli sorprese. Un album che dimostra come, per colpire l’ascoltatore, non sia sempre necessario “alzare la voce”.

MARCO PONCHIROLI & GIGI SELLA

«Warm Up»

Caligola 2046

notizie aggiuntive

Marco Ponchiroli (pianoforte), Gigi Sella (sax soprano, clarinetto basso)

La musica di questo disco non è frutto del caso né di una seduta di registrazione estemporanea. Il duo formato dal pianista veneziano Marco Ponchiroli e dal sassofonista Gigi Sella ha infatti alle spalle un lungo percorso musicale comune, ed i frutti di questa “complete communion” sono più che mai maturi e gustosi, da assaporare uno per uno, senza fretta e magari più volte, per coglierne meglio le sottili sfumature.
E’ un dialogo elegante e raffinato, mai gridato il loro. Non sono infatti i facili consensi che cerca Ponchiroli, autore di tutti e dieci i brani qui eseguiti, composti durante molti anni di attività e che quindi ben ne documentano l’evoluzione artistica. Il pianista sembra interessato piuttosto a guardare dentro se stesso, trovando sempre rassicuranti risposte nelle frasi liriche, sempre lucide ed incisive, del sax soprano (o del clarinetto) di Sella. Più che la grande varietà delle atmosfere proposte, colpisce la loro quasi naturale capacità di raccontare storie musicali godibili e coerenti. Arte rara questa nel jazz contemporaneo, dove talvolta a prevalere è invece la foga improvvisativa, che di tanto in tanto fa perdere al musicista il controllo della situazione.
Diplomati entrambi al Conservatorio B.Marcello di Venezia, nel 1979 Gigi Sella e nel 1989 Marco Ponchiroli, i due musicisti–improvvisatori non rinnegano la loro formazione classica, ma sottomettono il rispetto per radici culturali così importanti alle ragioni della creatività e della libera interpretazione, coscientemente mediate dal jazz americano.
Prima di questo disco Ponchiroli aveva inciso nel 1995 per l’etichetta veneziana Srazz Records il disco «Fast Marghera», ma il pianista è oggi attivo su più fronti, soprattutto come sideman, non disdegnando di passare da Marco Castelli ai Pitura Freska, dalla cantante brasiliana Rosa Emilia a David Boato. Gigi Sella è stato a lungo impegnato nella Lydian Sound Orchestra di Riccardo Brazzale, ed ha lavorato spesso anche per il teatro (da ricordare la sua collaborazione con l’attore Marco Paolini). Dopo aver suonato ed inciso con il bassista Stefano Olivato, è’ attualmente membro stabile del gruppo di un altro bassista veneziano, Maurizio Nizzetto, con cui ha inciso l’album «Shades» (2002).

ENZO ROCCO

«Tubatrio’s Revenge»

Caligola 2045

notizie aggiuntive

Enzo Rocco (chitarra), Giancarlo Schiaffini (tuba, trombone, electronics)
Ettore Fioravanti (batteria)

Disco importante questo, il terzo inciso per la nostra etichetta dal Tuba Trio di Enzo Rocco, chitarrista di Crema forse più apprezzato nel nord Europa che nel nostro paese. Noto per le sue collaborazioni con Carlo Actis Dato – con cui ha registrato in duo – ed il sassofonista inglese Lol Coxhill, Rocco tiene in vita questa formazione atipica da ormai più di otto anni, ed i risultati – frutto di un mirabile affiatamento ma soprattutto di un progetto coerente ed originale – sono ben evidenti in questo godibile «Tubatrio’s Revenge», che segue «Bad News from Tubatrio» (Caligola 2028), del 1999, e «Tubatrio» (Caligola 2012), pubblicato nel 1996.
Nulla è cambiato rispetto alla precedente incisione:la creativa e personale chitarra elettrica del leader è ancora affiancata dalla fantasiosa ed incalzante batteria di Ettore Fioravanti, nonchè dagli ottoni (trombone e tuba) del veterano Giancarlo Schiaffini, vero e proprio santone dell’avanguardia, capace di misurarsi con le difficili partiture di Luigi Nono ma anche di prendere ispirati assoli all’interno dell’Italian Instabile Orchestra, punta di diamante del free-jazz italiano degli ultimi anni.
Una formazione così assemblata consente molta libertà, che però non diventa mai confusione, poiché il filo del discorso musicale rimane sempre saldamente in mano ad un leader quanto mai autorevole ed efficace, oltre che autore di tutti e nove i brani dell’album. Entrambi i partner sembrano muoversi del tutto a proprio agio all’interno della “libertà vigilata” di un Rocco lucido ed essenziale, ironico e sornione, mai appariscente eppure sempre molto concreto e convincente.
Difficile stilare una graduatoria fra le nove composizioni del chitarrista, che hanno tutte più di qualche motivo d’interesse. Ma almeno una curiosità merita d’esser segnalata. Ci riferiamo alla presenza di una breve ma gustosa e divertita Il Paese dei nasi, che col suo titolo ironico rimanda inevitabilmente a Stefania ed il naso, brano del primo disco, ed a Il ritorno del naso, presente invece nella tracking-list del secondo.

RICATTI ENSEMBLE

«Ricattiensemble»

Caligola 2044

notizie aggiuntive

Oreste Sabadin (clarini), Roberto Favaro (sax tenore),
Damiano Visentin (fisarmonica), Enrico Pini (contrabbasso, basso elettrico)
Musiche di : Stefano Maria Ricatti

Stefano Maria Ricatti, compositore, autore di canzoni, polistrumentista e cantante, inizia la sua carriera nell’ambito etnomusicale del Nuovo Canzoniere Italiano e dell’Istituto Ernesto De Martino di Milano. Partecipa come autore ad un’edizione del festival organizzato dal Club Tenco, e già nel primo album da “cantautore”, «La Corriera» (1978), mette in mostra il suo talento ed impegno sociale. I suoi interessi musicali si allargano quindi verso la musica strumentale, jazz ed improvvisazione, ma anche avanguardia classica e tradizione folklorica europea. Dopo aver pubblicato un altro disco di “canzoni” («Blu», 1993), Ricatti inizia a scrivere sempre più frequentemente per il teatro, la danza ed il cinema (film e documentari). Escono quindi i dischi «Anna Frank’s Diary» (1996), «Nuvole e Radici» (1999), dopo il quale comincia a prender forma quello che rimane ancor oggi il “suo gruppo”, quel Ricatti Ensemble che con differenti organici – dal solo al pieno orchestrale – nelle più svariate situazioni di spettacolo – dal teatro alla danza, dalla canzone al racconto sonoro, dal laboratorio alla strada – continua ancor oggi ad eseguire soltanto le sue musiche, strumento in grado di dar voce alla sua prolifica vena di compositore con davvero splendidi risultati.
Dai più recenti lavori per la danza ed il teatro – fra cui “Ulissi di mari in eclissi” (suggestivo percorso di canzoni, letture e racconti) e “La Vaccaria” di Ruzante, nella regia di Gianfranco De Bosio – è stata tratta gran parte dei brani del suo ultimo album (Caligola 2003), tutto strumentale, dove l’ensemble si esibisce, così come fa in concerto, con la formula che sembra essergli più congeniale, quella del quartetto, di cui è principale voce il clarinettista Oreste Sabadin, da anni fedele collaboratore di Ricatti. In questi quattordici brevi ma succosi racconti musicali le forme espressive della musica popolare, filtrate attraverso la cultura mitteleuropea e la mai sopita passione per la musica improvvisata, sembrano trovare nuova linfa. Non va inoltre dimenticato che Sabadin, ottimo grafico oltre che eccellente musicista, è autore del riuscito artwork del disco.

DINAMITRI JAZZ FOLKLORE

«Folklore in Black»

Caligola 2043

notizie aggiuntive

Dimitri Grechi Espinoza (sax contralto), Mirco Mariottini (clarini), Emanuele Parrini (violino), Aldo Galeazzi (voce), Pee Wee Durante (hammond), Andrea Melani (batteria)
Ospiti: Tony Scott (sax tenore, clarino), Goma Parfait Ludovic (percussioni)

Il gruppo Dinamiti Jazz Folklore, nato da un’idea del musicista italo–russo Dimitri Grechi Espinoza nel 1999, ospita in tre brani di questo suo secondo album – il precedente, “Vita Nova”, era stato pubblicato da Philology nel 2000 – il veterano clarinettista–sassofonista Tony Scott, già partner di Billie Holiday e Duke Ellington, vera e propria leggenda vivente del jazz. L’originale ricerca del gruppo Dinamiti Jazz Folklore coniuga l’improvvisazione jazzistica  a sonorità africane e della tradizione musicale dell’Est Europa (come nei brani Danza Curda, Tradizionale Tzigano e Folklore).
Ha scritto di loro il critico Alessandro Achilli, sulla rivista Musica Jazz nel gennaio 2002: “….ecco i vulcanici Dinamitri Jazz Folklore: freschi, inventivi, capaci di maneggiare con pari disinvoltura (e pari amore), all’interno di uno stesso brano o persino di uno stesso assolo, temi spigolosi, arie russe (come le origini di Grechi Espinoza ), be–bop (fino alla parafrasi di Charlie Parker), funky, folk, free cosmico, blues (Eric Blues, dedicato a Dolphy ma anche memore di Mingus), ballad, rhythm’n'blues, free funk… E’ un concerto da togliere il fiato il loro, dove feeling non è, finalmente, una parola vuota…”
Dimitri Grechi Espinoza, leader del gruppo, è nato a Mosca nel 1965, dove ha frequentato l’Istituto di Jazz. Ha studiato in seguito al Jazz Mobile di New York ed ai seminari di  Siena, con Pietro Tonolo, Furio Di Castri e Paolo Fresu. Ha fatto  parte dell’Orchestra Giovanile Italiana di jazz diretta da Bruno Tommaso. Ha fondato l’Associazione Culturale Axe con cui svolge  attività di ricerca nella Musica Terapeutica delle culture tradizionali.  E’ stato invitato nel 2001 al Festival Panafricano di Congo–Brazzaville. Ha quindi suonato con Peter Erskine, James Newton e Tiziana Ghiglioni. Ha inciso con il gruppo di Stefano Battaglia Theatrum, ha suonato con il bluesman Nick Becattini e recentemente è entrato a far parte dell’Orchestra Blast Unit, creata dall’associazione C.Jam di Milano, nonchè del quartetto di Paolo Botti (viola). Ha vinto nel 1997, come membro dell’orchestra del Festival Barga Jazz, un premio dedicato alla memoria di Luca Flores.

MARCO TAMBURINI & MARCELLO TONOLO

«Amigavel»

Caligola 2042

notizie aggiuntive

Marco Tamburini (tromba, flicorno), Marcello Tonolo (pianoforte)

Disco tutto da gustare questo “Amigavel”, tuffo rinfrescante nel jazz più lirico e raffinato, saldamente radicato nella tradizione ed allo stesso tempo estremamente moderno.
Il sodalizio che lega Marcello Tonolo a Marco Tamburini risale all’inizio degli anni ’90, ai tempi cioè della Keptorchestra. Tonolo ha poi accompagnato Marco in diverse occasioni e di recente sia nel quintetto che quest’ultimo dirige con il trombonista Roberto Rossi, sia nel sestetto “Massive Groove”, che ha da poco pubblicato un disco per la prestigiosa etichetta francese Dreyfus Jazz. Il duo non è altro quindi che il completamento di un lungo lavoro, forse il punto più alto sin qui raggiunto dalla loro collaborazione. Il disco <> è stato registrato dal vivo all’Unisono Jazz Café di Feltre, e prende il titolo da una lenta e nostalgica bossanova composta nel 1996 dal mai dimenticato Maurizio “Bicio” Caldura, che aveva in origine un testo in dialetto savonese della cantante Tiziana Ghiglioni. Oltre al bel brano di Caldura, il duo reinterpreta con grandi lucidità e passione due celebri standard, How deep is the ocean di Irving Berlin e A Child is born, di Thad Jones. Gli altri cinque titoli sono composizioni originali dei due musicisti, una di Tamburini e quattro di Tonolo, che si rivela autore prolifico e personale, comunque subito riconoscibile.
Marcello Tonolo, nato a Mirano (Venezia) nel 1955, è da ormai vent’anni fra i più ricercati ed affidabili pianisti di jazz italiani, facendosi apprezzare per la solidità ritmica ed il gusto musicale. Ha suonato con i più importanti jazzisti italiani ed ha accompagnato molti maestri americani di passaggio nel nostro paese.lche nome. All’inizio degli anni ’90 è stato fra i fondatori della Keptorchestra ed ha poi guidato la GAP Band ed il gruppo Music On Poetry. Marcello dirige da qualche anno la Thelonious Monk Big Band di Dolo.
Marco Tamburini, nato a Cesena nel 1959 ma residente da tempo a Bologna, oltre che essere un solista di spicco del jazz italiano, Marco Tamburini lavora attivamente come turnista in ambito pop, e collabora dal 1995 con Lorenzo Jovanotti. Ha inciso molti dischi come leader. Lo scorso anno ha pubblicato per la prestisiosa etichetta francese Dreyfus il disco “Why Not”, inciso come direttore musicale del gruppo “Massive Groove”, che comprende ancora Roberto Rossi, Marcello Tonolo ed il sassofonista Piero Odorici.

MASSIMO DONA’ QUINTET

«For Miles And Miles»

Caligola 2041

notizie aggiuntive

Massimo Donà (tromba), Francesco Bearzatti (sax tenore, soprano), Lele Rodighiero (tastiere), Nicola Sorato (basso elettrico), Davide Ragazzoni (batteria, electronics)
Ospiti : Tiziana Ghiglioni (voce), Marcello Tonolo (pianoforte)

Esce a un anno da “New Rhapsody in Blue” il secondo album del trombettista e filosofo veneziano Massimo Donà per la Caligola. Ma se quello era stato registrato “in presa diretta” – anche per il non celato intento di riprodurre l’impatto e le emozioni di un concerto – questo è invece un disco lungamente pensato, realizzato con molti giorni di lavoro in studio di registrazione. Eppure il risultato è del jazz di grande suggestione e freschezza, che deve sì molto all’ultimo Miles Davis – già il titolo è assai eloquente – ma è allo stesso tempo assolutamente originale per la sua capacità di pescare dai più diversi stili jazzistici, come succede in Two Poets, toccante dedica a Ed Blackwell e Don Cherry. Il quintetto, nato nel settembre 2001 per un concerto–tributo a Davis nel decennale della sua scomparsa, sembra saper coniugare mirabilmente tradizione e modernità. Benchè non abbia nemmeno due anni di vita ha già raggiunto un affiatamento invidiabile e può considerarsi gruppo stabile a tutti gli effetti. La tromba di Donà viene affiancata dai fantasiosi sassofoni di Francesco Bearzatti, tra i più interessanti nuovi talenti del nostro jazz – che collabora ormai stabilmente con Aldo Romano – e da una sezione ritmica precisa e collaudata, che ha nella pulsante batteria dell’esperto Davide Ragazzoni il suo punto di forza, ma in cui svolgono egregiamente il loro ruolo anche le tastiere di Lele Rodighiero ed il basso di Nicola Sorato. Sono scopertamente davisiane Theme For Waris e No Reason, tenere ballads, ma anche brani ritmicamente robusti, come la velatamente rockeggiante Aporia o la più bluesy Raro il Giaguaro, che si fa ricordare per un accattivante riff di sapore funky. Impreziosiscono il disco ospiti come Marcello Tonolo, il cui pianoforte è protagonista d’un riuscito assolo in Sola Mente, e Tiziana Ghiglioni – che aveva cantato con Donà ai tempi della gasliniana Solar Big Band – capace con la sua matura voce di aggiungere alla pur suadente Alone Today un soffio di delicata e nostalgica poesia. Ci piace infine ricordare il bel disegno di copertina, opera di Luigi Voltolina, le note critiche del regista brasiliano Julio Bressane e le fotografie di Raffaella Toffolo.

PAOLO BOTTI QUINTET

«Motocontrario»

Caligola 2040

notizie aggiuntive

Paolo Botti (viola), Alessandro Bosetti (sax soprano), Marina Ciccarelli (trombone), Tito Mangialajo Rantzer (contrabbasso), Filippo Monico (batteria).

Il gruppo, attivo da due anni, riunisce musicisti giovani come Marina Ciccarelli e lo stesso leader, a più noti esponenti del jazz italiano come Tito Mangialajo, Alessandro Bosetti e soprattutto il veterano Filippo Monico, vera e propria “colonna” dell’avanguardia milanese. Si tratta in ogni caso di persone che hanno lo stesso modo di sentire la musica e che spesso collaborano all’interno di altre formazioni, attivi anche sul piano dell’organizzazione con associazioni come C-jam e Takla Improvising Group. Ideatore del progetto ed autore delle musiche è Paolo Botti, violista che cerca in tutti i modi di liberarsi dal peso degli anni di conservatorio, portando il suo strumento su terreni il più possibile lontani da Bach e Paganini. Classe 1969, Botti ha quindi approfondito le proprie passioni musicali in ambito non accademico rivolgendo il proprio interesse verso la musica improvvisata, che ha avuto modo di studiare ai seminari di Matera con Bruno Tommaso, a quelli senesi ed al corso sperimentale presso il Conservatorio di Trento con Franco D’Andrea. Nel corso degli ultimi anni il violista milanese ha suonato in molte formazioni, fra cui l’”Hereo Ensemble” di Giorgio Occhipinti, l’orchestra “Eleven” di Franco D’Andrea, ma anche in duo col pianista Alberto Tacchini. Botti ha inoltre collaborato con jazzisti come Evan Parker e Barre Philips, Giancarlo Schiaffini, Maurizio Giammarco e Carlo Actis Dato, solo per fare qualche nome. “Moto Contrario” è il secondo Cd realizzato dal quintetto per la nostra etichetta, dopo “Leggende Metropolitane”, registrato con la stessa formazione, che ha avuto ottimi riscontri di critica e di pubblico. Botti è stato votato nel referendum “Top Jazz 2001”, indetto dalla rivista Musica Jazz, fra i dieci migliori talenti emergenti del jazz italiano. Con il nuovo album il gruppo continua sulla strada della sperimentazione, senza trascurare però la tradizione più innovativa della musica afroamericana (Charles Mingus su tutti), cercando di ripescarne lo spirito e le sonorità, ma soprattutto dandone un’interpretazione personale. Rilettura sicuramente parziale, perchè proposta da musicisti che con la tradizione hanno un rapporto profondo ma molto laico, affettuoso ed irriverente allo stesso tempo. Dieci degli undici brani del disco sono stati composti dal leader (unico titolo non originale è la mingusiana Pithecanthropus Erectus).

BIRRO-DI PUCCIO-GHETTI-FABBRI

«Echoes of M.J.Q.»

Caligola 2039

notizie aggiuntive

PAlessandro Di Puccio (vibrafono), Paolo Birro (pianoforte), Paolo Ghetti (contrabbasso), Alessandro Fabbri (batteria)

Dopo qualche anno di “purgatorio”, il vibrafono sembra essersi finalmente ritagliato un ruolo di primo piano nel jazz d’oggi. Steve Nelson all’interno del quintetto di Dave Holland, ma anche i più giovani Bryan Carrott, Joe Locke e Stefon Harris cercano spazio accanto ai più noti Bobby Hutcherson, Mike Mainieri e Gary Burton, veterani che hanno ancora energie e idee da vendere. Sempre più spesso il vibrafono viene usato come strumento armonico al posto di chitarra e pianoforte, magari a sostegno dei fiati. L’originale formazione cameristica del Modern Jazz Quartet, cui John Lewis e Milt Jackson hanno conferito una sonorità tuttora perfettamente riconoscibile, non sembra avere oggi molti proseliti.
Colpisce ancor di più quindi, l’affacciarsi sull’affollata scena del jazz italiano di questo quartetto formato da Di Puccio, Birro, Ghetti e Fabbri, che a quello storico gruppo apertamente s’ispira. Il titolo del disco, “Echoes of M.J.Q.” , non deve però trarre in inganno: il loro approccio è sì, come quello di Lewis e Jackson, d’impronta cameristica, sobrio e raffinato, ma è allo stesso tempo originale e moderno, perfettamente in linea quindi con i gusti musicali dei notri tempi. Il quartetto, nato nel febbraio del 1997, esegue un repertorio che trae la sua ispirazione sia dalla tradizione jazzistica americana che dalla cultura classica europea. Infatti, proprio come il celebre gruppo fondato da John Lewis, il quartetto italiano cerca, attraverso un approfondito lavoro di ricerca e di arrangiamento sugli aspetti lessicali che caratterizzano le due diverse tradizioni musicali, di far emergere un clima ricco di personalità e di particolare chiarezza stilistico–espressiva. Vengono eseguiti brani originali dei componenti del gruppo, ma anche standard di Duke Ellington, Bud Powell e dello stesso Lewis.
Il quartetto è formato da due musicisti toscani (Alessandro Di Puccio e Alessandro Fabbri), un jazzista emiliano (Paolo Ghetti) ed uno veneto (Paolo Birro), tutti noti da tempo nell’ambiente del jazz italiano per le indubbie qualità strumentali. A lungo meditato, questo è il loro primo e sin qui unico disco, reso prezioso oltre che dalla musica, dallo splendido disegno di Luigi Voltolina, artista figurativo dell’area veneziana, riprodotto in copertina.

AUTORI VARI (Live at the 4th Nord-Est Jazz-Fest)

«Rememberin’ Bicio»

Caligola 2038

MASSIMO DONA’ SEXTET

«New rhapsody in blue»

Caligola 2037

notizie aggiuntive

Massimo Donà e David Boato(tromba), Francesco Bearzatti (sax tenore e soprano), Lele Rodighiero (tastiere), Nicola Sorato (basso), Davide Ragazzoni (batteria).

A un mese dalla tragedia newyorkese il Comune veneziano ha voluto ricordare le vittime di quella catastrofe con un concerto che ha visto riuniti sei jazzisti dell’area veneta sotto la direzione di Massimo Donà. Si è scelto di proporre una radicale rilettura della “Rapsodia in Blu”, sinfonia che Gershwin volle dedicare a New York, colonna sonora ideale per chiunque abbia visitato l’affascinante e immensa metropoli, vero centro culturale del mondo occidentale contemporaneo, al cui cuore sta proprio Manhattan e che le Twin Towers consentivano di contemplare in un solo vertiginoso sguardo. Il progetto ha saputo coniugare mirabilmente tradizione e modernità; si è pensato così di riproporne l’immediatezza e la suggestiva atmosfera incidendo in studio, in presa diretta, come si trattasse di un concerto dal vivo, la musica suonata quella sera.
Affiancano Donà in questa registrazione l’eccellente tromba di David Boato, i fantasiosi sassofoni di Francesco Bearzatti, musicista emergente del jazz italiano, la pulsante batteria di Davide Ragazzoni, le tastiere e il basso dei giovanissimi Lele Rodighiero, Nicola Sorato. Un sestetto compatto ed omogeneo, che utilizza gli indimenticabili temi gershwiniani come spunto per elettrizzanti improvvisazioni. La grafica del disco porta la firma di Luigi Gardenal, fra i più acuti e sensibili artisti del territorio veneziano. Il ricavato delle vendite del disco, voluto a tal scopo dal Prosindaco di Mestre Gianfranco Bettin e dal Sindaco di Venezia Paolo Costa, sarà devoluto alle famiglie dei Vigili del Fuoco di New York deceduti nelle operazioni di soccorso.
Messosi in luce alla fine degli anni ’70 nella Solar Big Band di Giorgio Gaslini, Massimo Donà, veneziano, trombettista e “filosofo” guida nel corso del successivo decennio prima formazioni d’impronta neo-bop, insieme al sassofonista Maurizio Caldura, quindi gruppi elettrici ispirati dall’ultimo Miles Davis, accanto al chitarrista Andrea Braido. Nella seconda metà degli anni ’90, dopo una lunga assenza dalle scene concertistiche, inizia a collaborare con il gruppo africano Tam Tam Sene e con il percussionista Bebo Baldan, in particolare all’interno del progetto Tantra.

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