Candiani Groove
dicembre 2015

Domenica 6 dicembre, inizio ore 18.00

KEPTORCHESTRA REUNION
“Omaggio a Marco Tamburini”
David Boato, Giampaolo Casati, Ilic Fenzi, Maurizio Scomparin (trombe)
Beppe Calamosca, Toni Costantini, Roberto Rossi, Matteo Morassut (tromboni)
Giannantonio De Vincenzo, Giovanni Masiero, Mauro Negri,
Piero Odorici, Pietro Tonolo, Michele Polga, Giannantonio
De Vincenzo (sax), Giancarlo Bianchetti (chitarra),
Marcello Tonolo (pianoforte), Marco Privato (contrabbasso), Alfred Kramer (batteria)

Ingresso: intero € 8, ridotto € 5

ACQUISTA I BIGLIETTI QUI

Mestre (Ve), Centro Culturale Candiani
Piazzale Candiani 7
Auditorium quarto piano

Keptorchestra & Steve Lacy,
il primo Cd Caligola del 1994,
è stato per l’occasione
ristampato e rimasterizzato,
con una bonus track: disponibile
in anteprima al concerto

Informazioni
Centro Culturale Candiani, tel. 041.2386126, candiani.comune.venezia.it
Profilo Facebook: facebook.com/Centro.Culturale.Candiani
Caligola, cell. 340.3829357 – 335.6101053, fax 041.962205, www.caligola.it – info@caligola.it
Facebook: facebook.com/pages/Caligola-Circolo-Culturale/198558337034

Prevendite
Biglietti acquistabili presso la biglietteria del Centro Culturale Candiani 041.2386126
e online sui siti candiani.comune.venezia.it e www.biglietto.it.

La biglietteria è aperta con il seguente orario:
martedì e giovedì 10.00-12.00 e 16.00-18.00; mercoledì e venerdì 10.00-12.00; il 6 dicembre dalle ore 16.00 fino a inizio spettacolo.

Riduzioni per possessori Candiani Card e Carta Cinemapiù, IMG Card, Associazione Caligola, studenti

Riduzioni per i possessori di JAZZIT card: info qui http://www.jazzit.it/jazzit-card-convenzioni.html

Keptorchestra e Lee Konitz

A quasi un ventennio dal suo scioglimento, ed in esclusiva per il Candiani di Mestre, si riunisce la Keptorchestra, big–band fra le più importanti del jazz italiano contemporaneo, per rendere omaggio all’amico Marco Tamburini, prematuramente scomparso lo scorso 29 maggio, che fu uno dei suoi fondatori, oltre che fra i suoi più autorevoli ed apprezzati esponenti. Vent’anni dopo, e con tante cose ancora da raccontare, perché gran parte di quelli che erano allora i suoi giovani solisti sono diventati oggi protagonisti di primo piano del nostro movimento jazzistico. Un forte nucleo veneto, maggioritario (che, oltre a Marini, De Vincenzo e i fratelli Tonolo, comprendeva anche il sassofonista Maurizio Caldura, morto nel 1998), tre musicisti emiliani (Rossi, Odorici e Tamburini), tre lombardi (Negri, Sandro Gibellini e Marco Vaggi, poi sostituito dall’americano Marc Abrams) ed una coppia di jazzisti genovesi (Kramer e Casati), hanno dato vita nella seconda metà degli anni Ottanta a quella che sarebbe diventata in pochi anni un punto di riferimento del jazz orchestrale nel nostro paese.

La big–band, miracolosamente sopravissuta per circa un decennio, si presentava come una sorta di laboratorio aperto, che ha consentito a molti dei suoi membri di fare le prime importanti esperienze nel campo dell’arrangiamento e della composizione. Va detto, in generale, che le cosiddette big–band – al centro dello sviluppo e del successo del jazz negli anni ’30 e ’40 negli Stati Uniti – erano formazioni dove ci si divertiva molto, forti di una ricchezza di suono e di una carica ritmica difficile da trovare nei piccoli gruppi: l’incastro tra le sezioni degli ottoni e delle ance, sapeva produrre risultati coinvolgenti e suggestivi. Come ha meglio precisato Pietro Tonolo in una recente intervista: «…nella Keptorchestra vi era, di fatto, una generosità spontanea con quell’effetto di “opulenza sonora” che diventava puro divertimento, oggi sempre più difficile da trovare, vista la crisi economica. Oggi i gruppi tendono a ridursi. La nostra è stata una formazione che ha dato grandi soddisfazioni a tutti quelli che hanno avuto la fortuna di suonarvi, con una significativa collaborazione da parte di Steve Lacy, risultata alla fine molto proficua. L’unico rammarico è forse rappresentato dal fatto che la Keptorchestra non sia stata documentata discograficamente come forse avrebbe meritato. E lo meritava, visto che si trattava di un collettivo affiatato che dava il meglio di sé dal vivo, grazie alla presenza di una serie di elementi anche spettacolari, di musicisti dalla personalità molto forte, che sapevano regalare momenti irripetibili e situazioni al limite dell’happening. C’era molta creatività, molto divertimento, perseguito con serietà ed alto livello, senza troppe velleità o pretese intellettualistiche».

C’è da dire che in quegli anni attirava maggiormente le simpatie della critica specializzata un’altra big–band, l’Italian Instabile Orchestra, formazione più sbilanciata sul versante dell’avanguardia e della libera improvvisazione. Non tutti gli addetti ai lavori seppero comprendere invece il reale valore di una big–band atipica, solo apparentemente tradizionalista, che aveva costituito la sua base operativa in Veneto. A supportare questa tesi rimangono, per nostra fortuna, oltre che il ricordo dei suoi membri e degli appassionati che hanno avuto la fortuna di ascoltarla dal vivo, tre riusciti dischi, oggi purtroppo tutti fuori catalogo. Per completare quanto detto da Tonolo su un maestro come Steve Lacy, vale la pena di ricordare che Keptorchestra ha lavorato con altre due leggende viventi del sassofono, entrambi ancora attivi, Lee Konitz e Joe Lovano. Ma mentre della collaborazione con Konitz non esiste alcuna documentazione discografica, a testimoniare quelle con Joe Lovano e Steve Lacy, suggello quest’ultima di un lungo e proficuo lavoro comune, rimangono due preziosi ed ormai introvabili album della veneziana Caligola Records, «Sweet sixteen» (1994, in studio con Lacy) e «Miss Etna» (1996, dal vivo con Joe Lovano). Questi due eccellenti lavori erano stati preceduti da un disco altrettanto importante, che porta semplicemente il titolo di «Keptorchestra», pubblicato dalla Nord Sound nel 1991, e che, pur senza avvalersi del contributo di ospiti prestigiosi, ha avuto il merito di far conoscere la giovane big–band a moltissimi appassionati italiani. Scorrendo i titoli presenti nei tre dischi troviamo la conferma di quanto affermato da Pietro Tonolo, ovvero che la responsabilità della composizione e dell’arrangiamento dei brani originali eseguiti veniva equamente suddivisa fra i principali solisti della formazione, che ha quindi saputo sopravvivere benissimo per quasi un decennio senza un vero e proprio leader, un direttore d’orchestra inteso nel senso tradizionale del termine.

 

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