
EPTAGROOVE
«Un po’ di luce»
Caligola 2159
notizie aggiuntive
Hugo D’Leon (trumpet & flugelhorn), Davide Agnoli (alto & soprano sax),
Francesco Ganassin (clarinets), Attilio Pisarri (guitar), Mauro Bonaldo (electric bass),
Lorenzo Bonucci (drums).
Special guest: Marco Tamburini (trumpet) on tracks nr. 1 & 7.
1) Hymn; 2) Who wants Pici?; 3) Blue in Red; 4) Con Alma; 5) Finzioni;
6) Un po’ di luce; 7) Body and Soul; 8) Nativa.
Recorded at Mantova, Italy, in January 2012.
Il gruppo Eptagroove si è costituito nel marzo 2010 all’interno del Dipartimento Jazz del Conservatorio F.Venezze di Rovigo, diretto da Marco Tamburini, che si è molto prodigato per la sua definitiva messa a punto. Composto da alcuni dei migliori allievi dei corsi – fra di loro il solo Davide Agnoli, sassofonista veronese, ha alle spalle consolidate esperienze professionali – il sestetto si è subito distinto vincendo il Premio Nazionale delle Arti, organizzato da AFAM e MIUR. Tale successo ne ha favorito l’attività: l’ensemble si è infatti esibito la stessa estate a Roccella Jonica, e nel 2011 sia al festival dell’Emilia Romagna che al concorso Padova Carrarese, di cui è poi risultato finalista.
Eptagroove propone un repertorio molto vario, formato soprattutto da composizioni originali, ma che comprende anche interessanti arrangiamenti di standard. Pone inoltre molta attenzione alla ricerca timbrico–espressiva, privilegiando l’aspetto corale, la varietà ritmica, l’esplorazione di atmosfere e di colori provenienti dalle contaminazioni più eterogenee. Attraverso la coesione ed un proficuo interplay il sestetto cerca quindi di valorizzare la dinamicità e la complessità dell’organico, formato da tre strumenti a fiato e da una sezione ritmica con la chitarra al posto del pianoforte.
E’ un’improvvisazione collettiva dei fiati, guidati con maestria dalla tromba di Marco Tamburini, ospite aggiunto, a caratterizzare il riuscito pezzo d’apertura del disco, Hymn, di Francesco Ganassin. Confermano la varietà d’ispirazione del lavoro i successivi Who wants Pici?, variopinta composizione di Attilio Pisarri, ed il più sperimentale Blue in Red. Sono proprio il chitarrista, che firma anche la “title–track” dell’album, una beguine ispirata a Nino Rota, ed il clarinettista ad accollarsi la responsabilità compositiva del gruppo. I due standard scelti sono la gillespiana Con Alma, proposta in una sorta di forma corale, e la celeberrima Body and Soul, ballad che esalta il lucido lirismo di Tamburini, arrangiata fra l’altro in modo originale dal trombettista brasiliano Hugo D’Leon. Davvero impeccabile infine, in tutte le otto tracce, l’accompagnamento fornito dall’affiatata coppia ritmica formata da Mauro Bonaldo, basso elettrico, e Lorenzo Bonucci, batteria.

CLAUDIO COJANIZ A.P. TRIO
«The Heart of the Universe»
Caligola 2158
notizie aggiuntive
Claudio Cojaniz (piano), Alessandro Turchet (double bass), Luca Colussi (drums).
1) A.P. dance (for Nelson Mandela); 2) Great spirit; 3) Teacher in the Universe;
4) Willy/Webern; 5) Captain F.; 6) White fire/Schoenberg;
7) Black and groove; 8) Shadows; 9) Busy stree
Recorded at Preganziol (Treviso), Italy, in October 2009 and August 2010.
Il rapporto, sin qui proficuo e dialettico, tra Claudio Cojaniz e Caligola è nato nel 2004 con «War orphans», duo con Giancarlo Schiaffini; «The heart of the Universe» è il sesto disco pubblicato per la nostra etichetta dal pianista friulano, classe 1952. Ci sono stati un piano–solo, un altro duo, con Francesco Bearzatti, la NION Orchestra, un solo di organo, ed ecco finalmente arrivare, particolarmente atteso, un nuovo lavoro in trio, formazione che come si sa rappresenta un passaggio irrinunciabile per qualsiasi pianista jazz. Atteso anche perché giunge dieci anni dopo «Romantic circle» (Splasch), album in cui era affiancato da Carlo Franceschinis e Nello Da Pont. Differente la situazione, diversi i musicisti chiamati a sostenerne i voli solistici, ma identici lo spirito, la passione e le fonti d’ispirazione, anche se la maturità e l’equilibrio raggiunti sembrano un poco stemperarne il furore espressivo. Ancora più alti invece la poesia, la capacità di sintesi, l’originalità. Se i numi tutelari sono ancora quelli di Ellington e Monk, ma anche Abdullah Ibrahim, il linguaggio pianistico di Cojaniz è molto cresciuto. Sorprende positivamente anche il dialogo instauratosi con i due giovani ma lucidi partner, come lui friulani, Alessandro Turchet e l’ormai richiestissimo Luca Colussi, esemplari per attenzione, fantasia ed interplay. Non sembra esagerato affermare che A.P. Trio possa rappresentare oggi una fresca e salutare ventata di novità nel panorama del jazz italiano. Quello che più colpisce del lavoro è lo scorrere fluido del racconto, che rende i nove brani, tutti firmati dal leader, simili ai movimenti di un’unica suite. Le composizioni sono nuove, se si esclude la ripresa di un’incalzante Busy street (tratta fra l’altro dal recente «Beat spirit», realizzato in duo con Bearzatti). Suggestiva ed ipnotica l’iniziale A.P.Dance, mentre vira verso un blues profondo e viscerale Captain F., blues capace poi di trasformarsi nel danzante boogie di Black and groove. Ma la fluidità della musica nasce anche dall’esistenza, fra le sue pieghe, di un racconto. E’ la storia di Willy, bambino indaco, e del suo viaggio intorno alla Luna alla ricerca della grande Maestra, fino all’incontro con il suo caldo abbraccio, verso un futuro che è poi un ritorno al passato, all’origine delle cose, a quell’Africa da dove tutto è partito e dove tutto ritorna. Sarà utile leggere, a tal proposito, le belle note di copertina scritte dallo stesso Cojaniz.

ALESSANDRO FABBRI
«StrayHorns»
Caligola 2157
notizie aggiuntive
Fabrizio Gaudino (trumpet, flugelhorn), Roberto Rossi (trombone, euphonium),
Alberto Serpente (french horn), Dario Duso (tuba), Maurizio Giammarco (tenor & alto sax),
Ares Tavolazzi (double bass), Alessandro Fabbri (drums).
1) A flower is a lovesone thing; 2) Pomegranate; 3) Haupe;
4) Johnny come lately (*); 5) Lush life; 6) Isfahan; 7) The hues; 8) Lotus blossom (*);
9) Day dream; 10) The star crossed lovers; 11) Take the “A” train.
All compositions, by Billy Strayhorn, arranged by A.Fabbri except (*) by M.Giammarco
Recorded at Possibonsi (Siena), Italy, in May and June 201
«StrayHorns» é il terzo disco da leader di Alessandro Fabbri per la nostra etichetta, di poco successivo a «Pianocorde», ma è forse il più riuscito. Tutti i lavori del batterista fiorentino non nascono mai a caso; sono sempre frutto di un’idea e realizzano un progetto che ha molto lavoro alle spalle. Il nuovo disco, originale rilettura di undici splendidi brani di Billy Strayhorn realizzata da un settetto di sapore evansiano, privo di strumento armonico ma comprendente ben cinque fiati (fra cui tuba e corno francese), non tradisce questi assunti programmatici. Appare anzi, se mai fosse possibile, ancor più omogeneo e coerente di tutti i precedenti. Ci aiutano ad entrare nel clima di questo lavoro le esaurienti note di copertina di Luca Bragalini, grande studioso dell’universo ellingtoniano. ”…Strayhorn era semplicemente una persona pudibonda, introversa, per certi versi enigmatica. La sua musica si mosse sulle medesime coordinate…”, afferma con sagacia il critico–musicologo lombardo. Va poi dato merito a Fabbri d’esser riuscito a scovare, in mezzo a celeberrime composizioni come Lush Life, Day dream, The star crossed lovers, almeno due chicche, recentissime riscoperte del repertorio di Strayhorn come Pomegranate e The hues, un blues in cui le otto battute del tema sono riproposte con fogge sempre differenti. Spiccano, nella band, ma soltanto per la loro fama, poiché tutti i solisti coinvolti suonano al meglio delle loro possibilità, i nomi di Roberto Rossi, Ares Tavolazzi e Maurizio Giammarco che, oltre a sorprenderci al sax alto con un piglio decisamente hodgesiano, regala alla band due deliziosi arrangiamenti (tutti gli altri sono del leader), quelli di Johnny come lately (pagina di grande senso formale e narrativo) e Lotus blossom. Ma, come precisa Bragalini alla fine del saggio, “…forse lo zenith del disco è la finale Take the A train, rallentata a ballad e ridotta alla forma classica ABA… un cameo che dimostra quanto Fabbri abbia compreso la poetica del proprio ispiratore, la cui musica è un timido suggerimento pronunciato sottovoce, mai un tumultuoso proclama…”.

BLACK COFFEE feat. DANIELE DI BONAVENTURA
«Adagio»
Caligola 2156
notizie aggiuntive
Daniele Di Bonaventura (bandoneon, piano), Renato Svorinic (acoustic bass),
Jadran “Cico” Ducic (drums). Special guests: Martine Thonas (vocal) on track n° 3;
Ani Vucetic, Andjela Curkovic –Petrovic & Tamara Soletic (vocals) on track n° 5.
1) Se va la murga; 2) Evo san ti dosa; 3) Cultus via Haiti; 4) Santa Lucia;
5) Izresla ruza rumena; 6) La negra alegre; 7) Io canto; 8) Movimento;
9) Reginella campagnola; 10) Waltz for Ruth; 11) Adagio.
Recorded in Zadar (Croatia), in January and March 2011
Tre anni dopo «Dall’altra parte dell’Adriatico» (Caligola 2114), disco del debutto di questo ben assortito trio italo–croato, si rafforza l’idea dei “ponti culturali”, frutto dell’incontro tra i fermenti che animano le due diverse sponde dell’Adriatico. Si conferma sempre più leader del Black Coffee il marchigiano Daniele Di Bonaventura, da anni brillante protagonista del jazz italiano, la cui fama si è di recente allargata con la partecipazione al progetto di Paolo Fresu «Mistico Mediterraneo», pubblicato dall’Ecm di Manfred Eicher. Di Bonaventura – e lo dimostra tanto più in questo trio – non è soltanto uno straordinario specialista del bandoneon ma anche – non ci stancheremo mai di ripeterlo – un originale pianista, forte di un naturale e coinvolgente lirismo, mai ridondante. Se a questo aggiungiamo il suo non comune talento compositivo, ecco che i motivi di interesse per questo secondo lavoro di Black Coffee, «Adagio», non mancano. Qui il Nostro regala anche alla cantante di origini haitiane Martine Thomas – nata a New York ma da qualche anno trasferitasi a Zara – una suggestiva Cultus via Haiti in cui suona, come nei due precedenti titoli, di sapore fortemente etnico, il bandoneon. Ma ci piace egualmente ricordarlo pianista pregnante ed efficace, nelle toccanti ma asciutte interpretazioni di Santa Lucia e Reginella campagnola, due grandi classici della canzone napoletana, così come nel suo Movimento, brano cantabile dal sapore vagamente jarrettiano. Riuscitissime anche le interpretazioni al bandoneon di Io canto, un’altra sua composizione dall’andamento danzante, ricca di echi folklorici, e del suggestivo Waltz for Ruth, celebre ballad di Charlie Haden (dedicata alla moglie). Co–leader del trio e suo vero promotore è il bassista Renato Svorinic, di Zara, che anche in quest’occasione presenta due suoi originali arrangiamenti di brani tradizionali dalmati, Evo san ti dosa, e Izresla ruza rumena, quest’ultimo reso ancor più interessante dalla partecipazione di tre efficaci vocalist croate. Un progetto, per concludere, davvero interessante, ma che ha forse, proprio nella breve rilettura del celebre Adagio di Albinoni, scelto per di più come titolo dell’album, l’episodio meno avvincente.

PAOLO BOTTI QUARTET & BETTY GILMORE
«Slight imperfection»
Caligola 2155
notizie aggiuntive
Paolo Botti (viola, banjo, dobro, tenor guitar, harmonica, trumpet),
Dimitri Grechi Espinoza (alto sax), Tito Mangialajo Rantzer (double bass),
Filippo Monico (drums). Special guests: Emanuele Parrini (violin) on n° 5,
Betty Gilmore (vocal) on n° 3/4/8/9
1) Ain’t misbehavin’; 2) The pilgrim; 3) The storm; 4) St.James Infirmary;
5) Dobrodosli; 6) In terra; 7) Mixolydian dance; 8) Makeba;
9) Careless love; 10) Notturno; 11) Wild man blues
Recorded in Milano, in March 2011
“Ancient to the future”, era lo slogan dell’Art Ensemble of Chicago. Che l’avanguardia per sapersi rinnovare non debba dimenticare le sue radici, dev’esser anche una ferma convinzione di Paolo Botti, violista ma non solo, che giunge con questo al sesto album Caligola, il secondo di quello che è ormai il suo quartetto stabile, tre anni dopo il sorprendente «Looking back», accumunato a «Slight imperfection» dal dichiarato amore verso il blues e più in generale il jazz delle origini, senza mai dimenticare per questo Ornette Coleman. Non è mutata la composizione del Paolo Botti Quartet – ma aumentano gli strumenti suonati dal leader – completato dall’ispirato sax contralto di Dimitri Grechi Espinoza, dal solido contrabbasso di Tito Mangialajo Rantzer e dalla fantasiosa batteria di Filippo Monico. Si aggiunge in quattro brani al gruppo, quasi a rendere più intensi gli aromi blues della musica, la profonda voce nera di Betty Gilmore, cresciuta in California ma da tempo residente a Milano. In Dobrodosli invece, ospite del quartetto è il violinista Emanuele Parrini, la cui presenza consente al leader di agire ancor più liberamente, conferendo al brano, quasi danzante, una sapida atmosfera country–blues. Emblematica a tal proposito è la scelta effettuata da Botti di aprire e chiudere il disco con due brevi e riuscite rivisitazioni di brani tradizionali, Ain’t misbehavin’ e Wild man blues, affrontati entrambi in completa solitudine col suo principale strumento, la viola. Una scelta di campo certo, ma anche un collegamento all’album precedente, la splendida parentesi solitaria di «Angels & ghosts», omaggio ad Ayler del 2010. Se intense e misurate sono le interpretazioni dei musicisti, é preziosa la presenza della voce di Betty Gilmore, di cui meritano di venire ricordati almeno il bell’omaggio a Miriam Makeba ed il blues quasi “sudato” di Storm, entrambi suoi testi. Ma sono ancora da segnalare sia la colemaniana Mixolydian dance che l’ipnotico Notturno, dove la coralità si ripete in un’atmosfera più lenta e meditativa, con un breve passaggio di Botti alla tromba con sordina.

NORBERT DALSASS
«The trio»
Caligola 2154
notizie aggiuntive
Enrico Terragnoli (electric guitar), Norbert Dalsass (double bass),
Sbibu (drums, percussion)
1) Saguaro; 2) Never more; 3) Der zauberpergher;
4) Kirke; 5) Lone flower; 6) The hands of Khalifa.
Recorded at Badia Polesine, Rovigo, in December 2009.
«The trio» è il secondo episodio di un progetto più ampio (che prevede anche una parte multimediale in una performance dal vivo) denominato “Chacmools”, termine che proviene dalla cultura latino–americana dei toltechi; si tratta di guardiani, o meglio degli apriporte verso il mondo invisibile; le statue rappresentano una figura umana con una ciotola sull’addome, la coppa sacrificale. Il disco registrato dal contrabbassista altoatesino Norbert Dalsass in trio precede in verità quello del sestetto, da noi pubblicato l’anno scorso, «1/2 a dozen», e lo completa. L’idea di dar corpo ad un progetto più ampio (è poi stato pubblicato anche un libro, dalla grafica estremamente raffinata, che racchiude i due dischi ma anche dei testi e soprattutto i bellissimi disegni di Sbibu, che dimostra di non essere soltanto un eccellente percussionista) nasce proprio durante il tour compiuto nell’autunno del 2009 da Dalsass insieme ai due musicisti veronesi, con cui ha subito stabilito una straordinaria empatia. Ed è proprio il trio, formula scarna ma allo stesso tempo molto più snella, libera ed aperta, che rappresenta l’essenza intima di “Chacmools”. Le musiche del trio creano infatti un’atmosfera molto particolare: succede che quanto le percussioni di Sbibu si inseriscono nelle fitte trame intessute dal contrabbasso e dalla chitarra elettrica, nascono nuove melodie che a loro volta offrono lo spunto ad altri ritmi, quasi che i sei brani rappresentino alla fine soltanto episodi di un unico percorso creativo, sorta di suite che anziché esser stata concepita a tavolino è nata in tempo reale, con il fluire stesso della musica. Gli spunti tematici nati e costruiti per il trio sono poi stati sviluppati per il sestetto di «1/2 a dozen»; non è un caso che ben quattro dei sei brani di «The trio» siano presenti anche nella successiva incisione. Parliamo nella fattispecie di Never more, sorta di blues stralunato, ma anche dell’ipnotica melodia di Kirke, di quella più intima e sognante di Lone flower, breve frammento con Terragnoli alla chitarra acustica, e del brano finale, The hands of Khalifa, intriso di aromi mediorientali, che con il suo tema avvincente dà grande spazio alla fantasiosa creatività di Sbibu. Tutti i brani sono stati composti dal leader, ma in una musica dove è sempre così vivo e pulsante l’interplay fra i musicisti diventa davvero difficile capire dove si fermi l’apporto creativo dei due partners.

JUST MUSIC TRIO
«Standpoint»
Caligola 2153
notizie aggiuntive
Roberto Olzer (piano), Fabrizio Spadea (acoustic guitar),
Yuri Goloubev (double bass).
1) Song for Michel; 2) Nuovo Cinema Paradiso; 3) Chovendo na roseira;
4) Standpoint; 5) C’est ainsi que tu es; 6) Parisian episode V; 7) Stella by starlight;
8) Plain song; 9) The second star to the right / Panic.
Recorded at Ardingly, West Sussex, England, in June 2011
Il trio piano–chitarra–contrabbasso percorre la storia del jazz a partire dagli anni ’40, assai apprezzato per la sua dimensione cameristica, soprattutto dagli appassionati che amano un jazz morbido e lineare, poco spigoloso, raffinato e godibile allo stesso tempo. Si parte quindi da Art Tatum e Nat King Cole, si passa obbligatoriamente per Oscar Peterson e si arriva oggi a Ron Carter/Mulgrew Miller/Russell Malone. Sono questi i riferimenti del Just Music Trio, formazione nata quasi per caso durante l’intervallo delle prove di un organico ben più ampio, che cerca un approccio ad una formula spesso troppo “ingessata” il più possibile originale ed aperto, nuovo per quanto sia possibile, cercando di privilegiare una visione introspettiva, che vede alternarsi momenti di sofisticato lirismo ad episodi intensi e coinvolgenti. Sono aspetti questi che la formazione cameristica contribuisce ad enfatizzare, consentendo di ascoltare le voci dei singoli strumenti “denudate” dal suono della batteria e di metter così meglio in luce le personalità dei suoi componenti. Roberto Olzer, pianista ma anche compositore ed arrangiatore con una solida preparazione classica alle spalle, ed il chitarrista Fabrizio Spadea, partito come autodidatta ma che ha poi completato la sua formazione sino a laurearsi al Dipartimento Jazz del Conservatorio di Milano, hanno trovato nel contrabbassista russo Yuri Goloubev, in Italia dal 2004, un partner ideale, capace di dare solidità ritmica al fitto dialogo di chitarra e pianoforte, ma anche, se necessario, di prendere in mano le trame melodico–armoniche del trio, grazie ad un non comune virtuosismo strumentale. E’ un mondo magico ed evocativo il loro, che li porta ad esplorare territori sempre diversi. Lo dimostra anche la scelta del repertorio, che spazia da classici come Stella by starlight a brani poco frequentati come la deliziosa Chovendo na roseira di Jobim, da composizioni originali ad un’avvincente omaggio al mai dimenticato Petrucciani con Song for Michel, dalla suggestiva colonna sonora di Nuovo Cinema Paradiso, uno dei molti capolavori di Morricone, a riletture ironiche di brani di idoli dei giorni nostri come Giovanni Allevi o Ludovico Einaudi, cui fra l’altro Goloubev dedica il riuscito Standpoint, scelto come titolo dell’album.

MAURO DARPIN
«Bricolage»
Caligola 2152
notizie aggiuntive
Mauro Darpin (tenor sax), Riccardo Chiarion (electric guitar),
Alessandro Turchet (double bass), Luca Colussi (drums)
1) Strange ways; 2) Border line; 3) Febbraio; 4) Look out;
5) Bricolage; 6) You don’t know what love is; 7) Ripples; 8) Minor steps;
9) Ornithology; 10) Blue shoes; 11) Raggio di luna.
Recorded at Cavalicco (Udine), in May 2011.
Rappresenterà per molti una piacevole scoperta quella di Mauro Darpin, tenorsassofonista portogruarese non più giovanissimo che, dopo aver completato tutti i passaggi necessari ad una profonda acquisizione del lessico jazzistico, ha finalmente deciso, a cinquant’anni suonati, di registrare il suo primo disco da leader, lavoro maturato con pazienza e che raccoglie nove composizioni originali scritte nell’arco di un decennio, oltre a due standard completamente rivisitati, sia nell’armonia che nel mood, come Ornithology e You don’t know what love is. Darpin inizia la sua avventura musicale in una banda con il clarinetto, per poi scoprire l’improvvisazione suonando in un gruppo dixieland e passare quindi ad un jazz più moderno ed al sassofono, che studia a fondo frequentando i seminari di Siena e di Umbria Jazz, fino alla laurea in discipline musicali (biennio) conseguita nel 2008 a Castelfranco Veneto con Pietro Tonolo, dopo che aveva completato il triennio a Trieste con Glauco Venier. Suona con molte formazioni in ambito regionale, ed è attualmente membro stabile sia della Big Band Città di Udine che della bolognese Abbey Town Jazz Orchestra. La scelta dei partner sembra delle più appropriate, visto che il goriziano Riccardo Chiarion, chitarra, ed i friulani Alessandro Turchet, contrabbasso, Luca Colossi, batteria, benché ancora giovani, costituiscono ciascuno delle solide realtà del jazz triveneto ed insieme una sezione ritmica omogenea e affiatata, ideale per mettere in risalto le qualità compositive e strumentali del leader. Dei due standard abbiamo già detto. Assai vari sono gli altri nove brani originali compresi nell’incisione, che rimane comunque nell’ambito di un jazz moderno ma tonale, ed avendo come espliciti punti di riferimento Wayne Shorter e Kenny Wheeler. Si passa così dalla cantabile melodia di Strange ways, che apre il disco, al groove sostenuto, quasi funkeggiante, di Look out, dalla scorrevole bossanova di Ripples al blues minore di Minor steps, sentito omaggio a John Coltrane, dal coinvolgente swing, quasi shuffle, di Blue shoes, al complesso ma allo stesso tempo avvincente Bricolage, brano che dà il titolo all’album, od alla sognante Raggio di luna, ballad dolce, lirica e riflessiva che lo chiude come meglio non si potrebbe.

GIANLUCA CAROLLO & LUCA GARRO
«Crosswise»
Caligola 2151
notizie aggiuntive
Gianluca Carollo (trumpet, flugelhorn), Luca Garro (piano)
1) A child is born; 2) Sklertango; 3) Yes is it;
4) Maledetto sia l’aspetto / Twelve silver; 5) Your are not alone / Smile;
6) I wish; 7) Nel blu dipinto di blu / Ma l’amore no; 8) Bossa express; 9) Meravigliosamente volo.
Recorded at Badia Polesine (Rovigo), in July 2011.
A quattro anni da «Pa we» (Caligola 2097), Gianluca Carollo torna a pubblicare con la nostra etichetta e lo fa con una formazione ed un progetto completamente diversi dal precedente: lì c’erano le contaminazioni con l’elettronica eseguite da un quartetto, qui ci sono invece profondo lirismo e naturale cantabilità, intrisi di un intimismo riflessivo cui la formula del duo con pianoforte inevitabilmente rimanda. Carollo, trombettista vicentino da un decennio protagonista del prolifico panorama del jazz triveneto, e Luca Garro, cuneese che ha studiato e vive a Milano, si sono incontrati al Conservatorio di Castelfranco Veneto, dove sono entrambi docenti del Dipartimento Jazz. Dalla frequentazione e dalla scoperta di idee e passioni comuni è nata quindi l’idea di questo duo, che ha l’obiettivo di omaggiare il mondo della canzone a trecentosessanta gradi, senza porsi limiti di natura estetica, alternando quindi brani noti, e non solo standard jazzistici, a composizioni originali, per sfruttare al meglio le potenzialità offerte dall’interplay e dalla stringente dinamica del duo. Il disco «Crosswise» è uno dei (purtroppo) sempre più rari esempi in cui l’eleganza convive con la semplicità , e già nel suo titolo è programmatico. Se il brano di Monteverdi e Meravigliosamente volo, composizione di Garro che chiude l’album, sono espressione del mai reciso legame dei due jazzisti con la musica classica europea, da cui entrambi provengono, il tributo alla musica nera con l’emozionante versione di I wish di Stevie Wonder e la delicata Your are not alone, splendida ballad di Michael Jackson, rendono nota un’altra grande passione che li accomuna. Riuscite composizioni originali – fra cui ci piace ricordare almeno Twelve silver di Garro e Bossa express di Carollo – si alternano ad omaggi alla più classica canzone italiana (Nel blu dipinto di blu, Ma l’amore no), ma vi sono ancora una struggente versione della chapliana Smile e l’iniziale A child is born, delizioso tema di Thad Jones, fra gli standard a torto meno eseguiti, che già un analogo duo (Marco Tamburini e Marcello Tonolo in «Amigavel», Caligola 2042) aveva scelto per il proprio repertorio, ma che in questo caso ha una doppia valenza, riferendosi alla vita privata di entrambi i musicisti, diventati padri a pochissima distanza di tempo.

MARCELLO BENETTI
«Shuffled»
Caligola 2150
notizie aggiuntive
Jeff Albert (trombone), Rex Gregory (clarinets),
Helen Gillet (cello), Marcello Benetti (drums).
1) BFF (Lili’s list); 2) 819 Port Street (Elsie’s shoes);
3) Novembre 2010; 4) Laura Lea; 5) Primero (dia en Nueva Orleans);
6) Penombra; 7) Hammock; 8) Green card.
Nel colorato disegno di copertina c’è un leone con la zampa destra posata sopra uno scudo con giglio, che sono, rispettivamente, i simboli delle città di Venezia e New Orleans, egualmente importanti per il batterista Marcello Benetti, cresciuto a Mirano, nell’entroterra veneziano, ed ora trasferitosi stabilmente nella città più importante della Louisiana, che l’ha catturato con la musica e gli affetti. A due anni dal disco del debutto, «Supuesto blue» (Caligola 2116), ecco quindi giungere con «Shuffled» la conferma dei progressi compiuti nel definire un’ancor più originale cifra stilistica. Già il precedente lavoro rivelava una visione musicale insolitamente aperta ed onnivora, propria di chi, pur frequentando l’avanguardia, non ha mai rinnegato le proprie radici, che affondano nel blues, funky e klezmer, musiche da cui anzi continua a trarre ispirazione e linfa vitale.
Gli otto brani di «Shuffled», tutti composti dal leader, hanno atmosfere continuamente cangianti, ma un “groove” sempre serrato ed incalzante, anche nei momenti più delicati. Sembrano davvero bene assortiti i partner scelti da Benetti per questa sua seconda prova discografica, tutti musicisti che lavorano nell’area di New Orleans. Il più noto al pubblico italiano è senza dubbio il trombonista Jeff Albert, già ammirato nei gruppi di Hamid Drake, ma rappresentano una piacevole sorpresa sia il sinuoso clarinetto di Rex Gregory – che sarebbe peraltro un eccellente plurisassofonista – sia la fantasiosa violoncellista Helen Gillet, nata in Belgio, cresciuta a Singapore e sbarcata nel 2003 a New Orleans, dove s’è poi stabilita. Dall’iniziale ironica BFF (Lili’s list), ricca di echi lacyiani (e come non pensare, ascoltando Albert, a Roswell Rudd?), all’assorta November 2010, in cui è il violoncello suonato con l’archetto della Gillet ad emergere, dalla fresca ripresa dell’ipnotico tema di Primero – che da “dia de primavera”, nel primo disco, qui diventa “dia en Nueva Orleans” – allo scanzonato blues, in stile dixieland, di Hammock, tutti i brani hanno un qualche motivo d’interesse ed il conclusivo Green Card (carta verde poi finalmente ottenuta), con il suo incedere arabeggiante, contribuisce a mettere ancor meglio in luce il sempre più originale drumming di Benetti, che sembra aver messo a frutto nel migliore dei modi gli insegnamenti della rinomata scuola percussiva di New Orleans.
