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ALESSANDRO FABBRI

«Rosso fiorentino»

Caligola 2059

notizie aggiuntive

Nico Gori (clarino, clarinetto basso, sax soprano), Ruben Chaviano Fabian (violino)
Paolo Ghetti (contrabbasso), Alessandro Fabbri (batteria).
Ospiti: Sebastiano Bon (flauto), Paolo Cardoso (fisarmonica), Luca Gelli (chitarra)

Trent’anni passati a lavorare sul ritmo debbono pur contare qualcosa. Se nel 1975 Alessandro Fabbri s’era avvicinato per la prima volta al mondo delle percussioni nel 2005, trent’anni dopo, pubblica il suo primo album da leader (unico se si escludono quelli in cui aveva condiviso la leadership con altri colleghi), «Rosso fiorentino», lavoro che sembra un po’ la sintesi di una brillante e proficua carriera musicale. Non è un caso che le composizioni scelte coprano un periodo di quasi dieci anni, anche se gli arrangiamenti sono stati completamente riscritti e pazientemente cuciti addosso ad un quartetto atipico ed originale com’è quello che Fabbri si trova qui a dirigere. I clarinetti (ed il sax soprano) del giovane ma già maturo Nico Gori, così come il violino di Ruben Chaviano Fabian fanno virare la musica del batterista toscano ora verso l’America Latina, grazie agli intensi aromi piazzolliani dell’iniziale Tan-go, quasi ballabile, e del finale La Boca, più passionale, ora verso la Francia con Gonzales, vicino a quello stile musette rilanciato da Richard Galliano. Non è un caso che in questi due ultimi brani si aggiunga al quartetto la fisarmonica di Paolo Cardoso, presente anche in Angelica, suadente composizione di Ellington già brillantemente riletta tre anni or sono in «Echoes of MJQ» (Caligola 2039).
E se alla fisarmonica si sostituiscono il flauto di Sebastiano Bon o la chitarra di Luca Gelli, il jazz di Fabbri continua a percorrere sentieri poco ortodossi, convivendo in modo personale con il blues (in uno Strange blues deliziosamente sospeso tra Africa e Brasile), il rock d’avanguardia (l’amato Zappa di Little Umbrellas), il geniale humour jazzistico di Fats Waller in Jitterbug Waltz. I nove titoli scorrono lievi e freschi già al primo ascolto, ed anche un’analisi più attenta sembra confermare che ogni scelta del jazzista fiorentino – il cui fantasioso “drumming” sembra aver trovato nel profondo ed incisivo contrabbasso di Paolo Ghetti un partner davvero ideale – è stata ponderata con grande gusto ed equilibrio. Ma sono soprattutto i due brani centrali, Domino ed Egeo, intrisi di aromi “etno–popolari”, entrambe composizioni originali del leader, a conferire corpo e rotondità ad un “Rosso” nato in un’ottima annata, che il tempo potrà solo migliorare.

MICHELE POLGA QUARTET

«Movin’ house»

Caligola 2058

notizie aggiuntive

Michele Polga (sax tenore), Marcello Tonolo (pianoforte, Fender Rhodes),
Marc Abrams (contrabbasso), Walter Paoli (batteria).
Ospite: Marco Tamburini (tromba)

E’ questo il primo vero disco da leader del giovane ma già maturo Michele Polga. C’era stato in verità, tre anni prima, il «New thing quartet», prodotto dal Panic Jazz Club di Marostica, ma lì la responsabilità veniva equamente condivisa con il pianista Miki Loesch. Jazz fresco e piacevole, che rispetta ma cerca allo stesso tempo di rinnovare la gloriosa tradizione dell’hard–bop, è quello che propone il sassofonista vicentino, qui alla testa di un quartetto che non è occasionale, essendo stato messo a punto durante un lungo e paziente lavoro, risultato assai proficuo. Il sacro fuoco del “bop” è tenuto sempre vivo grazie all’aiuto di partner più esperti e maturi, che formano una sezione ritmica solida e raffinata, un trio – com’è quello formato da Marcello Tonolo, Marc Abrams e Walter Paoli – che qualsiasi solista vorrebbe avere sempre dietro di sé.
Il fraseggio del tenore di Polga è sciolto e variegato, sapendo scavare in profondità le armonie dei brani ed esaltarne le melodie. La sua voce, originale ed autoritaria, riesce a trovare la giusta grinta ed intensità nei brani ritmicamente più sostenuti (Downpour e Steve – quest’ultimo dedicato a Steve Grossman – per esempio), ma anche la necessaria morbidezza nelle ballad, come la dolcissima Next to you. Tutti i brani del disco sono firmati dal leader ad eccezione di Vertigo, tema dall’andamento flessuoso ed ipnotico, frutto della fervida vena compositiva di Marcello Tonolo – davvero splendido qui il suo assolo – indispensabile motore ritmico–armonico del quartetto. Lo stesso pianista ha contribuito a mettere in risalto le qualità del giovane Polga che è anche, da qualche anno, sassofonista di punta della Thelonious Monk Big Band, da lui diretta.
In quattro degli otto titoli del disco aggiunge pepe alla già saporita musica del quartetto la brillante tromba di Marco Tamburini, ospite non casuale, visto che il duraturo sodalizio che lo lega a Tonolo non poteva che portarlo prima o poi sulla strada del bravo sassofonista veneto. Particolarmente prezioso si rivela l’intervento della tromba nello sviluppo del tema di This one – reso più astratto e “misterioso” dal suono del piano elettrico Fender – che rimanda inevitabilmente alle migliori incisioni Blue Note degli anni ’60, così come il finale Four plus one, ancora con Tamburini, appare come un sentito tributo ad Art Blakey

CLAUDIO COJANIZ & GIANCARLO SCHIAFFINI

«War Orphans»

Caligola 2057

notizie aggiuntive

Giancarlo Schiaffini (trombone), Claudio Cojaniz (pianoforte)

Il sottile filo magico che sin dal primo incontro ha unito i mondi musicali di Claudio Cojaniz e Giancarlo Schiaffini è sembrato inspiegabilmente spezzarsi dopo la registrazione del pur eccellente «Alea» (Splasch 1995). Ed invece, a distanza di sei anni, il dialogo fra i due geniali musicisti–improvvisatori è fortunatamente ripreso, come non si fosse mai interrotto. Ma nell’album appena citato il trombonista romano era soltanto ospite del trio di Cojaniz, mentre a partire dal 2001, la formula che ha segnato il loro atteso rincontro è sempre stata quella, meno semplice forse, ma assai più suggestiva ed intrigante, del duo. Duetto davvero ispirato il loro, ed allo stesso tempo in continua evoluzione, vero e proprio “work in progress”, come testimoniano mese dopo mese i loro concerti. Il disco «War Orphans» comprende due lunghe improvvisazioni su altrettanti celebri brani di Ornette Coleman – a cui, come il titolo lascia chiaramente intendere, è naturalmente dedicato – e due più brevi ma altrettanto pregnanti performance solitarie (Or e Nette, gustoso gioco di parole!), che si prefiggono di riproporre, nel modo il più possibile originale, lo spirito, unico ed affascinante, della musica di Coleman. Impresa apparentemente titanica ma che, anche dopo ripetuti ascolti, appare pienamente riuscita. Ma il viaggio musicale di Schiaffini e Cojaniz utilizza le due pur bellissime e struggenti melodie colemaniane come pretesto per lunghe e coinvolgenti improvvisazioni; i temi sono quindi soltanto i punti d’imbarco e d’approdo di una traversata ricca di insidie ma ancor più di fascino. In mezzo ci sta tutto: il blues sanguigno, il Monk viscerale e profondo del pianista friulano, che nell’ultimo decennio, soprattutto con i suoi trii – più volte mutati nella loro composizione ma sempre sorprendentemente fedeli nella loro libertà al “Cojaniz pensiero” – ha già dato esaurienti saggi del suo personale approccio jazzistico. Ma ci stanno anche tutta la sapienza improvvisativa e l’ancora straordinario, mai lezioso virtuosismo strumentale di Schiaffini, che si conferma davvero “grande vecchio” della musica europea degli ultimi quarant’anni. Ed anche quando una melanconica ballad come Lonely Woman potrebbe indurre a farsi tentare da un lirismo di maniera, i Nostri rivendicano, coerenti con i loro ideali, fedeli ai propri principi, le sacrosante ragioni del sogno e della poesia.

MASSIMO DONA’ QUINTET

«Spritz»

Caligola 2056

notizie aggiuntive

Massimo Donà (tromba), Francesco Bearzatti (sax tenore), Lele Rodighiero (tastiere), Nicola Sorato (basso elettrico), Davide Ragazzoni (batteria, percussioni).
Ospiti: Toni Toniato (voce recitante), Cheryl Porter (voce), Andrea Braido (chitarra solista), Maurizio Trionfo (chitarra), Paolo Vianello (pianoforte)

Terzo album da leader del trombettista–filosofo Massimo Donà, tornato nel 2001, dopo molti anni, alla musica “militante” con un quintetto che ha nel sax di Francesco Bearzatti il suo nome più illustre. Le forti ascendenze davisiane, quello di «Tutu» soprattutto, presenti in «For Miles and Miles» (2003), sono qui un poco stemperate – ma non più di tanto; si ascolti la tromba nel concitato finale di Running away – in favore della maggiore varietà d’un progetto che si muove davvero a 360 gradi, partendo dall’hard–bop delle origini – significativa la ripresa di Jazz Forms, tema composto negli anni ’80 quando Donà guidava un quintetto comprendente l’indimenticato Maurizio Caldura, e che ha dato poi il nome al gruppo – per arrivare alla melodia quasi pop di Secret Soul, con la profonda voce nera di Cheryl Porter in primo piano. Ma sono molti gli ambiti toccati dal jazz fresco e sempre godibile di Donà in questo disco. Si va dal jazz lineare di Capitan Rabarbaro o della ballad Federico’s Lullaby a quello sapientemente bluesy di Panta Tanta, dal nervoso free–funk di Non so al dondolante funky davisiano di Per Bacco e Adelchi in Paris. Ed ancora, dal funk più robusto ma cantabile allo stesso tempo di Sweet Pea Pea, in cui svetta la pirotecnica chitarra di Andrea Braido, al suggestivo incontro con la poesia di Toni Toniato in Magic Poetry od all’effervescente soul–jazz del brano che dà il titolo all’album, arricchito dall’agile canto scat della Porter, pezzo su cui vale la pena di spendere qualche parola. Lo spritz, per chi ancora non lo sapesse, è un aperitivo assai diffuso nel Veneto, piacevole e non troppo forte cocktail composto da acqua frizzante (meglio seltz), vino bianco più un liquore a scelta fra Bitter, Select ed Aperol. Proprio per Aperol Massimo Donà – che è anche un apprezzato filosofo, docente all’Università S.Raffaele di Milano – aveva scritto nel 2003 un breve e divertente saggio, la «Fenomenologia dello spritz», di cui viene proposto nel booklet un significativo estratto. A questo concetto del “bere come esperienza di libertà” rimanda volutamente la musica composta ed incisa da Donà, che dell’album ha curato anche la parte grafica, a metà strada fra naif e pop–art, assegnando un adeguato spazio agli originali ritratti fotografici scattati a tutti i musicisti da Raffaella Toffolo.

GIULIANO PERIN

«Into the vibes»

Caligola 2055

notizie aggiuntive

Giuliano Perin (vibrafono), Ermanno Maria Signorelli (chitarra classica), Franco Lion (contrabbasso), Lele Barbieri (batteria.). Ospite : Benny Lamonica (trombone)

Non è un giovane emergente Giuliano Perin, vibrafonista ben noto agli appassionati veneti (è nato e risiede in provincia di Padova). E’ invece un jazzista originale e maturo, ben consapevole dei propri mezzi espressivi. Chi si appresti a conoscerlo solo ora ne apprezzerà ancor più il talento e la raffinata musicalità, come si fa davanti ad una cosa nuova, che si ha il privilegio di scoprire per primi. Perin inizia molto presto la sua attività jazzistica, dopo aver compiuto, come molti coetanei, studi classici. La temporanea uscita di scena sembra comprometterne le ambizioni – aveva completato nel frattempo gli studi universitari, avviandosi alla professione di medico – ed invece gli anni ’90 lo vedono ritornare con ancor più determinazione fra la comunità dei jazzisti. Lo strumento scelto, il vibrafono, se da un lato gli assicura pochi concorrenti nel nostro paese, da un altro lo costringe a confrontarsi con maestri del calibro di Milt Jackson, Bobby Hutcherson, Gary Burton, Terry Gibbs. Giuliano non solo non se ne spaventa, ma va a scoprire – e finisce per conoscere, diventandone allievo – un vibrafonista che in Italia è meno apprezzato di quanto meriterebbe, Dave Samuels. In questo suo primo disco da leader – aveva partecipato ad incisioni della Thelonious Monk e della Royal Big Band – non poteva mancare quindi un brano dell’amico e maestro: è stato scelto il latineggiante Arthur dance. Oltre a due personali versioni di I’ll keep loving you di Bud Powell e Conception di George Shearing, Perin presenta qui sette riuscite composizioni originali, tutte d’immediata presa e di meditata raffinatezza, alla cui resa contribuisce la scelta d’esser affiancato dalla chitarra classica anziché dal più convenzionale pianoforte. Ermanno Maria Signorelli lo ripaga nel migliore dei modi, risultando partner davvero ideale per il suo vibrafono. Da incorniciare l’assolo della chitarra in Something for us, così come il riuscito lavoro di accordi nel bel pezzo iniziale, che dà il titolo all’album. Merita infine d’esser ricordato il prezioso intervento del trombonista Benny Lamonica nel finale Like Milt, sincero omaggio al padre di tutti i vibrafonisti moderni, Milt Jackson. Rubiamo, per concludere, ad uno dei “maestri” della critica italiana, Franco Fayenz, autore delle note di copertina del disco, una frase a nostro parese assai significativa: “…rare volte, anche a livello internazionale, ho apprezzato un fraseggio ed un tocco di vibrafono come i suoi. Ad maiora.”

AA.VV. LIVE AT THE 6th NORD–EST JAZZ–FEST

«Lester»

Caligola 2054

notizie aggiuntive

Riccardo Brazzale & Lydian Sound Orchestra, Francesco Bearzatti Trio,
Maurizio Camardi Quartet + David Boato, Ermanno Maria Signorelli Trio,
Marcello Tonolo & Thelonious Monk Big Band + Pietro Tonolo

Nato nel 1995 a Mestre da un’idea del mai dimenticato sassofonista Maurizio Caldura, allora presidente del Comitato Veneto dell’AMJ (associazione nazionale dei musicisti jazz), il festival da cui è tratto questo Cd era giunto alla sesta edizione (giugno 2001) e aveva accresciuto la sua importanza nel panorama jazzistico italiano grazie al sempre buon livello delle sue proposte. I brani prescelti sembrano sufficientemente vari e stimolanti, riuscendo a dar spazio a musicisti dei più diversi stili, a ristrette (i trii di Signorelli e Bearzatti per esempio) così come a larghe formazioni (la Lydian Sound Orchestra e soprattutto la Thelonious Monk Big Band). Benché nel disco si ascoltino solisti già famosi sia a livello europeo che italiano – basterà citare, fra tutti, Mauro Negri e Pietro Tonolo, Francesco Bearzatti e Paolo Birro, David Boato e Marcello Tonolo – siamo certi che molti dei più giovani e meno noti jazzisti qui impegnati lasceranno il segno con i loro splendidi interventi solistici. Nel 2002 la Caligola Records aveva dedicato un altro album al festival, documentandone la quarta edizione, organizzata sull’onda emotiva provocata dall’improvvisa quanto dolorosa scomparsa di Caldura, e quindi a lui dedicata. A due anni di distanza questo nuovo disco rappresenta un’ulteriore significativa testimonianza della vitalità e dell’elevato livello qualitativo del jazz veneto. «Lester», oltre che il titolo di un celebre brano firmato da Antonello Salis e dedicato a Lester Bowie, qui presente in una brillante versione della Lydian Sound Orchestra, rappresenta anche un sincero tributo alla figura artistica ed umana dello scomparso trombettista neroamericano da parte del circolo Caligola, organizzatore del festival, che lo ha ospitato svariate volte nelle rassegne organizzate a partire dal 1980 nel territorio veneziano. Alla realizzazione dell’album ha dato un significativo contributo l’Assessorato alle Attività Culturali del Comune di Vicenza, che organizza ogni anno in maggio le “New Conversations”, festival che ha sempre riservato ampio spazio ai jazzisti italiani.

STEFANO MARIA RICATTI

«Suites»

Caligola 2053

notizie aggiuntive

Stefano Maria Ricatti (voce, chitarra, pianoforte, elettronica), Oreste Sabadin (clarinetto), Roberto Favaro (sax tenore e soprano), Damiano Visentin (fisarmonica e fagotto), Enrico Pini (basso acustico ed elettrico), Ivan Trevisan (percussioni), Sladjana Bozic (voce)

Esattamente un anno dopo «RicattiEnsemble» (Caligola 2044), il compositore veneto Stefano Maria Ricatti pubblica per la stessa etichetta un nuovo album, «Suites», che se da una parte sembra essere quasi la naturale prosecuzione del precedente lavoro, dall’altra appare invece non poco differente da quello. Lì erano 14 brevi composizioni – frutto peraltro di numerosi anni di lavoro, soprattutto nel teatro – a formare il corpo del disco, qui invece ci troviamo di fronte a due lunghe suite, composte da Ricatti nell’arco dell’ultimo biennio. Il nuovo album porta con sé più di qualche importante novità: al nucleo storico del Ricatti Ensemble, un quartetto, si aggiunge in Sym-bállein suite il percussionista Ivan Trevisan, diventato oggi il quinto definitivo componente della formazione. Occasionale è invece la presenza nella Magdalena suite della vocalist Sladjana Bozic, che acuisce, insieme alla “drum machine” usata dallo stesso compositore, il carattere orchestrale della nuova composizione. Ed è proprio la presenza di Ricatti, polistrumentista capace di passare dalla chitarra al piano, dall’elettronica alla voce, e che non compare invece nel precedente «RicattiEnsemble», a costituire un’altra gradita sorpresa del nuovo disco. Entrambe le suite qui raccolte sono state composte per due spettacoli della Compagnia Tocna Danza, diretta dalla coreografa veneziana Michela Barasciutti. Magdalena sceglie il percorso di una immaginata e visionaria drammaturgia, mentre Sym-bállein appare una sorta di mappa sonora per musicisti itineranti e danzatrici, che condividono gesti–suoni–caratteri, verso combinazioni e prospettive cangianti, previste e/o improvvise. Non è un caso che i componenti del gruppo interagiscano suonando sulla scena con il corpo di ballo. Questo «Suites» è inoltre la riprova che il Ricatti Ensemble è diventato sempre di più il mezzo ideale per dar voce alle idee del compositore, che quando scrive musica ormai, non può non tener conto delle cinque formidabili voci strumentali che gli si sono messe volontariamente a disposizione – caso più unico che raro nel mondo della musica questo – macchina sonora resa ancora più perfetta da un mirabile quanto invidiabile affiatamento.

IRIO & ROBERTO DE PAULA

«Bate-papo»

Caligola 2052

notizie aggiuntive

Irio De Paula (chitarra classica), Roberto De Paula (chitarra classica)

Aveva tre anni Roberto quando suo padre, allora in tour con la cantante Elsa Soares, decise di fermarsi in Italia, intraprendendo così una carriera di solista che gli avrebbe dato molte soddisfazioni. Dal 1970 la sua chitarra si è avventurata lungo le strade del jazz, accompagnando Gato Barbieri, Steve Grossman, Sal Nistico, ma ha anche scavato, da sola od alla testa di piccoli gruppi, i per lui più collaudati sentieri della musica popolare brasiliana. La stabile residenza italiana gli ha quindi consentito di frequentare i nostri migliori jazzisti, venendo rispettato da tutti per la sempre lucida creatività e per un quasi naturale, mai debordante virtuosismo. Sono molte le testimonianze discografiche del suo originale talento, decine e decine di dischi pubblicati per lo più dalla Philology di Paolo Piangiarelli, uno dei suoi maggiori estimatori. In queste incisioni viene privilegiato il jazz–samba, genere che egli ama sviluppare alla testa di trii o quartetti, utilizzando per lo più la chitarra elettrica. Quando ci è capitato fra le mani questo nastro registrato da Irio con il figlio Roberto nel 2000 a Rjo de Janeiro, abbiamo avuto subito la sensazione di ascoltare qualcosa di speciale, un’incisione simile a quelle, peraltro non frequenti, effettuate in solitudine con lo strumento acustico, ma allo stesso tempo diversa. Sarà forse per la presenza di un’altra chitarra, anche questa rigorosamente classica, sarà forse che questa era suonata dal figlio Roberto – che non incontrava da oltre un anno – o forse che si trovava nella città che l’ha visto nascere, ma la chitarra di Irio sembra qui più agile e calda che mai, a tratti incontenibile. Roberto – che aveva suonato il basso nei gruppi del padre all’inizio degli anni ’90 – dimostra d’aver raggiunto un’originale cifra stilistica anche come chitarrista, per nulla intimorito dalla presenza di un padre così autorevole e famoso, non solo fornendo un prezioso contrappunto ai suoi pirotecnici voli solistici, ma prendendo a sua volta l’iniziativa. Chi lo aveva già apprezzato nel disco «Retratto do Rio», lo ritroverà qui musicista ancor più maturo e completo. All’interno del repertorio scelto per quest’incisione, invero originale, viene eseguito per la prima volta un nuovo brano di Irio, Bate-papo, parola che non ha un equivalente nella nostra lingua ma che in Brasile sintetizza la spontaneità ed il gusto d’incontrare gente. Diceva Vinicius De Moraes che “la vita è l’arte dell’incontro”, bate–papo appunto…Incontro fra due chitarre (dois violoes), incontro fra padre e figlio: miglior titolo a quest’album non poteva esser trovato.

CHANT TRIO

«Chant»

Caligola 2051

notizie aggiuntive

Libero Mureddu (piano), Antonio Borghini (contrabbasso), Cristiano Calcagnile (batteria)

Nato nel 1970 a Milano, il batterista Cristiano Calcagnile è un musicista attento alla coesione e sperimentazione di diversi linguaggi, attivo in differenti ambiti musicali. Porta avanti lavori di ricerca con musicisti come il chitarrista Domenico Caliri nel “Cal Trio”, ma anche Alessandro Bosetti, Paolo Botti, Alberto Tacchini. Suona nella “Blast Unit Orchestra” e nel campo della canzone d’autore rock con l’ormai celebre cantautrice Cristina Donà. Ha lavorato inoltre con Steve Piccolo, Elliott Sharp, Ares Tavolazzi, Bruno Tommaso, Giorgio Gaslini, e suonato in ensemble di musica contemporanea. Negli ultimi tempi Calcagnile, insieme al bassista Antonio Borghini, ha tenuto molti concerti in trio con Stefano Bollani, che l’ha ora chiamato a far parte del suo nuovo quintetto.
Da quasi due anni ormai è leader del progetto “Chant”, con il pianista Libero Mureddu ed il contrabbassista Antonio Borghini. Questo pubblicato dalla nostra etichetta è in assoluto il primo album del trio che sviluppa una grande attenzione alle intensità ed ai livelli sonori. Il piacere del pianissimo trascina con sé l’attenzione e con questa una sorprendente economia d’interventi. E’ un flusso sonoro intimo, ma non sentimentale il loro, capace di evitare i luoghi comuni della routine. Il pianoforte quasi non emette accordi, tanto non servirebbero a nulla, il contrabbasso estrae dallo strumento flebili armonici, le percussioni sono più compatibili con John Cage che con Gene Krupa. Sono piccoli incanti, lontani da qualsiasi effetto ipnotico; il giudizio è tenuto sveglio assieme all’emozione. Dal “largo” appena sussurrato di Articolatomosso al tumultuoso incedere di Erade, in un’atmosfera che non può non ricordare Cecil Taylor, dal “free” quasi trattenuto di Cupidigia – in cui a guidare le danze è il contrabbasso suonato con l’archetto di Borghini – al più etereo e malinconico tema di Bianco, il trio sa coinvolgerci con le più diverse atmosfere, lungo un binario comunque diritto e coerente, che punta all’esplorazione dell’io più profondo senza inutili mediazioni o compiacimenti. Il trio, forte di uno straordinario “interplay”, sa esser sincero e disinvolto anche quando il viaggio musicale sembra farsi più arduo e difficile, apparentemente astratto ed invece solidamente ancorato alla “materia”. E’ un Monk riletto in chiave tayloriana quello di Jungla, così come sembra esser lo sguardo compiaciuto di Paul Bley ad approvare le gesta del suo allievo in Livida Luce.

OTELLO SAVOIA QUINTET

«Dispair»

Caligola 2050

notizie aggiuntive

Francesco Bearzatti (sax tenore e soprano, clarino), Michele Polga (sax tenore e contralto), Dario Volpi (chitarra), Otello Savoia (contrabbasso), Zeno De Rossi (batteria)

Esce cinque anni dopo «Luise» (1999, Caligola 2030) questo altrettanto riuscito e suggestivo «Dispair», convincente prova di maturità del contrabbassista Otello Savoia, bresciano d’origine ma che oggi vive tra Desenzano e Padova.
Lì erano gli aromi festosi, anche se un po’ malinconici, della fisarmonica di Fausto Beccalossi a permeare l’atmosfera dell’album. Quel quartetto, che poteva contare anche sull’apporto prezioso della chitarra swingante di Sandro Gibellini, si rifaceva chiaramente ad analoghe formazioni allestite nello stesso periodo dal francese Richard Galliano. In “Dispair” invece, emerge al contrario un tono vagamente nostalgico, dolce ed amaro allo stesso tempo, che riporta piuttosto a Charlie Haden, ma anche alle formazioni che Paul Motian ha guidato a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, in cui ad emergere erano la chitarra di Bill Frisell ed il sassofono di Joe Lovano, nei primi tempi affiancato da un altro sassofonista – un po’ come succede qui per Bearzatti e Polga – e poi unico solista.
Ma quel clima notturno, spesso intriso di straziante lirismo, viene qui sdrammatizzato dalla mai nascosta passione per i ritmi latini, quei calipso e quei samba che Savoia ha ben memorizzato nei suoi frequenti viaggi al di là dell’oceano. Questa intrigante “doppiezza” è un po’ la caratteristica della musica di Savoia, che sa essere classico e sperimentale allo stesso tempo, essendo capace di passare dal suadente lirismo di Serenata per un amore perso (qui riproposta in due differenti ma altrettanto riuscite versioni) alla quasi parossistica clownerie de Il circo, dal 7/4 ipnotico di Kabul, che rimanda a certe pagine di John Zorn, al tema festosamente rollinsiano di Calixo.
Personali ed inventivi sono i due compagni della sezione ritmica. E’ un suo quasi perfetto “alter ego”, nelle sue sottolineature friselliane, il chitarrista Dario Volpi, e destabilizzante quanto imprevedibile, ma sempre solidamente “sul tempo”, è il batterista veronese Zeno De Rossi. Ma è forse proprio l’aver scelto due musicisti capaci di fondere mirabilmente classicità ed audacia, come Michele Polga e Francesco Bearzatti – fra i migliori giovani sassofonisti italiani di questi anni – a rendere la musica del contrabbassista bresciano più leggibile e coerente, di qualità sempre sopraffina.

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