Centro Culturale Candiani, Comune di Venezia, Assessorato alle Attività Culturali in collaborazione con Circolo Culturale Caligola

“JAZZ GROOVE”

BABA SISSOKO & TAMAN KAN
“African Griot Groove”
Baba Sissoko (voce, chitarra, tamani, ngoni, kamalengoni)
Ady Thioune (percussioni, cori)
Erick Jano (basso, cori)
Philippe Kasse Lago (batteria, percussioni, cori)

Domenica 14 ottobre, ore 18.00
MESTRE (VE), Auditorium del Centro Culturale Candiani (IV° piano)

Posto unico non numerato
biglietti interi euro 15, ridotti euro 12
Riduzioni per possessori Candiani Card, Carta Cinemapiù, under 20 e studenti under 25.

Prevendite: biglietti in vendita alla biglietteria del Centro Candiani (tel. 041.2386126) e on line sui siti www.centroculturalecandiani.it e www.biglietto.it  (diritto di prevendita 1 euro). La biglietteria del Candiani è aperta con il seguente orario anche la domenica: 10.30 – 12.30 / 15.30 – 22.00.

Informazioni: Centro Culturale Candiani, Piazzale Candiani, Mestre (Ve), tel. 041.2386126, www.centroculturalecandiani.it ; Caligola Circolo Culturale, Via N.Sauro 1/B, Mestre (Ve), fax 041.962205, cell. 340.3829357.

***

Uno dei maggiori successi della prima parte della stagione 2012 di “Jazz Groove” è stato senza dubbio il concerto che l’ha chiusa: quello, davvero avvincente, della giovane ma già originale cantante Dudu Manhenga, originaria dello Zimbabwe. “Jazz Groove” riparte in autunno, con il primo di cinque appuntamenti, proprio là dove s’era fermata, quell’Africa che ha dato origine alle musiche improvvisate del nostro tempo, jazz “in primis”. Quanti musicisti in crisi d’identità, europei ed americani, non hanno sentito prima o poi il bisogno di andare alla ricerca delle proprie radici in un viaggio, reale ma anche ideale, verso la grande “Madre Africa”?

Quasi sempre questi viaggi finiscono per arrivare al Mali, la terra da dove blues e jazz traggono origine, e paese dov’è nato nel 1963 anche Baba Sissoko, polistrumentista e “griot” – il nonno è stato uno dei più popolari “griot” maliani –  atteso protagonista del primo appuntamento della parte autunnale di “Jazz Groove”, domenica 14 ottobre (ore 18). “Baba” è un’antica parola d’origine turca – spesso presente nell’onomastica del mondo arabo–musulmano – che significa padre, ed è usata come titolo di onore e rispetto per le persone venerate. Il nome può essere un presagio, che svela il destino. Difficile immaginare una persona più naturalmente paterna, accogliente e protettiva di questo “signore” africano, musicista conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo, anche perché non ha mai rifiutato le collaborazioni con i colleghi di altri mondi musicali, dal rock al jazz. Sissoko ha scelto nel 1998 la Calabria come residenza adottiva e da allora, con sapida ironia e malcelato orgoglio, ama definirsi un autentico afro–calabrese.

Da tempo collabora con diversi musicisti che, a partire dall’approccio tradizionale del jazz, hanno spostato la loro ricerca verso l’Africa, dove ha origine tutta la musica nera: blues, jazz e soul. Un esempio riuscito di questa nuova tendenza è rappresentato dall’album di Dee Dee Bridgewater «Red Earth» (2006), in cui la celebre cantante neroamericana va alla ricerca delle proprie radici in un viaggio nella terra rossa del Mali (da cui il titolo dell’album). A questo progetto Baba Sissoko ha collaborato sia come musicista che come autore: è infatti suo il brano Dee Dee, che canta insieme alle voci di Dee Dee e Mamani Keita.  Sissoko non è nuovo ad questo genere di incontri, che hanno forse raggiunto le più alte vette artistiche con due album, «Bamako Chicago Express» (2002), di Don Moye, e «Reunion» (2003), dell’Art Ensemble of Chicago.

Il progetto musicale di Baba Sissoko, ricco di contaminazioni, prosegue quindi nelle sue produzioni più recenti, da «Boiokan» (2005) a «Djekafo» (2006) e «Bamako Jazz» (2007), album che forse meglio di tutti esprime il suo pensiero jazz, arricchito anche dalla preziosa voce di Mamani Keita e di espliciti riferimenti alla musica sudamericana. Dell’anno successivo è la collaborazione con il pianista cubano Omar Sosa, con cui registra «Afreecanos» e suona dal vivo in ogni angolo del mondo. Nel 2009 torna a pubblicare a suo nome, regalandoci l’avvincente «Culture Griot», in cui il suono tradizionale del settetto maliano Black Machine si fonde in modo suggestivo con l’avant–garde del gruppo jazz belga Aka Moon. Nel 2010 Sissoko incontra quindi il folk–rock del gruppo Il Pozzo di San Patrizio, con cui si esibisce in concerto e registra «The eyes over the world», disco prodotto da Francesco Marra che contiene otto brani, di cui due della band italiana e sei del musicista africano, tutti impreziositi da nuovi arrangiamenti.

Baba Sissoko presenta in questo nuovo tour autunnale, che passerà al Candiani in esclusiva triveneta, la sua più recente produzione discografica, «African Griot Groove» (Goodfellas, 2012), alla testa di Taman Kan, collaudato quartetto che è un vero e proprio concentrato d’Africa Occidentale, comprendendo anche il chitarrista senegalese Abubecer Diogou, il bassista camerunense Erick Jano ed il batterista Philippe Kasse Lago, originario della Costa d’Avorio. L’album assomiglia ad un excursus virtuoso e appassionato verso le radici di un linguaggio secolare. Un viaggio acustico e rigoroso, per certi versi radicale, che possiede la capacità di arrivare diritto al cuore di chi ascolta, forte di un’assoluta sincerità; in fondo, l’essenza stessa di Baba, uomo, artista, padre. “Griot”, che compare anche nel titolo, è la parola chiave del disco.  Sissoko – che suona un’infinità di strumenti tradizionali, a corde e a percussione, oltre alla chitarra, naturalmente – ha iniziato da bambino con il tamburo parlante ”tamani”, accompagnando nei villaggi rurali il nonno, per quasi mezzo secolo capo dei “griot” del Mali. “Griot” é l’antica casta dei cantastorie mandingo: biblioteca vivente, guardiani della memoria collettiva, radio e televisione “ante litteram”. «African Griot Groove» è la quintessenza di quel retaggio culturale: dalla perpetuazione della tradizione orale dunque, all’utilizzo dell’antico idioma. Una musica dalla struttura ipnotica e ripetitiva, da quelle parti chiamata Amandran, che secondo molti musicologi e storici è forse proprio alle origini del blues, e quindi di tutta la grande tradizione musicale neroamericana.

 

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