Quello di Marc Ribot “Ceramic Dog” che si è tenuto lo scorso 17 febbraio al Centro Candiani di Mestre per Jazz Groove è stato un live ad alte frequenze, alte letteralmente perché questo progetto si muove agilmente tra -molto- rock, blues e jazz, tutti generi facenti parte del bagaglio di esperienze di Marc Ribot, Shahzad Ismaily e Ches Smith. C’è un’energia particolare nell’aria, già dal soundcheck: si ha come la sensazione che si stia per assistere a qualcosa di esplosivo e fortissimo, qualcosa che brucerà sotto la forza degli strumenti. E così accade: un’ora e mezza intensa e piena, in cui la band viaggia tra sperimentazione e puro suono, applicando le dinamiche che sottostanno al nome-programma. “Ceramic Dog” è traduzione del francese “chien de faïence”, letteralmente “cane di ceramica”, non solo un’immagine ma soprattutto l’espressione di una poetica con cui si intende fissare come significativo e determinante l’istante potenziale che precede una reazione emotiva o, in questo caso, musicale; è insomma un nome con cui il trio definisce una tensione musicale sempre contaminata e contaminante, tensione che si rivela essere il vero nucleo del progetto.
«Party Intellectuals» per l’etichetta newyorkese Pi Recordings è il primo album uscito nel 2008 in cui figurano anche Janice Cruz alle voci e Martin Verajano alle percussioni; Ceramic Dog però ha portato al Candiani il nuovo lavoro «Your Turn», che sarà distribuito ufficialmente ad aprile 2013. Uscirà per la Enya/Yellowbird Records, etichetta di jazz indipendente con cui hanno pubblicato tra gli altri anche Eliott Sharp e Lisa Papineau, e già a Mestre il nucleo del live è proprio centrato su questo disco che la band ha con sé (inutile dire che è andato a ruba, post-concerto!). Rock scarno -o meglio dire scarnificato- poiché ridotto all’osso: i brani che più guidano l’ascolto sono  Lies my body told me -che è anche la prima track del nuovo album- e Bread and roses, che è un brano legato ai primi episodi di protesta sindacale del secolo scorso negli USA, il cui testo è una famosissima poesia del 1911 di James Oppenheim; Ribot vi inserisce una citazione -musicale- da Bandiera Rossa, è tutto trova un senso circolare. La sua voce e i controcanti e cori di Ismaily e Smith guidano e divertono l’orecchio, perché queste sono canzoni, accostate a tensioni ritmiche e armoniche bilanciate, sicure, attente. Ribot ha una versatilità notevolissima, e tiene sempre alta l’attenzione sulla sua credibilità musicale, passando dal rock più puro al jazz avant-garde in pochissimi secondi. C’è poi una versione distorta e lobotomizzata di Take Five che si presenta -senza contare le citazioni di cui sono ricche le improvvisazioni di Ribot soprattutto- come lo standard jazz atteso e sconvolto con originalità, che questo gruppo possiede in tutto ciò che suona, compresi gli strumenti altri, ad esempio il moog governato da Ismaily. Il live è stato molto scenico perché Ceramic Dog è un viaggio pieno d’accidenti e contaminazioni; Ceramic Dog è destrutturare le forme, renderle diverse anche nella loro diversità già altra, e mutarne così -più volte- anche la sostanza.

Ringraziamo a questo punto la fotografa Alessandra Freguja per aver immortalato alcuni momenti salienti del concerto -molto fisico anche-, che qui vi restituiamo in questa photo-story. Potete trovare più materiale nel suo spazio flickr. Alla fine di questo post invece trovate un link dal nuovo album di Ceramic Dog.

(c) Alessandra Trevisan

 

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